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Full text of "La teoria di Darwin"

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LA 



TEORIA DI DARWIN 



CRITICAMENTE ESPOSTA 



DA 



GIOVANNI CANESTRINI 

Professore di Zoologia, Axatomia e FrsiOLoaiA compapate 
NELLA R. Università di Padova 




MILANO 

FRATELLI DUMOLARD 

1880. 



T. 



Proprietà letteraria. 



Milano, coi tipi di G. Golio 



^% 



INDICE DELLE MATERIE 



Al Lettore Pag. xi 

Capitolo I. La Creazione secondo la Bibbia » i 

» II. Insufficienza esplicativa della teoria della crea- 
zione » Ifi 

» III. L'elezione artificiale » 3i 

» IV. L'elezione artificiale {Continuazione) .... » 5^ 



» 



V. Variabilità delle specie » 81 

» VI. Ereditarietà dei caratteri * 115 

» VII. Ereditarietà dei caratteri {Continuazione) - . » ic-i 

» Vili. -Elezione naturale » 2i:! 

» IX. Di alcuni effetti della elezione naturale ... » 22i 

» X. L'istinto e l'intelligenza » 27(» 

» XI. Elezione sessuale » 2<j3 

» XII. Applicazione della teoria dell'evoluzione al- 
l'uomo • » 30S 

» XIII. Riassunto generalo e considerazioni finali . . » 333 



INDICE ALFABETICO 



(1. pi. significa hcis plurihus). 



Aberrazioni dell'istinto, 97. 
Adattamento alle condizioni della 

vita. 231. 
Adattamento conservativo. lOl. 
Affinità degli esseri organici, 16. 
Agenti esterni^ loro azione, 107. 
Albini, 153. 
Amphioxus, 174. 
Anchitherium, 169, 170. 
Ancon, razza ovina, 46. 
Anitra, 58. 
Anomalie, 30. 31. 
Anulare, dito, 89. 
Ape, 71. 
Applicazione della teoria dell'evo- 

ìuzione airuomo, 308. 
Ardigò, 88. 
Artemia, 112. 
Ascherson, 105. 
Ascidia, 174. 
Asino, 39. 
Atavismo, 167, 170. 



Baegert, 2. 
Baer, 300. 
Barpi, 42. 
Barrois, 176. 
Bassani, 316. 
Bechi, 106. 
Beddoe, 820. 
Bentam, galjo, 62. 
Bertillon, 156. 
Berti- Pichat, 1. pi. 
Bianconi, 18, 19, 259. 
Biroli. 49. 

Blancbnrd, 70, 83, 95. 
Bombice del gelso, 72. 
Bon aparte, 83, 87. 
Boni zzi, 67, 87 182. 
Bordier, 129 



Brehm 49, 54. 
Broca, 118. 
Brown-Sequard, 9. 
Buccola, 129, 207, 283, 289. 
Buchholz, 24. 
Bue, 40. 
Bùchner, 1. pi. 
Burchell, 3. 
Burro WS, 117. 



Calandrini, 41. 
Calegari, 55. 
Gallaway, 3. 
Camerano, 91, 302. 
Campbell, 156, 157. 
Canarino, 69. 
Cane, 52. 
Cantoni, 14. 
Capra, 47. 
Garrau, 315. 
Carus, 156. 
Casalis, 3. 

Causa che determina il sesso. 143. 
Cause della variabilità delle spe- 
cie, 99. 
Cavallo, 35. 

Cavallo biungulato, 168. 
Cavanna, ili. 
Cavia, 31. 
Cecità diurna, 119. 
Cestella deirape, 235. 
Chipawyan, 3. 
Cigno, 62. 
Cladonema, 176. 
Clarisse, vacca durham, 42. 
Clima, suoi effetti, 104. 
Cobelli, 72. 
Colling, 42. 

Colori di protezione, 239. 
Colori, loro uffizio, 245. 
Columba li via, 66. 
Comet, prodotto durham, 42. 



vni 



INDICE ALFABETICO 



Coniglio, 50. 

Convergenza dei caratteri, 243. 

Correlazione, 114. 

Costwold, razza ovina, 45. 

Creazione, secondo la Bibbia, 1. 

Cree, 8. 

Crévecoeur, razza di gallo, 62, 63. 

Cuore, suo sviluppo, 23. 

Cyprinopsis auratus, 69. 

D 

Daltonismo, 119. 

Daphnia 112. 

Darwin, 1. pi. 

De Betta, 221. 

De Filippi, 85, 339, 345. 

De Gubernatis, 6. 

Delpino, 100, 187, 197. 

Derma leichus, 24. 

De Sanctis, 267. 

Dicogamia, i89. 

Divergenza dei caratteri, 246. 

Dodel, 1. pi. 

Dorking, razza di gallo, 62. 

Drosera. 255. 

Dùmichen, 16. 

Dumas, 153. 

Durham, razza di bue inglese, 4i. 



Ecker, 89. 

Effetti dell'elezione naturale, 231 

Effetti delle nozze consangui- 
nee, 185. 

Elezione artificiale, 34. 

El-hagnab, stallone arabo, 38. 

Elezione naturale, 213, 222. 

Elezione sessuale, 293. 

Ereditarietà dei caratteri, H5. 

Ereditarietà nella specie umana, 
idem. 

Espinas, 79, 329. 

Estinzione delle specie, 257. 

Eterostilia, 190. 



Fagiano, 61. 

Fairfax, 160. 

Fanzago, 91. 184. 

Faraona, 60. 

Fatio, 84, 86, 91, ili, 216. 

Favo mobile, 7i. 

Favorito, toro durham, 42. 

Fenomeni di sviluppo, 22. 

Fiori modificati dall'elezione, 77. 

Filopanti, 808. 

Forme di transizione, 257. 

Formica fuliginosa, 96. 

Formiche, 94. 

Forza ereditaria negli animali do 

mestici, 130. 
Friganee, 97. 



Gallard, 186, 202. 
Gallo, 62. 

Gallus bankiva. 62, 112. 
Galton, 128 
Gastrula, 170. 
Gatto, 53. 

Gaudry, 170, 346, 263. 
Gerson, 156. 
Ghiselli, 133. 
Giacchi, 119. 
Giraffa, 92. 
Girard, 97, 243. 
Goette, 115. 
Goudron, 33. 
Gregori, 36. 
Griesinger, 118. 
Grimelli, 30S. 
Grobben, 294, 185. 
Gùnther, 70. 
Guillot, 124. 

H 

Ilaeckel, 1. pi. 
Hamdaniè, 38. 
Hamm, 134. 
Harpyrhynchus, 232. 
Heckel, 83, 84. 
Heitzmann, 160. 
Hewitt, 61. 
Hildebrand, 190, 341. 
Hipparion, 169, 170. 
Hircus, 47. 
His, 115. 
Houzeau, 97. 
Hovelacque, 308. 
Huber, 208, 96, 98. 
Huxley, 1. pi. 
Hydrophilus, 91. 

l 

lager, 1. pi. 

Ibis, 92. 

Icterus, 98. 

Incontro, 271. 

Indice, dito, 89. 

Insetti domestici, 71. 

Intelligenza, 270. 

lobert, 224. 

Ipertricosi, 122. 

Ippocampo, 25. 

Istinti, loro variabilità, 95. 

Istinto, 270. 

Istinto del cucolo, 277. 

Istinto delle formiche di fare 

schiavi, 278. 
Istinto dell'ape di costruire celle, 

232. 

K 
Kiwi, 27. 
Kiener, 64. 
Kleinenberg, 155. 



INDICE ALFABETICO 



IX 



Kner, 83, 84. 
Koch, 21. 
Kólreuter, 153. 
Kumi, 3. 



Lamarck, 9. 

Lana delle pecore, il, 45. 

Londois, 193. 

Leda, cavalla sarda, 3i. 

Lejoncourt, 1^3. 

Lemoigne, 1. pi. 

Lenni, Lenape, 3. 

Lepus, 31. 

Lessona, 203. 

Licata, 320. 

Linaria, 32. 

Lioy, 144, 216. 

Lithobius, 91. 

Lombroso, 107. 

Louis, 117. 

Lontra, razza ovina, 40. 

Lotta per la vita, 22i. 

Lubbock, 1. pi. 

Lucarelli, 267. 

Lucas, 117. 

Luce, sua azione, 106. 

Lussana, 151, 156. 

M 

Maggi, 96, 97, 93. 
Maggia, 9. 
Maiale, 48. 
Maior Forsyth, 337. 
Mammiferi domestici, ai. 
Montegazza, 1. pi. 
Marselli, 339. 
Marzolo, 120, 12.3. 
Maschi, 170, 303. 
Mnstriani, 315, 31S. 
Mattcucci. 118. 
Maudslev, 325, 130. 
Muy, 9. 

Medusa, 22. 175. 
Mégnin, 234. 

Merini, razza ovina, M, 47 
Merolla, 3. 
Metagenesi, 22. 
Millet-Robinet, 66. 
Molare, terzo grosso, 23. 
Mimismo, 239. . 
Moreau, 118. 
Moriggia, 195. 
Mortillet, 337. 
Morton, 140. 
Moschen, 170. 
Musca, carnaria, 98. 
Musca domestica, 98. 
Mutilazioni, 116, 130. 
Mùller Fritz, 187, 3il. 
Muller Giov., 326. 
Mùller Max, 823, 325. 
Myobia, 283. 



N 

Nathusius, i80. 

Naudin, 153. 

Necessità meccanica, 13. 

Newport, 15J. 

Niccoli, 106. 

Niata, razza bovina, 42. 

Nobili, 36. 

Nozze consanguinee, 185. 

Numida, 60. 

Nuvoletti, 46. 

O 

Oca. 56. 

Occhio, sua perfezione, 237. 

Ombra, suoi elTctti, 105. 

Omologia, 17. 

Ornithorynchus, 22. 

Orton, 131. 

Oryctes, in. 



Pacchierotti, 130. 

Pagenstecher, 151, 155. 

Palaeotherium, 169. 

Panceri, 1. pi. 

Pangenesi, 201. 

Paolucci 304, 825. 323. 

Parona, 32. 

Pasteur, 73. 

Paul, 78. 

Pavesi, 244, 343. 

Pecora, 43. 

Pelle spinosa, 121. 

i*eloria, 3i. 

Perfezionamento degli organismi . 

20. 
Perroncito, 214. 
Pesce dorato, 69. 
Pesci domestici, 63. 
Piiasianus. 61. 
Piante coltivate, 75. 
Piante insettivore, 251. 
Pianto rampicanti, 25i. 
Piccioli, 111. 
Piccioni, 6J. 
Pictrobelli, 40. 
PleuronettidI, 113. 
Pollacci, 107. 
Ponchard, 63. 
Ponza, 108. 

Porcellino, d'India, 51. 
Precocità degli animali, dormestF- 

ci, 41. 
Prevost, 153. 
Proteus, 27. 



Quatrefages, 153, 291, 312. 



Rapporti fra gli organismi, 217. 
HattOi 51. 



X 



INDICE ALFABETICO 



Razze umano, lio. 
Re Filippo, 65. 
Rengger, 164. 
Rennfe, 97. 
Reseda, 105. 
Rhamnus, 30. 
Riassunto generale, 333. 
Riproduzione rapida degli orga- 
nismi, 213. 
Rondani, 219. 
Roster, 231. 
Rougemont, 117. 
Royer, Md. 1. pi. 
Rudimenti, 21. 
Rùtimeyer, 43. 



Saccardo, 157. 
Saint-Hilaire I. G., 137. 
Salvi, 3S. 
Salvia, 80. 
Sandri, 199. 
Sanson, 36. 
Sars, 346. 
Savìgny, 70. 
Scanzoni, 33. 
Schleicher, 323. . 
Schmankewitsch, ili. 
Schmidt, 13, 251. 
Scrittura, 123. 
Seidlitz, 101, 114, 297. 215. 
Selezione, 34. 
Settegast, 1. pi. 
Siberiani, 3. 
Siciliani, 99, 345. 
Siebold, 81, 86, 184. 
Sinclair, 50. 
Sommer, 193. 
Spazzola dell'ape, 235. 
Sprengel, 341. 
Stapelia, 98. 
Stauridium, 176. 
Steenstrup, 53, in. 
Steinach. 121, 122. 
Strabismo, 119. 
Struzzo. 69. 
Sviluppo, 22. 
Sv^rift, 160. 
Sylvicola, 98. 



Tacchino, 65. 
Targioni-Tozzettl, li. 
Tegetmeicr, 225. 



Teoria della Creazione, sua insuf- 

flcienza esplicativa, 16. 
Thury» 152. 
Tigri Atto, 27. 
Tommaseo, 12, 308. 
Topinard, 124. 
Torelli, 216. 
Tortora, 69. 
Toussaint, 36. 

Trasmissione ereditaria, 102 
Trezza, 9, 323, 326. 
Troschel, 86. 
Trutat, 183. 

U 

Uccelli domestici, 56. 
Ulile 117, 125. 
Umidità, suoi effetti, 105. 
Uso e non-uso, 112. 
Utero maschile, 26. 
Utero, sue forme, 31. 
Utricolo, prostatico, 26. 
Uva spina, 77. 

V 

Valdonio, 135, 143, 199. 

Variabilità delle specie, 81. 

Verlot, 93. 

Verumontanum, 26. 

Vescichetta del Weber, 26. 

Vignoli, 350. 

Viola del pensiero, 77. 

Virchow, 12, 13, 15, 79, 122. 

Vitale, 171. 

Vlacovich, 28. 

Voglie materne, 125, 128. 

Vogt, 308. 

Voorhelm, 93. 

W 

Wagner, 117, 125. 
Wallace, 314, 243. 
Weismann, 1. pi. 
Wollaston, 27. 
Wyville Thomson, 239. 



Yankee, 109. 
Yarrell, 85 

Zampa deirape, 235. 
Zulù, 3. 



EktlATA-CoURtaE. 



A pag. 30, lìnea 10, invece di alleoamento, leggasi allenamento' 



AL LETTORE 



Nel 1877 ho pubblicato in Torino, presso la Società Ti- 
pograflco-editrice, un volume col titolo « La teoria deircvo- 
luzione, come introduzione alla lettura delle opere del Darwin 
e do' suoi seguaci. » Avverto il lettore che la presente è 
opera ben dicersa da quella, con cui ha comune soltanto il 
proposito di far conoscere in Italia la teoria del Darwin 
intorno alVorigine delle specie. Le due opere si completano 
a vicenda. 

Nel lavoro del 1877 questa dottrina è svolta da un punto 
di vista teorico, qui da un punto di vista precipuamente 
pratico. In quello trattasi con qualche diffusione delV ori- 
gine delV uomo, qui soltanto di volo. Invece mi sono qui 
dilungato intorno ad altri argomenti, come, ad esempio, le 
cause determinanti il sesso degli animali, gli effetti delle 
nozze consanguinee, la pangenesi, reiezione civile, ed altri; 
di pia nuovi fatti sono posti in campo a sostegno delle idee 
fondamentali del grande naturalista inglese. 

Il lettore troverà in questo volume eziandio qualche passo 
che tende a completare quella teoria, ed a chiarire dei con- 
celti finora rimasti oscuri. Il capitolo tredicesimo contiene 
un esteso riassunto di questo libro. 

Padova, li 19 mariso isso. 

G. Canestrini. 



CAl^lToLO PRIMO. 



LA c?xI:az:'ìn:: si:i: 'Nd » la I'Iiìt.ia. 



Lo sviluppo intellettuale dell' umanità somiglia a quello 
dell' individuo. Il bambino osserva le cose che lo circon- 
dano con singolare curiosità, ma non indaga la loro origine, 
tult'al più egli cerca di farle sue e di portarle alla bocca, 
essendo in quest'età prepotente il desiderio ed il bisogno di 
nutrizione. Cresciuto d'anni e d'intelligenza ei domanda, chi 
le abbia fatte, e non potendo andare al fondo del quesito, 
s'accontenta di qualunque risposta, anche la più superfi- 
ciale. Per l'osservatore il ragazzo è un essere di grande 
interesse, perchè solleva talvolta delle domande che l'adulto 
non si è mai fatto, e cui spesso non saprebbe rispondere. 
Tali domande possono racchiudere degli ardui problemi 
scientifici. Ancora pochi anni fa avrebbe <3ccitato il sorriso 
chi avesse chiesta la ragione del vivo colore dei fiori, o chi 
ci avesse domandato, perché l'uomo non nasca coi denti, 
perchè l'edera sia rampicante, o perchè le antere della 
salvia possiedano un connettivo estremamente lungo; oggi 
siamo in grado di rispondere a tali domande in modo sod- 
disfacente. 

La teoria di Dartoin. i 



CAPITOLO PRIMO 



La domanda, chi abbia fatto il mondo, non si presenta 
alla mente del ragazzo se non quando ha raggiunto un 
certo grado di intelligenza e la facoltà dell'astrazione. Per 
lui è però cosa certa, che alcuno ha fatto, perchè giudica 
col mezzo delFanalogia. Sapendo che gli oggetti d'arte, che 
lo circondano, sono Topera degli uomini, egli è inclinato a 
credere che il mondo sia Topera di un essere più potente 
e più sapiente deiruomo. 

È probabile che Tumanità, nel suo sviluppo intellettuale, 
abbia percorso gli stadii suddescritli. L' uomo quindi, nei 
primi tempi della sua esistenza, non avrà punto pensato 
air autore del mondo, e ne abbiamo una prova nel fatto, 
che oggidi molti selvaggi sono cosi scarsi di intelligenza 
da non domandare chi abbia fatto la terra e gli altri corpi 
celesti. 

Il Lubbock [1] ha raccolto alcune importanti notizie su 
questo soggetto. Le razze inferiori non hanno alcuna idea 
della creazione, ed ^anche fra quelle in certo modo più 
avanzate, questa idea è dapprima molto incompleta. Gli 
Abiponi, ad esempio, interrogati in proposito, risposero: 
« I nostri nonni ed i nostri bisnonni non pensavano che 
alla terra sola, premendo loro soltanto di vedere, se la pia- 
nura somministrava erba ed acqua pei loro cavalli. Non si 
sono mai rotti la testa intorno a ciò che poteva seguire nel 
cielo, e chi fosse il creatore e il reggitore delle stelle. » Il 
padre Baegert, nella sua relazione intorno agli indigeni 
della California, dice: « Spesso li interrogai, se non si fos- 
sero mai domandati, chi poteva essere il creatore ed il con- 
servatore del sole, della luna, delle stelle e di altri oggetti 

[ij I Tempi preistorici. Torino li}75, pag. 045 e sei:-. ••'. 



LA CREAZIONE SECONDO LA BIBBIA 8 



naturali, ma mi fu sempre risposto wara, che nel loro lin- 
guaggio significa no, » I Cree ed i Siberiani non hanno al- 
cuna idea intorno air origine del mondo. Quando Burchell 
parlò di creazione ai Kaffir Bachapini, essi affermavano 
che ogni cosa s'era fatta da sé, e che gli alberi e Terba 
crescevano a loro piacimento. Risulta pure dalle investiga- 
zioni del canonico Callaway, che i Kaffir Zulù non hanno 
alcuna idea di creazione. Il Gasalis afferma la stessa cosa; 
tutti gli indigeni, dice egli, che interrogammo intorno a 
questo argomento, affermarono, che non entrò mai nel loro 
cervello il pensiero, che il cielo e la terra fossero T opera 
(li un essere superiore. Secondo la mitologia della Poline- 
sia, il cielo e la terra esistevano fino dal principio. 

Quelli fra i selvaggi che giungono a farsi la domanda 
intorno airorigine delle cose, vi rispondono in maniera molto 
differente e spesso strana. Cosi la regina di Singa, ncll'A- 
l'rica occidentale, quando fu interrogata dal missionario 
Merolla, chi avesse fatto il mondo, rispose senza esitazione: 
« I miei antenati. » I Negri della Guinea credevano che 
l'uomo fosse stato creato da un grosso ragno nero. I Kumi 
del Chitlagong credono che una certa divinità fece il mondo, 
gli alberi e gli animali, ed infine si mise all'opera per fare 
un uomo ed una donna, formandone il corpo con argilla; 
ma ogni notte,' mentre stava compiendo il suo lavoro, ve- 
niva un grosso serpente, il quale, profittando del momento 
in cui il dio dormiva, divorava le due immagini. Ma alla 
line la divinità creò un cane, che scacciò il serpente, e cosi 
potè compiersi la creazione dell'uomo. I Ghipawyan credono 
che il mondo fosse dapprima un globo d'acqua, nel quale 
il Grande Spirito fece sollevare la terra. I Lenni Lcnape 
dicono che Manitu sul principio nuotava sull'acqua, e fece 



CAPITOLO PRIMO 



la terra con un granello di sabbia; da un albero trasse poi 
un uomo e una donna [1]. 

Può sembrare cosa strana, che ancora oggi vi sieno de- 
gli uomini cosi bassi neir intelligenza, come lo sono i sel- 
vaggi sopra menzionati. Ma la civiltà non procede di pari 
passo in tutte le regioni del mondo; cosi vi sono delle tribù 
che si trovano in piena epoca della pietra, mentre noi Eu- 
ropei l'abbiamo superata da molte migliaia di anni. 

Sarebbe impresa assai lunga e difficile esporre le varie 
cosmogonie antiche e moderne, nò da tale esposizione sca- 
turirebbe un vantaggio per Timpresa nostra; quindi ci limi- 
tiamo al racconto della creazione secondo la Genesi. L'uomo 
al tempo di Mosè non solo aveva meditato intorno airori- 
gine delle cose, ma possedeva anche qualche conoscenza 
intorno ai rapporti che corrono fra i diversi organismi; e 
non è certo a caso che la Bibbia fa apparire dapprima le 
piante e più tardi gli animali. 

Secondo la Bibbia, Iddio creò dapprima il cielo e la terra, 
e disse: Sia la luce! E la luce fu fatta. E chiamò giorno la 
luce, e le tenebre notte. Nel secondo giorno creò il firma- 
mento. Nel terzo separò le acque atmosferiche dalle terre- 
stri, e rese feconda di vegetabili la terra. Nel quarto formò 
il sole e la luna: « Sienvi dei luminari nella distesa del 
cielo, per far distinzione tra il giorno e la notte; e quelli 
sieno per segni, e per distinguer le stagioni, e i giorni e 
gH anni. » Nel quinto popolò di animali V aria e V acqua ; 
« creò le gran balene ed ogni animai vivente che va ser- 
pendo, i quali animali le acque produssero copiosamente 

[1] Vedi Lubbock: I Tempi preistorici, poc:. 045 e seg.; e Les Ori- 
gines de la Cicilisation, pag. 376. Paris 1873. 



LA CREAZIONE SECOXDO LA BIBBIA i.- 



secondo le loro specie; ed ogni sorte di uccelli che hanno 
ali, secondo le loro spècie. Ed Iddio vide che ciò era buono. » 
Nel sesto creò « le fiere della terra secondo le loro specie, 
e gli animali domestici secondo le loro specie, ed ogni sorte 
di rettili della terra secondo le loro specie; ed Iddio vide 
che ciò era buono. » Da ultimo creò Tuomo alla sua im- 
magine: « egli lo creò all'immagine di Dio, egli lo creò 
maschio e femmina. » Nel settimo giorno si riposò da ogni 
sua opera. 

L'uomo, all'epoca di Mosé, era in piena fanciullezza, s'era 
chiesto chi avesse fatto il mondo, ed incapace di andare al 
fondo del quesito, s'accontentava di dire: « Lo ha fatto Dio! » 
Noi esporremo le ragioni scientifiche, che militano contro 
tal modo di vedere nel corso di questo libro. 

V'ha chi trova lo stile bibhco solenne ed anche sublime ; 
ma se si pone mente alla sua eccessiva semplicità ed alle 
molte ripetizioni, si dovrà dirlo piuttosto infantile. Certo è 
che la creazione del mondo in sei giorni non s'accorda coi 
risultati della geologia. Taluno sostiene che per giorni deb- 
bansi intendere epoche di lunga durata; ma cotesto non 
sembra essere stato il concetto dell'autore, dappoiché dice 
che Iddio santificò il settimo giorno e lo destinò come giorno 
di riposo. Di più il 14^ verso del primo capitolo prova, che 
fautore sapeva fare una precisa distinzione fra le stagioni, 
i giorni e gli anni ; egli sapeva quindi che cosa fosse un 
giorno. 

Le parole devono avere il loro significato anche nella 
lingua ebraica, e l'Huxley [1] fa osservare giustamente che 

[i] In America gehaltene wcss. Vortràge. Trad. tedesca di Spenqrl, 
Pag. 17. Braunschweig 1879. 



6 CAPITOLO PRIMO 



una lingua non può essere tanto pieghevole da ammettere 
interpretazioni cosi differenti. 

Nei passi succitati noi vediamo, per cosi dire, umanifì- 
cato il Creatore. Noi apprendiamo ch'egli dipende dal tempo, 
impiegando nella creazione sei giorni, quasi che fosse stato 
incapace di farlo in un attimo. E nel settimo giorno ce lo 
fanno apparire stanco e costretto a riposarsi. Di più, egli 
sembra inconscio della sapienza e potenza sua, imper- 
ciocché rivede di tratto in tratto le opere sue, per correg- 
gerle se fosse necessario, ed è anche accessibile al penti- 
mento [1]. Quando leggiamo: « Ed Iddio vide che ciò era 
buono » noi dobbiamo ritenere, eh' e^Yi rivedesse e giudi- 
casse le opere sue, e si compiacesse di sé medesimo. Que- 
sta tendenza di personificare ogni cosa noi non la troviamo 
soltanto nella Genesi, ma era propria di tutti i popoli an- 
tichi. Il De Gubernatis [2], ad esempio, ci fa conoscere che 
i Germani attribuivano alle piante una personalità affatto 
umana. 

Da queste considerazioni generali venendo a delle spe- 
ciali, noi vediamo che le piante furono create nel terzo 
giorno, prima adunque del sole, della luna e delle stelle, 
che apparvero nel quarto giorno. Ma è difficile il compren- 
dere, come le piante potessero vivere senza il calore che 
il sole reca alla terra. Di più, é ormai constatato che molte 
piante non danno semi senza T intervento degli insetti. La 
Bibbia non dice espressamente, quando questi animali sieno 
stati creati; ma, a giudicare dal libro della Genesi, è ra- 
gionevole ammettere la loro apparsa nel quinto o sesto 

[1] Vedi Genesi, cap. VI, versi 6 e 7. 

[2] La Mythologie de$ Plantes^ pag. xxix. Paris 187». 



LA CREAZIONE SECONDO LA BIBBIA 



giorno, il quale concetto non sarebbe giusto, appunto per- 
chè nel frattempo molte piante, e precisamente quelle che 
hanno bisogno dell'opera degli insetti per dare semi, si sa- 
rebbero estinte. 

Secondo la Bibbia, non soltanto gli animali selvatici, ma 
eziandio i domestici sarebbero stali creati direttamente. 
Nel sesto giorno « Iddio fece le fiere della terra, secondo 
le loro specie; e gli animali domestici, secondo le loro spe- 
cie. » Quest'asserzione non s'accorda colle nostre cognizioni 
sugli animali domestici, i quali certamente discesero da 
forme selvaggie. Fu V uomo che seppe dapprima amman- 
sare gli animali selvaggi, li rese poi domestici, e li perfe- 
zionò colla scelta inconscia o metodica degli individui mi- 
gliori, ossiano quelli che meglio corrispondono ai suoi 
interessi, od alle sue idee di bellezza od anche semplice- 
mente ai suoi capricci. Vi fu un tempo, in cui l'uomo non 
possedeva animali domestici; il primo animale, che venno 
reso tale, fu il cane; gli altri apparvero più tardi. Di molto 
razze noi conosciamo esattamente la storia, conosciamo 
quindi la loro origine, le modificazioni che subirono, e come 
e quanto si diff*usero; e razze domestiche si formano di 
continuo sotto ai nostri occhi. 

Un'altra osservazione merita di essere fatta in questo 
luogo. Secondo la Bibbia gli animali domestici sarebbero 
stati creati prima dell'uomo. È vero che questo e queUi fu- 
rono creati nel medesimo giorno, il sesto; ma degli ani- 
mali domestici parlasi nei versi 24 e 25, e dell' uomo nel 
verso 26, il quale incomincia colle parole: «Porlddio disse, 
Facciamo l'uomo. » Ora è chiaro per tutti che non vi pos- 
sono essere animali domestici senza l'uomo, e che i mede- 
simi, abbandonati a sé stessi, non potrebbero vivere, per- 



CAPÌTOLO PRIMO 



che soggiac [iicrol'hero ni loi-o nemici, niili ngi'iili nlmo- 
starici, ed in cerio roginni ed epodi? anche alla l'arno [1]. 

K nella natura di liilli i popoli, che ?^i Irovono noirinfan- 
zia-, di personificar.'' lo, cau^^e ignote, e di nllrij)uii*(! Torigino 
delle cose a degli esseri divini. In tal molo trova:i:) spie- 
gazione le leggende dei vni'ii paesi, e le idee esi>'>^t-.- ncdla 
Genesi appariscono cosi resi)ressione naluraL.' del nostro 
meccanismo iisicologico. Lo scienza posiliva. come vedremo 
nel corso di (]ueslo libro, non conferma tutte quelle idee; 
ma fu già un gran passo, in ({iiei tempi e fra 'jiiei popoli, 
aver sollevato il quesito sull'origine del hiondo, 0*1 aver 
ordinata in una determinata serie rap]»nrsa ilegli organismi 
secondo la loro perfezione. Infatti, secondo la Genesi, ap- 
parvero dapprima le piante, poi i pesci, poi gii nccelii, poi 
i rettili, poi i mammiferi e da ultimo Tuomo. Noi non sa- 
remo d'accordo colla Bibbia, che pone l'apparsa degli uc- 
celli davanti a quella dei rettili, né saremo con lei nel con- 
siderare le balene come i)esci: ma coiesl;' sono inesattezze 
perdonabili per que' tempi. Evidentement.^ nel 2 '^ verso, 
dove ò detto: Producano le acque copirìsamente rettili, si 
vogliono significare i pesci, che la Genesi chiama rettili 
acquatici, tra cui nel 21° verso annovera le balene, di fronte 
ai rettili terrestri, di cui ò parola nel 21° verso. 

Questa teoria della diretta creazione degli organismi fu 
non solamente dal volgo, ma ezian.lio dagli scienziati, ri- 
conosciuta per vera ed intangibile durante molti secoli. A 



[li Un breve giudizio intorno olla (.-osmo.iionia mosaiea trovasi nel 
libro di Huxley : Jn America gchaltene iciss. Vortrdrjc, pag. 15 e se- 
guenti; ediz. tedesca, Braunscliwcig 1S79. Huxley la cliiama 1* ipotesi 
del Milton, ma è meglio chiamare le cose pel loro vero nome» 



LA CREAZIONE SECONDO LA niBBL\ 



ciò hanno contribuito Tautoritò, in cui erano tenute It» sa- 
cre Scritture, che dicevansi inspirate da Dio; il misero stato, 
in cui sono giaciute lungamente le scienze naturali; e qual- 
che poco anche il t3rrore proJotLo dalla santa Inquisizione 
e dai roghi. Ma poscia si vide che quella non era una teo- 
ria scientifica, poiché tagliava il nodo anziché scioglierlo. 
Se noi domandassimo ad un fisico una spiegazione sull'ori- 
gine del lampo, ed egli ci dicesse che Dio lo pro.luce, ben 
pochi potrebbero astenersi dal sorridere a tale risposta; nò 
i fisioloai si arrestano alla mistica credenza di Avicenna. 
S3condo cui il parto avviene a tempo stabilito per la grazia 
di Dio, ma studiano, osservano e fanno sperimenti i)er tro- 
vare la causa del parto, ed in mancanza di risultati certi, 
mettono innanzi delle ipotesi più o meno plausi) )ili, come 
fecero il Brown-Séquard, il dott. Tommaso May e più re- 
centemenle il dott. Marcellino Maggia. 

Dopo r abbandono della teoria della creazione ne sorse 
un'altra, quella dell'evoluzione, la quale da un infimo e sem- 
plicissimo organismo, apparso in epoca remota, fa discen- 
dere per lenta e graduata trasformazione tutto quella quasi 
infinita serie di piante e di animali, che abitarono ed abi- 
tano la nostra terra. Questa teoria, proposta ne* suoi fon- 
damenti da Lamarck, perfezionata e resa popolare da Carlo 
Darwin, si diffonde rapidamente nel mondo scientifico, e 
mentre diminuisce ognora più il numero de' suoi avversari, 
cresce quello de' suoi sostenitori, i quali non si limitano a 
seguire le pedate dei fondatori, nò giurano « in oerba ma- 
^ìstri; » ma la perfezionano nel crogiuolo dell'esperienza e 
dell'osservazione. 

La teoria dell'evoluzione non sarà l'ultima parola delle 
scieni© positive; si può dire con Trezza che una teoria 



iO CAPITOLO PRIMO 



cosi complessa non balza d' un tratto dallo spirito umano 
come Pallade dal cervello di Giove. Forse ed anzi proba- 
bilmente essa è soggetta ad una legge anche più generale, 
che non conosciamo e che solo ulteriori studi ci condur- 
ranno a discoprire. 

Agli evoluzionisti è spesso fatto il rimprovero di negare 
resistenza di Dio. Ma quello che in realtà sostengono si è, 
che il naturalista deve spiegare i fenomeni colle sole forze 
naturali, senza chiamare in sussidio una potenza soprana- 
turale che agisce di proprio arbitrio. Chi introduce quest'ul- 
tima potenza nelle discipline naturali, toglie loro il carat- 
tere di scienze, e le converte in mitologia. A questo pro- 
posito ripeterò quanto dissi in altra occasione [1]: « Chi 
ammette la discendenza di tutti gli organismi da un' unica 
cellula, esistita in tempi assai remoti, ha ancora un vasto 
campo per la fede, credendo alla creazione di quella prima 
cellula fornita di un si potente impulso allo svolgimento. 
E chi quest'unica cellula fa scaturire, per generazione spon- 
tanea, dal regno inorganico, può ancora sollevare il quesito 
della origine della materia bruta, che la scienza non seppe 
finora risolvere. Certo è che la teoria dell'evoluzione, sia 
in generale estesa a tutti gli organismi, o particolarmente 
ristretta all' uomo, può stare disgiunta dall' ateismo. » Un 
concetto simile espresse recentemente il Carrau [2]. Egli 
disse: « È in realtà difiScile concepire un Dio, il quale in- 
tervenga direttamente tutte le volte che una nuova specie 
apparisce sul globo, comportandosi come un operaio che 



[1] Prime nozioni di Antropologia, Manuale Hoepli, pag. 144. Mi- 
lono 1878. 
fi] Études sur la théorie de Veoolutiont pag. xiv e xv. Paria 187». 



LA CREAZIONE SECONDO LA BIBBL\ U 



ritocchi di tratto in tratto il suo Javoro per renderlo più 
perfetto; noi troveremmo più abile colui che fino da prin- 
cipio ponesse nell'opera stessa le condizioni necessarie per 
un ulteriore perfezionamento. » 

A molti sembra che la teoria deirevoluzione non sia ali- 
bastanza matura per essere esposta, nemmeno nei suoi fon- 
damenti, nelle scuole, siano secondarie o primarie. Cosi al 
professore Targioni-Tozzettì [1] era parso nel 18G9, che in 
un compendio di zoologia ed anatomia comparata, destinato 
pegli allievi delle nostre università, non doveva trattarsi 
dell'origine delle specie e particolarmente dell'uomo, es- 
sendo questi argomenti, in cui a suo parere, fa d'uopo im- 
piegare molta temperanza e che « in tutt' altro luogo, con 
altra dottrina si possono trattare e risolvere, e che tutto 
al pili è lecito di proporre come oggetto di attenzione agli 
studiosi di questo grado. » Queste parole pronunciate da un 
naturalista eminente nella capitale del Regno m'aveano fatto 
nascere il sospetto, che nella nostra Italia si volesse falci- 
diare la libertà dell'insegnamento, e quantunque al Targioni 
mi legassero vincoli di alta stima e di amicizia, non potei 
trattenermi dall'indirizzargli alcune parole di risposta. Tra 
le altre cose gli dissi [2] : « Se queste grandi questioni, che 
mettono una vera rivoluzione nella scienza, non si espon- 
gono nelle università, dove, domando io, devono esporsi? 
Dove la futura generazione dovrà averle conosciute, se non 
negli atenei, per poterle poi risolvere in un senso o nel- 
l'altro? » 



ti] V. Annuario scientifico industriale del 1869. Relazione sulla zoo- 
logia. 

[21 V. La zoologia odierna nella Scienza del popolo. Ser. II, voi. V» 
p. 33. Milano 1S70. 



12 CAPITOLO PRIMO 



Da queirepoca in poi la teoria deirevoluzione lia fatto 
dei prò gressi giganteschi, e molti de' miei colleglli Thanno 
accettata e danno alle loro lezioni il moderno indirizzo. Ma 
mentre gli uomini della scienza accolsero con favore que- 
sta teoria, alcuni poeti, letterati e filosofi hanno cercato di 
farla apparire ridicola. A colesti giudici affatto incompe- 
tenti, noi dobbiamo dire: Sutor, ne ultra crepidam! Non 
basta nella nostra questione, conoscere le regole della lo- 
gica; conviene ancora avere una esalta conoscenza dei fatti, 
su cui le nostre conclusioni poggiano, e per avere questa 
conoscenza è necessario aver dedicato molti anni allo stu- 
dio delle scienze naturali. Nò basta avere la frase pronta, 
bella ed arguta, poiché noi non facciamo raccolta di detti 
più o meno spiritosi; ma invece andiamo alla ricerca del 
vero col nostro metodo razionale e positivo, e con tutti quei 
mezzi che le recenti scoperte hanno messo a nostra dispo- 
sizione. Quando un uomo come Niccolò Tommaseo, che fu 
da tutti amato pel suo patriottismo, e destò Fammirazione 
generale per la sua operosità, il suo ingegno e le opere 
letterarie, scrisse il suo libro L'uomo e la scimmia, non si 
poteva non essere contristati nel vedere tal'uomo fare si 
meschina mostra di sé. Anche le Muse vollero lanciare il 
loro dardo contro la dottrina deirevoluzione; ma occorre 
ben altro che qualche verso per abbattere una teoria che è 
ormai profondamente radicata nell'animo dei naturalisti [1]. 

Una polemica seria fu recentemente impegnata al con- 
gresso dei naturalisti e medici, tenutosi a Monaco nell'au- 
tunno del 1877, fra Vischow e Haeckel. Il primo sosteneva 



[1] V. ad esempio, G. Prati: Psiche, Conferenza di Museo, pag. 119 
Padova I87a. 



LA CREAZIONE SECONDO LA BIBBIA i::ì 



ridea, che nelle scuole, tanto primarie come universitarie, 
nulla dovesse insegnarsi che non fosse assolutamente certo ; 
e che soltanto la scienza oggettiva, affatto sicura, dovesse 
dai maestri trasmettersi agli scolari. Il Virchow ammetteva 
la libertà della ricerca, ma non quella deirinsegnamento. 
Questa politica pedagogica conduce naturalmente alla con- 
clusione, che la teoria evoluzionista non debba insegnarsi 
nelle scuole. Contro tale modo di vedere, che ebbe il plauso 
soltanto di alcuni giornali clericali, sorsero parecchi uomini 
eminenti della Germania, fra cui Haeckel [1] e più tardi 
Oscar Schmidt [2]. 

Non é diffìcile provare, che se si dovesse insegnare sol- 
tanto la scienza oggettiva, ossìa ciò che è assolutamente 
certo, le più belle scoperte delFumanità resterebbero igno- 
rate. La teoria della gravitazione, fondamento della mecca- 
nica, non dovrebbe insegnarsi, perchè una semplice ipotesi. 
I fenomeni delFelettricità e del magnetismo si spiegano col- 
ripotesi dei fluidi elettrici o delle materie imponderabili; 
Tottica riposa suiripotesi deiretere luminoso, la chimica 
sulla teoria atomica, ecc. ; per cui Tinsegnamento si ridur- 
rebbe, secondo il Virchow^, ad una descrizione di oggetti o 
ad un racconto di fatti e di fenomeni, la cui spiegazione col 
mezzo delle ipotesi o teorie sarebbe proibita. Cotesto sa- 
rebbe un insegnamento ben poco efficace, ed il progresso 
stesso delle scienze sarebbe in tale guisa reso quasi im- 
possibile. 

Se colle esigenze del Virchow i naturalisti si trovereb- 



[1] Le preuoes da Tran^ormisme, répons a Vù'chow, pag. 79 e seg. 
Paris 1879. 
[2J V. Auslandf 26 novembre 1877. 



i 



14 CAPITOLO PRIMO 

bepo male, gli altri scienziati sarebbero in un impaccio an- 
che maggiore. Che resterebbe della storia, della linguistica, 
delle scienze politiche e del diritto, se le lezioni dovessero 
limitarsi soltanto ai fatti che sono assolutamente certi? La 
filosofìa poi dovrebbe essere affatto bandita dalle scuole. 

Ma dove il celebre Virchow tocca il ridicolo, si é nelle 
seguenti parole che trascrivo dalla traduzione francese di 
Jules Soudry: « Toute tentati ve pour transformer nos pro- 
blèmes en propositions dogmatiques, pour présenter nos 
hypothéses comme le fondement de Tenseignemente, la ten- 
tativo, notamment, de deposséder TÉglise et de remplacer 
simplement son dogme par une rehgion de la descendance, 
est condamnée à échouer, et, dans son naufrago, elle ferait 
courir les plus grands périls à la situation qu'occupe la 
science. » Il Virchow dunque raccomanda Tantico canone ; 
Initium sapentice timor Domini, e vuole che il dogma sia 
il fondamento della scienza. Ben altrimenti si pensa in Ita- 
lia, e per non andare per le lunghe, basti citare le seguenti 
parole deirillustre Cantoni [1]: « Non c'è scampo: la scienza 
rinnega sé stessa, e sì spoglia d'ogni dignità, quand'essa si 
ripara all'ombra del dogma, o quando fa ricorso al sovra- 
naturalismo. Dal punto di vista della civiltà fu certo un'acuta 
f^en lenza questa del Kant: colla morte del dogma comincia 
ad aver vita la morale. Ma io soggiungo, profittando di 
un non meno profondo concetto del Galileo: colla morte 
del dogma comincia ad aver vita la scienza. » 

Haeckel [2], rispondendo alle parole del Virchow sopra 
citate, osserva argutamente, che in quella guisa l'insegna- 
ci] Giovanni Cantoni: Scicjiza e religione, pag. 8, Milano 4869. 
[2] Les preures da Tran^formismc, png. iOi. Paris 4879. 



LA CREAZIONE SECONDO LA BIBBIA 15 



mento dell'avvenire sarebbe assai semplificato. Infatti il 
dogma della Trinità potrebbe essere il fondamento della 
matematica, il dogma della risurrezione della carne il fon- 
damento della medicina, il dogma deirinfallibilità il fonda- 
mento della psicologia, il dogma deirimmacolata concezione 
la base della teoria intorno alla generazione, il dogma del- 
rimmobilità del sole il fondamento dell'astronomia, e il dogma 
della creazione della terra, degli animali e delle piante il 
fondamento della geologia e della filogenesi. 

Virchow ha torto. La teoria deirevoluzione deve essere 
insegnata in tutte le nostre università, perchè senza di essa 
non è possibile intendere le forme ed i fenomeni che ci 
presenta la natura organica. Perfino gli studenti dei licei 
e degli istituti tecnici possono essere preparati ad udire con 
profitto negli atenei quella dottrina. Relativamente alle in- 
fime scuole, sarebbe già un progresso, se non si espones- 
sero idee mistiche che ottundono Tintelletto, né gli evidenti 
errori che vennero fino a noi dalle generazioni passate. 



CAPITOLO II. 



INSUFFICIENZA ESPLICATIVA DELLA TEORIA DELLA CREAZIONE. 



Gli antichi popoli vedevano dappertutto il mistero. II dot- 
tor Diimichen [1] ci racconta che per gli antichi Egiziani le 
origini del Nilo erano un sacro mistero, intorno a cui cre- 
devano di ottenere una spiegazione soltanto dopo la morte : 
essi confinavano quelle sorgenti nell'altro mondo, ed erano 
persuasi che fossero visibih solamente per gli Dei. La mi- 
tologia greca e romana abbondano di fatti misteriosi, e non 
ne va esente nemmeno il cattolicismo. Ma oltre i misteri 
portati dalle mitologie e dalle religioni, ve ne hanno degli 
altri meno conosciuti, i quali scaturiscono dalla teoria della 
creazione ed ai quali rivolgeremo ora la nostra attenzione. 
Mi limiterò ad esporne alcuni dei più salienti, quelli che 
misero in discredito quella teoria e condussero a far con- 
cepire e diffondere l'opposta dottrina deirevoluzione. 

1. Affinità degli esseri organici. — È un fatto da lungo tempo 
riconosciuto che i membri di un dato gruppo organico pre- 
sentano tra di loro delle affinità maggiori o minori, ed è 



[1] Geschichte des cdten Aeyyptens, pog. 2, 1878, in Oncken's AUge- 
meine Geschichte in Einzeìdarfftellunr/en. 



INSUFFICIENZA ESPLICATIVA DEL!..\ Tl-OHIA, ECC. 



uno dei compiti più importanti liell'onatomia cuinporata di 
scoprire questi punti di contatto e stabilire lo cosi dettò 




omologie. Prendiamo un esempio. L'arto superiore dell'uomo, 

Testremità anteriore di un quadrupede, l'ala del pipistrello 

l a teoria di Darwin. 8 



18 CAPITOLO IL 



e deiruccello, e le pinne pettorali dei pesci sono parti che 
tra loro si corrispondono anatomicamente, sia perchè ap- 
pese tutte alla cinta scapolare, sia perchè in tutte si rin- 
vengono le medesime parti fondamentali. Si tratta in que- 
sto caso di parti omologhe. Del pari può dimostrarsi che 
la vescica natatoria dei pesci è un organo omologo del pol- 
mone dei vertebrati superiori, e molti altri esempi di que- 
sto genere potrebbero essere citati. 

Coteste somiglianze sono un mistero per i propugnatori 
della diretta creazione, e non potendole spiegare, si cercò 
(li coprire Tignoranza con dei vocaboli. Si parlò quindi di 
un'affinità che non aveva nulla a che fare colla parentela, 
ai parlò di omologie e della unità di tipo; ma si lasciava 
sempre margine alla domanda, quale più profondo signifi- 
cato avessero cotesta affinità, queste omologie e l'unità di 
tipo. Taluno pensava che il Creatore avesse davanti a sé 
tanti schemi quante sono le serie degli organismi, e nelle 
opere sue mantenesse intatti questi schemi, facendone va- 
riare soltanto i dettagli, ad un dipresso come farebbe un 
pittore che lavora intorno ad un abbozzo; ma in tal guisa 
si abbassa il Creatore, ponendolo a livello dell'uomo. 

Alcuni autori, e tra essi recentemente il Bianconi [1], 
hanno sostituito all'omologia ed all'unità di tipo un altro 
vocabolo, la necessità meccanica; ma il problema non fu 
sciolto. Ognuno sa che gli organi sono conformati in modo 
(la servire allo scopo, cui sono destinati, e che perciò sono 
costruiti secondo le leggi della meccanica, e chi noi sapesse 
credesse, ne trova delle buone prove nel citato libro del 

[1] La théorie Dariclnienne et la CréaUon dite fndépendante, p. 23 
25, ecc. Bologne i874, 



INSUFFICIENZA ESPLICATIVA DELLA TEORIA, ECC. 19 



Bianconi ; ma rimane sempre aperta la domanda, per quale 
via sia stata raggiunta questa relativa perfezione. Ciò che 
-può essere avvenuto in due modi, o per diretta creazione 
o per lento e -successivo sviluppo. La questione incomincia 
dove il Bianconi finisce. E come il Bianconi invoca un Crea- 
tore che conosce a perfezione le leggi meccaniche, dal no- 
stro punto di vista può rispondersi, che precisamente per- 
ché la struttura generale più utile, ad esempio dei Verte- 
brati, si è quella che meglio s'accorda colle leggi mecca- 
niche, relezione naturale, di cui in seguito parleremo, do- 
veva produrla e conservarla a preferenza di ogni altra. 
Accettando quest'ultima spiegazione noi avremo preferito 
un concetto scientifico, appoggiato a migliaia di altri fatti, 
ad un' idea mistica. 

Ma il Bianconi, ed altri con lui, non credono possibile un 
lento svolgimento, perché pongono il dilemma seguente: 
un'asta, o è sufficientemente appoggiata, e sta: o non é 
appoggiata abbastanza, e cade. Questo giusto dilemma, ap- 
plicato alla nostrtì teoria dell'evoluzione, significa: un ani- 
male, o é adattato alle condizioni di vita in cui si trova, e 
vive; o non é adattato, ed allora o si trasforma o muore. 
.Se un' asta non è bene appoggiata, essa può cadere, ma 
noi possiamo anche rimediarvi col dare al terreno, su cui 
poggia, od al fulcro, che la sostiene, una giusta inclina- 
zione. Cosi negli animali. Se essi si trovano in cambiate 
condizioni di vita, non muojono necessariamente, ma vi si 
possono adattare; l'estinzione sarà peraltro tanto più pro- 
l»abile, quanto più saranno stati rapidi e grandi i cambia- 
menti delle condizioni di vita. Ma sapendosi che la natura 
procede in regola a grado a grado e senza salti, ne viene 
che in generale alle specie non è tolta la possibilità di adat- 



JO -CAPITOLO IL 



lamento, a meno che fiueste non sieno di una eccezionale 
inflessibilità, o non venga richiesto, colla accumulamento, 
tale un insieme di modificazioni che non s'accorda col re- 
sto dell'organismo. Cosi gli arti anteriori del canguro pos- 
sono essersi impiccioliti lentamente, mentre s'ingrandivano 
i posteriori; ed il collo della giraffa putS essersi fatto lungo 
a grado a grado. Ma questo collo non può allungarsi al- 
l'infinito, perché molte altre parti del corpo dovrebbero mo- 
dificarsi insieme, e l'animale non ne ritrarrebbe un van- 
taggio proporzionato. 

2. Il perfezionamento degli organismi. — Nessuno, che conosca 
la paleontologia, ha negato questo progresso dell'organizza- 
zione avvenuto dai tempi più antichi fino ai nostri. Ogni 
epoca geologica segna un progresso di fronte a quelle che 
l'hanno preceduta. Qui poco importa di stabilire, se questo 
progresso sia avvenuto lentamente e gradatamente, oppure 
di repente, come vogliono i sostenitori dei cataclismi, i quali 
ritengono che alla fine di ciascun' epoca gli organismi fu- 
rono distrutti, e che nuovi e più perfetti vennero creati al 
principio dell'epoca successiva [1]. Per vero dire, questa 
teoria dei cataclismi, che ricorre di continuo al Deus ex 
machina, è abbandonata quasi da tutti, dopo che il Lyell 
ne ha dimostrata l'insussistenza ; ma quand'anche la si am- 
metta, il progresso dell'organizzazione è cosi evidente che 
non può essere posto in dubbio. La Genesi stessa lo am- 
mette, e chi ponga in serie l'erba minuta, gli alberi frutti- 
feri, i pesci, gli uccelli, i rettili, i mammiferi e l'uomo, non 



[1] Questa teoria ebbe due potenti sostenitori nel Cuvier e neU*Agas- 
siz; anzi il primo di essi fu quello che la introdusse nella scienza. V. 
In proposito dott. Gustav Jaeoeb, Zoologische BriefCt p. 37 e seg. 187C. 



INSUFFICIENZA ESPLICATIVA DELLA TEORIA, ECC. 2t 

potrà non vedervi una serie ascendente, nella quale soltanto 
gli uccelli occupano un posto troppo basso. 

Pei propugnatori della teoria della creazione questo pro- 
gresso costituisce un mistero. Se si ammettono i cataclismi, 
questo fare e diéfare del Creatore riesce inesplicabile, dap- 
poiché non deve supporsi ch'egli possa pentirsi dell'opera 
sua. Ne può dirsi ch'egli, onnisciente ed onnipotente com'è, 
non abbia saputo o potuto creare fino da principio gli or- 
ganismi più perfetti. 

Questa questione del progresso non è però cosi semplice, 
come sembra a prima vista, giacché anche al presente esi- 
stono organismi che sia nei due regni, animale e vegetale, 
sia nelle singole classi o negli ordini ó nelle famiglie di 
questi regni, occupano un posto gerarchico molto diverso, 
cosi che alcuni stanno sugli infimi gradini, altri su gradini 
più elevati, e cosi di seguito fino a quelli che si trovano 
all'apice di un determinato gruppo. L'organizzazione, per 
cosi dire, si spinge a perfezione sempre maggiore colla sua 
cima principale, che oggi nel regno animale sarebbe l'uomo, e 
colle sue vette subordinate; ma per ciò non scompariscono 
gli esseri inferiori, quando sono adattati alle condizioni, nelle 
quali vivono. Noi possiamo paragonare l'organizzazione ad 
un albero, il quale si eleva sempre più col suo tronco e 
co' suoi rami, senza che periscano le parti più basse, os- 
sia più vicine a terra; avviene anzi spesso che da queste 
parti spuntino nuovi germogli e crescano prosperosi. 

Né sarebbe giusta la conclusione, che le specie dei gruppi 
bassi debbano essere assai antiche, essendo bensì antico il 
gruppo, mentre le specie odierne possono essere di origine 
più Q meno recente. Cosi é certo che i primi animali, ap- 
parsi 8tlla superficie del globo, appartenevano alla serie dei 



2t CAPITOLO IL 



Protozoi ; ma le prime specie apparse sono da lungo tempo 
estinte. Una o più di quelle specie diedero origine ai Ce- 
lenterati, come ce lo provano i casi meravigliosi di meta- 
genesi che si riscontrano in questa serie; le altre perpe- 
tuarono il loro tipo, tramutandosi e progredendo fino ai 
giorni nostri. Vi sono però nella fauna odierna delle specie 
che sembrano di altissima antichità, perchè racchiudono 
in sé i caratteri di gruppi diversi e molto distinti; ciò di- 
casi, ad esempio, deirilm/)/i/oa?MS,^che collega insieme i mol- 
luschi ed i pesci, o déìVOrnithorynchus, che costituisce una 
forma di passaggio tra gli uccelli ed i mammiferi; e molti 
altri esempi consimili potrebbero citarsi. 

3. 1 fenomeni dello sf ìluppo. ^ Tutti sanno che gli animali non 
si formano di primo acchito coi loro caratteri definitivi, ma 
percorrono una serie di cambiamenti ora più ed ora meno 
profondi prima di raggiungerli. Perché quest'indugio, o que- 
sta preparazione? La teoria della creazione non sa rispon- 
dere a tale domanda. Noi siamo del resto tanto abituati a 
questo andamento delle cose che non vi pensiamo nemmeno, 
ma saremmo assai sorpresi se in qualche caso lo sviluppo 
avesse a mancare. 

Ma v'ha di più. Gli animali nel loro sviluppo partono da 
forme assai basse, assumono poi quelle di animali vieppiù 
elevati, finché raggiungono la loro propria. Per dare un 
esempio molto semplice, la rana, allo stato di girino, è cau- 
data come i tritoni che le sono sottoposti nella scala zoo- 
logica, e soltanto allo stato perfetto è anura. Esempi più 
interessanti ci fornisce la metagenesi degli animali, cosi la 
medusa assume dapprima le forme di un infusorio, poi 
quelle di un polipo idroide, e da ultimo le sue proprie. La 
zoologia ci fornisce molti altri esempi di tale natura. 



INSUFFICIENZA ESPUCATIVA DELLA TEORIA, ECC. 23 



Si può quindi asserire che ogni animale percorre, nel 
suo sviluppo, degli stadii che rappresentano lo slato nor- 
male e permanente di animali che gli sono sottoposti. E 
questa somiglianza non è limitata soltanto alla forma 
esterna, ma si estende a tutti gli organi. Un bell'esempio 
ci fornisce il cuore dei mammiferi, il quale dapprima è 
un semplice sacco, come quello di alcuni molluschi infe- 
riori; poi si curva ad S e si divide in tre cavità, come 
quello dei pesci; più tardi ancora assume la composizione 
di quello degli anfibi, e solo da ultimo diventa cuore di 
mammifero. Questo e tutti i fatti simili sono altrettanti 
misteri pei propugnatori della teoria della creazione. Ai 
quali noi possiamo domandare, perchè Dio non crei ogni 
individuo animale e vegetale direttamente, ad un dipresso 
come, secondo la Genesi, creò il primo uomo e la prima 
donna. Di certo la potenza non gli manca, né gli può 
venire meno il tempo. 

Qui devesi citare un altro fatto che riesce misterioso ai 
sostenitori della teoria della creazione, e che si collega in- 
timamente collo sviluppo degli animali. Ed è questo, che i 
giovani di specie affini sono tra loro assai somiglianti. Si 
potrebbero citare molti esempi in appoggio di questa as- 
serzione, ma mi limito ad uno solo, quello degli araneidi. 
I giovani di questi animali sono generalmente inclassifica- 
bili; tanto è ciò vero, che gli araneologi non soglion nem- 
meno raccoglierli. I caratteri specifici, nel massimo numero 
dei casi, devono essere tratti dai palpi dei maschi o dal- 
Tepiginio delle femmine, quando gli uni o le altre sono in 
istato di perfetta maturità; questi organi non sono bene 
sviluppati negli indivìdui giovani, e quindi è resa impossi- 
bile la loro classificazione. Chi ammette la diretta crea- 



21 CAPITOLO IL 



zione, non sa spiegarci, come possa avvenire che due specie 
differiscano Tuna dalFaltra soltanto nell'età adulta. 

Un altro fatto, affine al precedente e del pari inesplica- 
bile pei sostenitori della diretta creazione, ò la grande so- 
miglianza delle femmine in alcune specie, i cui maschi 
differiscono assai tra di loro. A questo proposito io posso 
citare l'esempio del genere Dermaleichus tra gli acari. Sia 
che si consultino le descrizioni e le figure che ha dato 
(l. L. Koch [1] delle varie specie di quel genere, o quelle 
che trovansi nella monografìa del Bucliholz [2] sul genere 
medesimo, o si legga la descrizione ch'io ho dato recente- 
mente [3] di alcune nuove specie ìidA'mne dì Dermaleichus ; 
in tutti questi lavori si rileva che le femmine differiscono 
tra loro assai poco, mentre i maschi sono tra loro ben di- 
stinti. Il Buchholz ha dato una chiave analitica per la clas- 
sificazione delle specie, giovandosi unicamente dei caratteri 
offerti dai maschi. Chi respinge la teoria dell' evoluzione, 
non può sciogliere questi problemi altrimenti che colle pa- 
role del divino poeta : 

Vuoisi cosi colà, dove si puote 

Ciò che si vuole, e più non dimandare. 

4. I rudimenti. — Tanto nel regno vegetale che nell'animale 
esistono degli organi rudimentali, i quali sono incapaci a 
compiere una qualsiasi funzione, e la cui presenza è ine- 
splicabile pei propugnatori della teoria della creazione. Su 

[1] Deutschlands Crustocccn, Myriapoden und Àrachnfden. 

[2] Bemerkungen iiber die Gattung Dermaleichus. Dresden 1869. 

L3J Nuove specie italiane del genere Dermaleichus, negli Atti del 
R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, seduta del 14 novem- 
bre 1878. 



INSUFFICIENZA ESPllCATIVA DELLA TEORIA, ECC. 5:5 



di essi chiamò T attenzione il Darwin [1] nella sua opera 
sulForigine delle specie, dove li paragona alle lettere di una 
parola, che si conservano nel compitare, ma non vengono 
pronunciate, le quali tuttavia ci guidano nella ricerca della 
sua etimologia. Io ne trattai più tardi diffusamente in or- 
dine alForigine dell'uomo [2], e più tardi ancora ne parla- 
rono Haeckel [3], Dodel [4] ed altri. Haeckel è tanto per- 
suaso della loro importanza che dice: « Se noi nulP altro 
sapessimo dei fenomeni di sviluppo, noi dovremmo sola- 
mente in considerazione dei caratteri rudimentali ritenere 
per vera la teoria della trasformazione delle specie. » 

Negli embrioni gli organi rudimentali sono assai fre- 
quenti, e spesso scompariscono poi affatto negli animali 
adulti; basta pensare alla presenza di denti nei feti delle 
balene (per esempio Balcena hoops), le quali, quando sono 
sviluppate, non hanno un solo dente nella loro bocca. Del 
pari i nostri vitelli, prima di nascere, possiedono dei denti 
incisivi neirintermascellare, e dei denti canini, i quali non 
perforano mai le gengive [5]. Gli ippocampi giovani, tra 
i pesci, hanno una pinna caudale rudimentale, che manca 
affatto agli adulti. 

Alcuni organi rudimentali sono proprii ad un solo sesso; 



[1] Orìgine delle specie, trad. ital , pog. 402 e seg., 1875. 

[2J Dei caratteri rudimentali in ordine aU' origine deU'uomo; vedi 
Annuario della Società dei Naturalisti di A/o^ena, voi. II, pag.8i-9Q; 
inoltre Origine delVuomo, seconda edizione, pag. 85 e seg. Milano 1870. 

[3] Natùrliche Schòpfungsgeschichte, pagine il, 258. Berlin 1870. . 

14J Die Neuere Schopfungs geschichte, pag. 297. Leipzig 1875. 

L5] V. Darwin. Origine delle specie» trad. ital. p. 402.1875. —V. anche 
la memoria del dott. Gio. Pietro Piana, Ossercazioni intorno alVesi- 
stenxa di rudimenti di denti canini ed incisici superiori negli em- 
trioni boóini ed oeini, Bologna i878. 



CAPITOLO II. 



cosi nell'uomo le marnmelle, le quali, come ognuno sa, non 
compiono alcun uffizio. Del pari l' uomo possiede un utero 
rudimentale, affatto inutile, perchè la donna soltanto con- 
cepisce e porta a maturità l'embrione. L'uomo e la donna, 
secondo la Genesi, essendo stati 
creati separatamente, non si ca- 
pisce perché il primo, contro 
ogni regola di economia, debba 
possedere mammelle ed un utero. 
II verumontanum presenta di 
solito nella sua parte media una 
fossetta d'ordinario molto pic- 
cola, come per esempio nel- 
l'uomo, nei quadrumani, nei 
' chirotleri ed ancora più nei car- 
nivori, la quale rivolge in avanti 
la sua apertura ed indietro il 
fondo cieco. 

Fig. a. Lo studio comparativo ed em- 

App.MtoKi«i^e^ihwm«(hiodibDi«. ],pjojogj(,Q ^iggi; organi genitali 

maschili e femminili ha fatto 
riconoscere in questa piccola fossetta l'organo del maschio 
corrispondente all'utero della femmina, ond'è invalso l'uso 
di chiamarla utero maschile, sebbene da altri sia indicata 
semplicemente col nome di utricolo prostatico o vesci- 
chetta del Weber. In alcuni casi questa fossetta diventa 
un vero tubo od una vera vescica, talora abbastanza volu- 
minosa, ed anche bicorne o duplice, analogamente alla 
forma dell'utero della femmina corrispondente [ij. 




[Ij V, Kole di Anatomia comparata raccolte dalle lezioni del prò 



INSUFFICIENZA ESPLICATIVA DELLA TEORIA, ECC. 27 



Negli animali v'ha un'altra categoria di organi rudimen- 
tali, i quali sono proprii dello stato adulto e di ambedue i 
sessi. Cito, fra molti esempi, gli occhi della talpa, i quali, 
coperti come sono dalla pelle del corpo e dal fitto pelo, non 
servono a nulla. E tuttavia i globi oculari esistono, sostan- 
zialmente conformati come in altri animali che vedono. 
Anche nel proteo, Proteus anguineus, gli occhi sono pic- 
colissimi e nascosti sotto alla pelle. Gli uccelli, come ha 
dimostrato il prof. Atto Tigri, hanno un diaframma rudi- 
mentale. I serpenti hanno rudimentale il polmone sinistro, 
ed in questo stato trovansi talvolta le lorp ali, cosi nel 
Kiwi, Apterix. Gli insetti che vivono in luoghi, dove le ali 
sarebbero inutili o dannose, hanno questi organi rudimen- 
tali o sono atteri; cosi il Wollaston ha dimostrato che delle 
550 specie di coleotteri, che vivono nell'isola di Madera, 
200 sono attere od hanno almeno le ali imperfette, e dei 
29 generi di coleotteri, propri di quest'isola, non meno di 23 
contengono solamente specie attere. Nei cetacei, com'è noto, 
mancano gli arti posteriori ; di essi esiste tuttavia un rudi- 
mento, il quale non serve alla locomozione. Anche gli or- 
gani sessuali sono talvolta rudimentali; cosi negli uccelli, 
ed in certo grado anche nell'ornitorinco tra i mammiferi, 
lo è l'ovario destro, ed in alcuni insetti (per esempio nelle 
api operaie) lo sono ambedue gli ovarii. 

Che r uomo possegga organi rudimentali, è ammesso da 
tutti gli anatomici. Infatti la piega semilunare dell' occhio, 
la parte terminale o cocclgea della colonna vertebrale, e 



fessor P. Panceri da Antonio Della Valle, pag. 291. Napoli 1876. — 
V. anche Hyrtl, Istituzioni di Anatomia dell* uomo, trad. Antonellì, 
pag. 533. Napoli 1871. 



28 CAPITOLO IL 



come ha dimostrato il prof. G. P. Vlacovich, anche certi 
muscoli, trovansi in questo stato. Interessanti, per tale ri- 
guardo, sono gli studii fatti da Darwin e Mantegazza [1] 
sul terzo grosso molare dell'uomo. Il Darwin era disposto 
a credere che questo dento tenda a rendersi rudimentale 
nelle razze umane più elevate. Egli dice che il terzo mo- 
lare è nell'uomo più piccolo degli altri due molari, ciò che 
si osserva anche nel chimpanzé e neirorango, e non avrebbe 
che due sole radici. Aggiunge che esso spunta verso il 17^ 
anno, e tende ad ammalare ed a cadere prima degli altri 
suoi compagni. Nello stesso tempo presenta' maggiori dif- 
ferenze tanto neirepoca del suo sviluppo, quanto nelle sue 
forme. Nelle razze negre invece il dente della sapienza 
avrebbe tre radici distinte, sarebbe abitualmente ben costi- 
tuito e differirebbe nella sua grandezza meno che nelle 
razze caucasiche. 

Il Mantegazza, per sciogliere questo quesito sollevato dal 
Darwin, ha passato in rivista 1249 crani del Museo nazio- 
nale di antropologia di Firenze, ed é giunto a delle con- 
clusioni, tra cui le principali meritano di essere riferite per 
esteso. Sono le seguenti: 

1. Nelle razze inferiori il terzo molare manca assai più 
di raro che nelle razze alte. 

2. L'atrofìa del terzo molare si verifica meno frequente 
nelle razze alte che nelle basse. 

3. Sommando insieme tutti i casi di anormalità che può 
presentare il terzo molare, compresa la massima fra tutte, 
che è l'assenza del dente, troviamo che nelle razze basse 

[Il Archiciò per l'Antropologia e la Etnologia. Voi. Vili, fase. II, 
pag. 2d6. 1878. 



INSUFFICIENZA ESPLICATIVA DELLA TEOmA, ECC. 29 



vi è quasi un numero eguale di denti normali e di anor- 
mali, mentre negli uomini di razze alte V abnormalità è la 
regola, la normalità Teccezione. 

4. I crani antichi, per la deficienza del terzo molare, 
stanno fra i bassi e gli alti di razze moderne. 

5. Quanto al numero delle radici del terzo molare, esso 
non ha alcun rapporto con la teorìa evoluzionista, né col- 
Taltezza e la bassezza del tipo a cui appartiene il dente che 
si esamina. Non è quindi vero, che negli uomini di razze 
alte il fatto più costante sia quello di avere due radici o 
una, mentre negli uomini di razze basse il dente della sa- 
pienza avrebbe sempre tre radici. Invece il fatto più co- 
mune è questo, che tanto gli uomini antichissimi, quanto i 
moderni di razze alte o basse abbiano un terzo molare con 
tre radici. 

6. I denti a quattro radici però sono leggermente più 
frequenti nei crani alti moderni. Vengono poi i moderni 
bassi, infine gli antichissimi. Il caso di due radici è più 
frequente nei moderni alti, vengono poi gli antichi bassi, e 
quasi nella stessa proporzione i moderni bassi. 

L'antropologo fiorentino termina l'interessante sua me- 
moria colle seguenti parole: « Da queste pazienti ricerche 
spicca in tutto il suo splendore la bella divinazione di Dar- 
win, la quale trova nelle mie osservazioni una piena con- 
ferma. Non è quindi un segno temerario il supporre, che 
in un tempo più o meno remoto il terzo molare- possa spa- 
rire dalle mascelle umane. » 

Nell'esempio ora descritto del terzo grosso molare trat- 
tasi di una parte del corpo che è in via di farsi rudimen- 
tale; ma negli animali domestici un simile fenomeno si è 
compiuto quasi sotto ai nostri occhi per effetto della dome- 



30 CAPITOLO IL 



sticità. Vi sono delle razze di cani domestici che portano le 
orecchie erette, altre razze le tengono erette soltanto per 
metà, altre ancora le hanno interamente pendenti. Siccome 
la pendenza dipende, almeno in gran parte, dall'atrofìa dei 
muscoli auricolari; cosi noi vediamo in questo esempio le 
fasi che quel fenomeno percorre. Una cosa analoga osser- 
vasi nei conigli perfezionati, i quali talvolta hanno un orec- 
chio eretto o semi-eretto e Taltro pendente. 

Degli organi rudimentali rinvengonsi non solamente nel 
regno animale, ma anche nel vegetale. Cosi le Labiate 
hanno ordinariamente quattro stami didinami, ma talvolta 
i due più brevi sono abortiti, rudimentali; nella chiarella 
maggiore (Salvia pratensis) questi sono tanto piccoli, che 
appena si vedono ad occhio nudo. Nello spino cervino 
(Rhamnus catharticus) noi vediamo ora perfetti gli stami 
e rudimentale il pistillo, ora perfetto questo e rudimentali 
quelli [1]. Nelle Cucurbitacee, al dire del Dodel [2], oltre i 
fiori unisessuali normali si trovano talora dei fiori erma- 
froditi, in cui gli organi di ambedue i sessi possono essere 
ben sviluppati, oppure soltanto i maschili od i femminili, 
restando più o meno rudimentali quelli dell'altro sesso. , 

5. Le anomalie. — Quando un organo od una parte qualsiasi 
devia dalla sua struttura normale, succede di frequente che 
tale deviazione si compie in guisa da rappresentare lo stato 
normale di altri organismi. Ciò non può attribuirsi al sem- 
plice caso, né possiamo considerare questi fenomeni come 
giuochi della natura. La teoria della creazione é inetta a 
spiegarli, e noi non possiamo comprenderli altrimenti che 



[1] V. Dodel. Neuere Schòpjungsgeschichte, pag. 306. Leipzig 1875. 
12] L. e pp. 307, 308. 



INSUFFICIESZA ESPLICATIVA DELLA TEOBIA, ECC. 31 



colla teoria della evoluzione, la quale ammette una paren- 
tela più o meno stretta fra tutti gli organismi. 

Non è questo il luogo per entrare a fondo nell'argomento; 
il lettore troverà molti esempi nel mio libro La teoria deU 
V Evoluzione [1], qui mi limito a citarne pochissimi, tratti 
dal regno animale e dal regno vegetale. 

Anomalie dell'utero nella specie umana. Se facciamo una 
rivista delle varie forme che presenta V utero nella classe 
dei mammiferi, troviamo quanto segue: 1. L'utero è talora 
doppio; in tal caso ciascun ovidotto termina in un utero, 
ed amendue gli uteri sboccano ciascuno con un proprio 

Fig. 3. — torme di utero: a, doppio; b, bipartito; e, bicorne. 

orifìzio nella vagina. Esempi di questa conformazione ci of- 
frono i marsupiali ed i rosicanti, per esempio i generi Le- 
pus e Seiurus. 2. Altre volte, come nel genere Cavia, le corna 
dell'utero sono inferiormente riunite insieme e sboccano 
con un unico orifìzio nella vagina; esiste però tra le me- 
desime un setto che si estende fino quasi all'orifìzio. È que- 
sto r utero bipartito. 3. In altri casi, come nei carnivori, 
l'utero ò bicorne, ossia è un unico organo portante due 
corna. 4. Infine v'hanno degli uteri semplici, come nelle 

[1] La Teoria dell' Efxtluzione^ esposta ne* suoi fondamenti, pag. 213 
e seg. Torino 1877. 




32 CAPITOLO IL 



scimmie e neir uomo. Ora nella specie umana e per ano- 
malia r utero ò talvolta bicorne; e questo vizio di confor- 
mazione può presentare diversi gradi, poiché la bifìdità in- 
teressa talvolta tutto il corpo deirutero e si arresta soltanto 
al collo del medesimo, ed altre volte non è divisa che la 
parte più alta di quest'origano [1]. 

Come Tutero, cosi anche altri organi sono soggetti a delle 
anomalie che rappresentano lo stato normale di altri ani- 
mali. Ad esempio, dicasi ciò del cuore, e gli anatomici ci 
hanno fatto vedere nell'uomo un cuore bìfido, come nei 
cetacei, un cuore mancante delle valvole eustachiane come 
nei solipedi, un cuore di anfibio e perfino un cuore di che- 
Ionio in persona adulta [2]. 

Pelorla. Molti fatti consimili potrebbero trarsi dal regno 
vegetale; il più interessante e meglio conosciuto è quello 
della Linaria vulgaris, di cui già nel 184G trattò il profes- 
sore A. Cocco [3], e più tardi ne parlarono il Darwin, il 
Dodel ed anche il nostro Massalongo. La Linaria vulgaris 
ha normalmente una corolla irregolare, cosi detta perso- 
na ta; ma talvolta questa corolla si fa regolare, ed è allora 
divisa in cinque parti eguali. Di più, i quattro stami, che 
sono di disuguale lunghezza (due corti e due lunghi), di- 
ventano egualmente lunghi, ed invece deir unico sprone 
normale della corolla se ne sviluppano cinque o perdesi 
anche queir unico. Questo ritorno per anomalia alla rego- 



[11 V. ScANzoNi: Lehrbuch der Geburtshùlfe, voi. II, pag. 31 e seg. 
Wien 1867. 

[2] Cuor di chelonio, Nota anatom. del dott. Ernesto Parona, nella 
Gazzetta medica italiana Lombardia^ ser. 8, voi. Ili, 1877. 

[3] Gabinetto letterario di Messina^ fase. 41. 1810. 



INSUFFICIENZA ESPLICATIVA DELLA TEORIA, ECC. 33 

larità delle parti di un qualsiasi fiore normolmenle irrego- 
lare chiamasi peloria. 

Per chi accetta la teoria dell'evoluzione, questi sono sem- 
plicissimi fenomeni di atavismo, ossia di riversione ai ca- 




ratteri degli avi; chi la respinge, deve rinunziare alla loro 
spiegazione od accontentarsi di frasi vaghe e vuote di si- 
gnificato. 

Noi abbiamo qui imparato a conoscere cinque serie di 
fenomeni che sono inesplicabili colla teoria della creazione; 
è quindi naturale, che questa dottrina perda sempre più 
del suo prestigio, e che l' opposta, quella dell' evoluzione, 
guadagni ogni giorno nuovi aderenti. 



La teoria di Dartoin. 



CAPITOLO III. 



l'elezione artificiale. 



4. llaDiDilferl domestici. 

L'uomo, nei primi tempi della sua esistenza, non posse- 
deva animali domestici. In seguito egli incominciò ad am- 
mansare alcuni di quelli animali selvatici che lo circonda- 
vano, ed a renderseli utili; più tardi ancora egli praticò 
una specie di scelta od elezione, allevando fra i suoi gli 
individui più utili, e procurandosene dei distinti da regioni 
più o meno lontane. Quest'elezione, che in principio fu pra- 
ticata senza prevederne i risultati finali e che quindi è detta 
inconscia, divenne più tardi metodica, ossia veniva eserci- 
tata coir esatta previsione dello scopo, che si voleva rag- 
giungere, continuata per molte generazioni. 

Questa elezione praticata dall'uomo, od artificiale, è detta 
generalmente selezione; ma io non mi servirò di questa 
parola, importata dall'estero, ed impiegherò sempre l'espres- 
sione elezione artificiale, la quale è diversa dalla elezione 
naturale, di cui parleremo più tardi. E farò vedere i ri- 
sultali meravigliosi che l'uomo seppe conseguire col mezzo 
(lell'elczioiie predetta. 



L'ELEZIONE ARTIFICI A LE 35 



Oggi non v' ha allevatore di bestiame che non apprezzi 
Telezioiie «wtifìdale^; io ho fletto parte di parecchi congressi 
di allefvaitori,. %. non conobbi alcun uomo pratico che non 
la raccomafìdasae. Foa. gli scrittori di zootecnia tutti sono 
concordi neir attribuire a lei una gran parte dei risultati 
che furono raggiunti! ia cLuesto ramo dell' umana indu- 
stria [1]. 

L'uomo, co' suoi allevamenti, ha quasi sempre cercato di 
ottenere il maggior utile^ possibile; talvolta però i suoi sforzi 
furono diretti ad ottenevo animali corrispondenti alle sue 
idee di bellezza,, ed altre volte ancora non volle che sod- 
disfare ai suoi capriccL Ma anche in questi due ultimi casi 
v' ha il tornaconto, perchè gli animali belli o interessanti 
per singolari qualità sono venduti a prezzo più alto di 
quelli che non possiedono questi caratteri. Veniamo ad al- 
cuni dettagli. 

Il eavallo. È generalmente ammesso che tutte le razze 
domestiche discendano da un' unica forma primitiva. Ep- 
pure queste razze sono molto diverse. Da un lato noi ab- 
biamo il corsiere inglese, che può dirsi il veltro tra i ca- 
valli, in cui tutta l'organizzazione è fatta in maniera da 
servire alla corsa; dall'altro lato vi sono i cavalli grossi, 
come quelli del Mecklemburgo, atti a trascinare carri pe- 
santi. L' elezione artificiale ha creato con un rozzo mate- 
riale razze innumerevoli, le quali si prestano ai diversi 
bisogni dell'uomo, cosi che possiamo addistinguere cavalli 
da sella, cavalli da carrozza e cavalli da carro, ed in cia- 
scuna categoria possiamo fare ulteriori distinzioni. 

[1] V. l'art. « Trasceglimento * nelle Istituzioni di Agricoltura di 
G. Berti Pichat, voi VI, fase Vili, pag. 479. 1871. 



36 CAPITOLO Ili. 



Questo risultato non poteva certamente raggiungersi in 
breve tempo; ed infatti noi sappiamo che il cavallo è an- 
tichissimo come animale domestico. Il Toussaint [1] fa ri- 
salire la domesticazione del cavallo in Francia all' epoca, 
in cui l'uomo quaternario abitava la stazione preistorica 
di Solutré (Saòne-et-Loire); ma questa opinione non è di- 
visa da Sanson e Goudron [2]. 

Spesso si lodano le razze italiane antiche, molte delle 
quali erano meritamente ricercate ne' tempi andati; ma 
quelle forme non corrisponderebbero ai bisogni odierni. A 
ragione i signori Gregori e Nobili [3] dicono: « Le effigie 
dei cavalli italiani lasciateci dal Vasari e da Giulio Romano 
Qpncordano perfettamente coi disegni dei libri antichi di 
veterinaria e di ippologia, come ad esempio le opere del 
Ruini, del Soyssel, del Garzoni, del Mazzucchelli. A parte 
le tozze figure, hanno proporzioni che oggi nessuno po- 
trebbe ammettere, perchè i bisogni attuali richiedono ce- 
lerità, prontezza nei movimenti più che corpulenza, e basta 
vedere di quali potenti stimoli erano forniti i talloni di quei 
guerrieri e le briglie di quei destrieri per intendere tosto 
quanto poco doveva essere la lena, il coraggio e T agiUtà 
di quegli animali. Noi ci permettiamo di domandare a chiun- 
que abbia l'abitudine di adoperare cavalli, se desidererebbe 
ed apprezzerebbe le incollature, le reni, i garretti, gli stin- 
chi, le pastoie di tali cavalli, e se tali strutture risponde - 

[1] V. Bulletin de la Société d'Histoire naturelle de Toulose, an- 
née Vili, pag. 151. 1873-74. 

[2] V. Bulletin sudd., pag. 173, 174. 1875. 

[3] Relazione intorno alla visita fatta agli stalloni offerti in vendita 
al Governo nel 1877. Annali di Agricoltura, voi. II, pag. dell'estr. 4 e 
seg. 1878. 



L'ELEZIONE ARTIFICIALE SU 



rebbero alle esigenze della odierna società. » Si hanno an- 
che al presente dei cavalli di proporzioni tanto colossali da 
rammentare i cavalli dei nostri monumenti equestri; ma le 
forme odierne annunziano il progresso che la mano intel- 
ligente dell'uomo seppe ottenere, plasmando il cavallo se- 
condo i servizi che deve prestare alla moderna società. 

L'Italia è oggi intenta al miglioramento delle sue razze 
equine, ed il Governo seconda con tutti i mezzi, di cui di- 
spone, questo nobile intento. Taluno vorrebbe raggiungere 
lo scopo colla sola elezione artificiale, scegliendo cioè fra 
le stesse nostre razze quegli individui come riproduttori 
che meglio corrispondono alle nostre esigenze ; continuando 
a seguire tale metodo, si spera di ottenere parecchie razze 
tipiche italiane, adattate ai luoghi in cui saranno sorte len- 
tamente. E per meglio raggiungere lo scopo, si consiglia 
di sostenere l'opera della elezione col buon governo del 
cavallo. Non v'ha dubbio che la elezione possa condurre a 
risultati sorprendenti; ma non si deve dimenticare, che si 
richiedono tempo e razze plastiche. Né il tempo devesi 
contare per anni, ma per generazioni, le quali nella specie 
equina corrispondono a lustri, cosi che occorrono venti 
anni, per vedere gli effetti dei nostri tentativi sopra una 
quarta generazione. È anche necessario possedere delle 
razze che presentino delle variazioni nel modo da noi vo- 
luto, altrimenti non potrebbe farsi una scelta utile, e queste 
variazioni devono trasmettersi con una certa facilità. Ora 
noi abbiamo delle razze pregevoli, ma non tutte sono tali, 
e può dubitarsi se anche le migliori sieno dotate di tanta 
plasticità da rendere sollecita l'opera dell'elezione artifì-^ 
ciale. A tutto ciò aggiungasi che l'elezione non potrà essere 
molto efficace, quando non sia praticata sopra un grande 



CAPITOLO III, 



numero dì individui, la quale condizione rende necessarii 
ampli mezzi economici. L'elezione artificiale può vincere 
tutti questi ostacoli, ma soltanto colla lunghezza del tempo, 
non già perchè il tempo in sé stesso abbia un'azione, ma 
perchè col tempo possono apparire, trasmettersi e fissarsi 
le variazioni volute. 

Per giungere in breve tempo a risultati soddisfacenti, si 
ricorre all'incrocio, il quale, quando è praticato da uomini 
esperti, è un potente mezzo di miglioramento dèlie razze. 
I depositi governativi dei cavalli stalloni hanno lo scopo 
precipuo di agevolare l'incrocio delle nostre cavalle con 
stalloni, introdotti dall'estero, di merito riconosciuto. Ma 
anche seguendo l'incrocio, l'elezione non può essere tras- 
curata; poiché è necessario scegliere le migliori fattrici, e 
di più scartare come riproduttori tutti quei meticci che non 
possiedono i caratteri desiderati. 

Il fatto recente del capitano Salvi, il quale montato sopyra 
una cavalla sarda di nome Leda ha compiuto il viario da 
Bergamo a Napoli in soli dieci giorni, ha esaltato le spe- 
ranze di quegli allevatori che vogliono perfezionare le no- 
stre razze colla sola elezione. A che, essi dicono, introdurre 
stalloni dall'estero, se abbiamo tra noi dei cavalli di una 
resistenza alle fatiche straordinaria? Disgraziatamente si 
seppe poi, che la Leda ha nelle sue vene sangue arabo, 
ed appartiene alla famosa razza araba Hamdanié. Uno stal- 
lone di quella razza, di nome El-hagnab, era stato compe- 
rato da Re Vittorio Emanuele al prezzo di 30,000 lire, e 
poi mandato alla Tanca di Sardegna. La cavalla Leda di- 
scende da El-hagnab [1]. 

[1] V. L'Italia Agricola^ N. 20, pog. 178. i878. 



VELEZJONE ARTIFICIALE :^ 



Alcuni allevatori hanno dato un'eccessiva importanza al: 
foraggio; essi credono che basta nutrire bene ed abbon- 
dantemente i puledri per ottenere ottimi cavalli. Nessuno; 
può negare che il nutrimento agisca suir organismo; ma 
se la qualità, e la ricchezza del foraggio possono aumentare 
la statura e la forza, esse non potranno cambiare alcuno 
proporzioni del corpo, come la lunghezza del collo, o quella 
della pastoia; né faranno variare la forma di qualche parte, 
come, ad esempio, della testa. Si vuol dare grande impor- 
tanza anche all'allevamento; ma questa ginnastica equina, 
debitamente praticata, al pari del foraggio, nel migliora- 
mento delle razze non tiene che un posto secondario, es- 
sendo di prima importanza l'elezione artificiale e l'incrocio. 

Quando si tratta di razze energiche, le quali non hanno 
che piccoli difetti da correggere^ l'elezione può bastare per. 
il miglioramento voluto; ma se le razze sono fiacche ed 
hanno dei grossi difetti, l'incrocio è la via più breve e forse 
anche più sicura che conduce alla meta. È però necessa^ 
rio, che chi si vale di questo metodo, abbia una profonda 
conoscenza delle razze, affinchè sappia scegliere i ripro- 
duttori adattati; di più l'incrocio col medesimo sangue deve 
estendersi a parecchie generazioni, perchè i caratteri ri- 
cercati abbiano tempo di mettere radice nell'organismo. Ed 
è anche desiderabile che in una data regione l'incrocio sia 
praticato in modo simile dagli allevatori per raggiungere 
nn tipo locale uniforme. 

' L'asino, quantunque noa abbia dato origine a molte razze» 
distinte, viene a confermare la potenza dell'elezione artifi- 
ciale nelle altre specie. Questa mancanza di numerose razze 
trova la sua spiegazione in due cnuse diverse, L'una si é^ 
che l'asino non é quasi mai tenuto in mandre numerose^ a 



40 CAPITOLO III 

trovasi invece in singoli esemplari nelle mani di gente po- 
vera, che non possiede né i mezzi di dedicarsi al di lui 
miglioramento, nò avrebbe all'uopo le cognizioni sufficienti. 
L'altra si è, che probabilmente l'asino costituisce una spe- 
cie relativamente poco plastica e variabile, per cui, anche 
se fosse trattato come il cavallo, non darebbe forse i ri- 
sultati, che da quest'ultimo si sono ottenuti. Peraltro con- 
viene ammettere che anche l'asino è suscettibile di miglio- 
ramento, e ne fanno prova le grandi razze orientali, come 
anche le nostre esposizioni, dove si trovano quasi sempre 
degli individui degni di premio. 

Il bue, I buoi domestici, secondo il parere dei naturalisti, 
discendono da parecchie specie selvaggie, e trovansi da 
tempo assai antico allo stato domestico. Un fatto degno di 
menzione che si è osservato in parecchi animali, ed anche 
nei buoi, è un lento ma continuo progresso verso la pre- 
cocità. Né la cosa può sembrarci sorprendente, perchè 
r uomo presceglie, pel suo tornaconto, quelle varietà che 
raggiungono più presto lo stato maturo, e determina cosi 
(iuella precocità che fu osservata tanto dagli uomini pratici 
come dagli scienziati. Il signor Pietrobelli trattò di questo 
argomento al sesto congresso degli allevatori di bestiame 
della regione veneta [1], e fra le altre cose dice: « Non ò 
solo da poco tempo che fu notato l'anticipazione delle rotte 
avvenire più presto di quanto si crede dal volgo degli al- 
levatori e dei pretesi intelligenti, e cioè dopo che perfezio- 
nando certe razze si resero più precoci, perchè il fatto era 



Li] V. Atti del sesto Congresso degli allecatori di bestiame della 
regione oeneta, tenuto in Rovigo nei giorni 29, 30 settembre, i e 2 ot- 
tobre 1877, pog. 43. Padova 1878. 



U ELEZIONE AR TIFICI A LE A 1- 



noto agli osservatori da parecchi anni. » In seguito allo 
sviluppo precoce deiranimale, gli antichi criteri per giudi- 
care dell'età divennero poco sicuri, ed é perciò che il con- 
gresso fece « voti che nelle contrattazioni ordinarie si rac- 
comandi di far calcolo, valutando Tetà dei bovini, anche 
dei segni offerti dalle corna [1]. » 

È certo che T agricoltore debba tenere gran conto della 
precocità, la quale gli risparmia . molte spese, facendolo 
conseguire il suo scopo in breve tempo. Dal durham, che 
•è bue a venti mesi, al bue nostrano, che domanda sette 
anni al suo completo sviluppo, e' ò una distanza im- 
mensa. 

Nei buoi, forse più che in altri animali domestici, Tuomo 
ha saputo accrescere certe attitudini, cosi che oggi si di- 
stinguono razze da carne, razze da latte, razze da lavoro 
e razze da più attitudini [2]. 

Fra le razze da carne è celebre la Durham; ma anche 
ritalia possiede dei buoi di peso elevato. « Non ha guari, 
dice Berti Pichat [3], vidi bovi di razza bolognese di oltre 
1000 chilogrammi, e sino oltre 1200 di peso vivo. « Fra le 
razze da latte sono conosciute le svizzere, ad esempio quelle 
di Schvsritz, di Berna e di Friburgo; e fra noi quelle delle 
pianure milanese, pavese e lodigiana. Fra le razze da la- 
voro possiamo citare le ungheresi, quella della Podolia, 
alcune francesi e fra le nostre la pugliese. 

La elezione ha avuto una porte essenziale nel miglio- 
ramento del bestiame. La razza Durham, ad esempio, fu 

li] V. Atti predetti, pag. 46. 

[2] y. Berti Pichat, Istitusioni, volume VI, fascicolo IX, pag. 569 e 
aeg. 1871. 

[3] litituzioni, voi. VI, pag. 571. 



42 CAPITOLO Uh 



creata con questo metodo da Carlo e Roberto GoHmg, e 
s'ebbe una tale riputazione, che dopo la morte di Carlo 
Colling i 47 animali, che componevano le sue stalle, furono 
venduti all'asta per la somma dì 178,000 lire. Fra questi 
animali erano celebri la vacca Clarisse ed il toro Favorito; 
da quest'ultimo discese Cornei eminente prodotto della razza 
Durham, che fu venduto per 26,250 lire [1]. 

Oltre relezione fu praticato anche T incrocio al perfezio- 
namento delle razze bovine; la stessa provincia di Padova 
ha già speso forti somme di danaro per l'introduzione di 
tori tedeschi, destinati a correggere alcuni difetti della razza 
pugliese qui dominante. Affinchè l'incrocio riesca utile, è 
necessario ch'esso tenda a migliorare una data qualità; 
deve effettuarsi fra razze che hanno forme ed attitudini 
alquanto simili, o per lo meno non contrarie; devonsi evi- 
tare i caratteri recenti, che non sono abbastanza fìssi; con- 
viene ricorrere senza interruzione e per molto tempo allo 
stesso sangue ed operare l'incrocio con perseveranza ; deve 
inoltre accompagnarsi con una buona scelta delle ripro- 
duttrici; e fa d'uopo infine impedire con un regime conve- 
niente la ricaduta della razza migliorata [2]. 

Fra le razze bovine, la razza niata delle rive della Piata 
ha per noi un interesse speciale, perché è mostruosa e 
sorse ne' tempi storici. Essa rappresenta l'alano tra i buoi. 
Ha la fronte corta e larga, e l'estremità nasale del cranio, 
come il piano intero dei molari superiori, ricurvi all' insù. 

[1] V. Un articolo del dott. A. Barpi, nel Raccoglitore di Padova, 
anno I, N. 8, pag. 114. 1877. 

[8] V. un articolo del dott. Barpi, nel Raccoglitore di Padooa, anno I, 
N. li, pag. 166. 1873. V. anche V art. dello « Incrociamento » in fiERTr 
PicHAT, Istituzioni» voi. VI, fase. 8, pag. 477 e seg. 1871 



V ELEZIONE ARTIFICIALE 13 



La mandibola o mascella inferiore si prolunga al di là 
della superiore, e mostra al pari di questa la slessa cur- 
vatura. 

Nel 1760 questi animali erano rarissimi a Buenos-Ayres : 
s'ignora l'esatta loro origine, la quale però deve essere 
posteriore al 1552, epoca della prima introduzione del bue. 
Questa razza è oggi assai costante, poiché toro e vacca 
niata producono invariabilmente un vitello niata, ed è un 
secolo almeno ch'essa dura. Abbandonata a sé stessa, si 
estinguerebbe presto, perché la conformazione delle labbra 
le impedisce di cogliere i ramoscelli degli alberi, mentre i 
buoi ordinari possono staccarli e giovarsene di nutrimento 
in epoca di carestia. 

Le numerose razze, sottorazze e varietà, che l'uomo 
seppe trarre da questo animale, sono la prova più evi- 
dente della sua importanza sul benessere della società, e 
non v'ha certamente agricoltore che non approvi le parole 
della Sacra Scrittura: « Dove non son buoi, il granaio é 
vuoto; ma l'abbondanza della raccolta è per la forza del 
bue. > (Proverbi, cap. IV, verso 4®). 

Pecora, Quest'animale è allevato dall'uomo per ricavar 
lana, latte e carne, e noi vediamo precisamente che le razze 
perfezionate danno in abbondanza questi tre prodotti. E si 
fu l'uomo che se le creò con una scelta continua, esatta ed 
intelligente. 

Le razze attuali di pecore discendono probabilmente da 
parecchie specie naturali; certo è che quest'animale é do- 
mestico da tempo lunghissimo. Rùtimeyer ha trovato nelle 
abitazioni lacustri della Svizzera i resti di una piccola razza 
a gambe alte e sottili, a corna simili a quelle della capra, 
e che differisce qualche poco da tutte le razze attualmente 



44 CAPITOLO III. 



conosciute [1]. Gli avanzi di pecora, ch'io rinvenni nelle 
terremare del Modenese, appartengono ad una razza pic- 
cola e capricorne [2]. 

Quali effetti possa produrre la elezione, lo prova la di- 
versità di lunghezza e di finezza della lana nelle varie razze. 
La lana merina è lunga in media m. 0,060; la Southdown 
ra. 0,075; la Lincoln m. 0,280; la Disley m. 0,150; la New- 
Kent, impiegata per fare scialli, m. 0, 120 [3]. E del pari 
varia la finezza; cosi il diametro della lana delle pecore 
New-Leicester è di Vsoo di poli, ingl., delle marine di Vs^o. 
L' incrociamento coi merini rende la lana finissima, come 
lo prova il seguente fatto. La lana dei montoni alemanni 
era tale che 5500 fibre occupavano lo spazio di un' oncia 
quadrata; dopo il terzo o quarto incrociamento coi merini, 
ne occorrevano 8000; dopo il ventesimo incrociamento 27,000; 
e di quella dei merini puro sangue ce ne voleano 40,000, ed 
anco fino 48,000 [4]. 

I caratteri che Tuomo cerca di perfezionare, sono di so- 
lito assai soggetti a variare; dicasi ciò anche della lana 
delle pecore, il cui filo varia di lunghezza e di grossezza 
entro la stessa razza, come lo dimostra la seguente ta- 
bella delle lane misurate dal Galandrini air esposizione di 
Firenze [5]. 



[1] V. RÙTiMBYER, Ppahlbauten, pag. 127, 193; e Darwin: Variazione 
degli animali e delle piante allo stato domestico, versione itailiana, 
pag. 80. 1876. 

[8] Oggetti trovati nelle terremare del Modenese, Seconda Relazione, 
estr. pag. 44. 1866. 

[3] Berti Pichat : Istituzioni* voi. VI, pag; 1105. 

|4] Berti Pichat, I e, pag. 1105. 

[5] Berti Pichat, 1. 1 9 pag. 1105. 



V ELEZIONE ARTIFICIALE 



r> 



ESPONENTE 



Collacchioni 

Id. 

Id. 
Ponticelli . . 
De Meis . . . 
Comitato di Roma 
Id. 

Serra 

Comit. di Macerata 
Vivarelli Colonna. 

l'orcari 

R. Ten. S. Rossore 
Comit. di Foggia . 
R. Ten. Pianosa . . 
R. Ten. Cafaggiolo 





Lung. 


Diametro 


Num. 


Razza 
della pecora 


in 


iu millesimi 


delle 
ondula- 




milles. 


di millim. 


zioni 


Merini 


130 


14. 


20 


Id. 


100 


14 


17 


Id. 


20 


14 


20 


Mer. metic. 


51 


15 


21 


Merini 


54 


15 


20 


Id. 


85 


14 


23 


Id. 


60 


16 


21 


Id. 


55 


17 


19 


Id. 


80 


18 


13 


Id. 


72 


21 


14 


Id. 


100 


22 


10 


Pugliese 


85 


27 


— 


Indigena 


95 


25 


16 


Nostrale 


135 


33 


— 


Id. 


135 


35 


— 



Osservazioni 



Moltis. unif. 
Molto unif. 

Id. 

Id. 
Moltis. unif. 

Id. 

Id. 
Assai unif. 

Id. 

Id. 
Pochis.unif. 
Assai unif. 
Molto unif. 
Pochis.unif. 
Niente unif. 



Oltre la lana, si cerca di ricavare dalle pecore anche il 
latte, il quale è alquanto più denso di quello di vacca e più 
picco in materie grasse ed albumina, ma più pronto ad ina- 
cidire. Dal latte pecorino si ricavano cacio, ricotte e siero. 
La specializzazione peraltro in questo animale non è an- 
cora tanto progredita come nei bovini; tuttavia dicesi esi- 
stere a Malta una razza di pecore, buona lattifera, giacché 
ogni pecora dà quasi due litri al giorno, ed in Francia la 
razza di Larzac nelFAveyron è tenuta in gran conto come 
lattifera. 

La carne ed il grasso sono del pari prodotti preziosi della 
pecora, e per aumentare la produzione di quesl' ultimo si 
castrano gli arieti. V'hanno tuttavia delle razze inglesi, 
come i Costwold, che danno ottimi prodotti anche se non 
si castrano. 

Gli allevatori stanno ora studiando il modo di togliere 
nel modo più economico alle carni ovinQ Fodere quasi nau- 
seoso di sevo che tramandaao, e farle apomatiche e sape- 



40 CAPITOLO riL 



rito in modo che abbiano a diventare gradite anche ai più 
delicati palati. A tale uopo è stato proposto di ingrassare 
di preferenza animali giovani, di fornire loro una suflSciente 
quantità di sale di cucina, e di alimentarli, oltre che con 
fieno, con grani contusi di orzo, di segale, di saraceno, e 
con semi di leguminose; principalmente poi si consiglia di 
alimentarli col lupino mescolato alla farina di mais. H dot- 
tor Nuvoletti [1], parlando della pecora padovana, prescrive 
le seguenti proporzioni di una razione: « Fieno chilogr. 10, 
grano d'orzo o segala contuso chilogr. 5, panelli di lino od 
altro chil. 5, barbabietole, navoni o topinambur a volontà. » 

L'incrocio ha avuto gran parte nel miglioramento della 
pecora; da noi, ad esempio, esistono molte sottorazze che 
sono il risultato dell' incrocio del tipo paesano col merino. 
Per ottenere un miglioramento diretto alla facile e copiosa 
produzione della carne fu recentemente consighato l'incro- 
cio dell'ariete di razza Hampshire-down colla pecora me- 
rina o colla nostrana [2]. 

Anche fra i montoni conosciamo una razza mostruosa, 
che é sorta in epoca conosciuta ed ebbe una certa diffu- 
sione sotto la protezione dell' uomo. Nel 1791 nacque al 
Massachusett un agnello che avea le gambe corte e torte 
e il dorso allungato, come il cane basi^otto. Fu da questo 
unico animale che ebbe origine la razza dei montoni lòri' 
ira od ancori. Questi montoni non potendo oltrepassare il 
recinto, si pensò che vi sarebbe statò qualche vantaggio 



[1] V. Atte del quinto Congresso degli allecatori di bestiame della 
regione veneta, pag. 80. Padova 1877. 

[2] V. la Nota del prof. E. Celi negli Atti del R. Istituto d'Ineorag^ 
ffiamento di Napoli, seconda serie, tomo XV, pag. 427 e succ. 1878. 



V ELEZIONE ARTIFICIALE 47 



ad allevarli, tanto più che trasmettevano i loro caratteri 
con grande costanza. Ora questa razza non esiste più, 
perchè fu soppiantata dai merini. 

Una razza sorta recentemente è quella di Mauchamp. 
Nel 1828, in un podere a Mauchamp, nacque un agnello 
merino, notevole per lana lunga, diritta, liscia e serica. 
Nel 1833 il Graux aveva allevati abbastanza montoni pel 
servizio della sua intiera greggia, e poteva qualche anno 
dopo vendere dei prodotti della sua nuova razza. La lana 
è cosi apprezzata che si vende il 25 per cento di più del 
prezzo delle migliori lane di merini; i velli, anche degli 
individui di mezzo sangue, sono assai apprezzati, e cono- 
sciuti in Francia sotto il nome di Mauchamp-merino [1]. 

La capra. Le razze domestiche differiscono tra loro nello 
??viluppo delle mammelle, delle corna e del pelo. Tra le più 
pregiate v'ha la capra d'Angora (Hircus angorensis), che 
ha una lana finissima e che fu più volte introdotta in Eu- 
ropa ; né minor valore ha la capra del Casimiro (Hircus 
laniger), la cui lana è impiegata alla fabbricazione di finis- 
simi scialli. L'elezione naturale non ha tuttavia sulle capre 
europee agito con quella efficacia, con cui modificò molti 
altri animali. La ragione deve cercarsi nel fatto, che la 
capra è un animale molto indipendente, e non subisce la 
volontà dell'uomo che in una ristretta misura; a ciò si 
aggiunga ch'essa è considerata come un animale devasta- 
tore dei boschi, ed ha quindi molti nemici. Ancor pochi 
anni or sono, le capre erano numerosissime nel Trentino, 
soprattutto nei villaggi delle vallate; oggi si vuol ridurre il 
loro numero, perchè si ritiene ch'esse, mangiando i ger- 

[1] V. Darwin : Variazione^ ecc., versione italiana, pag. 85. 



4S CAPITOLO III. 



mogli degli alberi, impediscano il pronto rimboscamento 
dei terreni [1]. In Italia v'ha tuttavia un discreto numero 
di capre. Da una statistica pubblicata dal Ministero di Agri- 
coltura, Industria e Commercio, si rileva che nel 1875 Tlta- 
lia possedeva 1,688,478 animali caprini, ovvero 6 capre per 
ogni chilometro quadrato o 63 capre per ogni mille abitanti. 
Più che ogni altra parte l'uomo ha aumentato nella ge- 
neralità delle capre colla elezione la grandezza delle mam- 
melle e r attitudine a dar latte. Virgilio, nel libro III della 
Georgicaj accenna a questo fatto nei versi che seguono: 

Pascon le capre per l'erbose selve, 
E del Liceo su i gioghi, e fra gli acuti 
Vepri, e fra i dumi ch'aman l'erte balze. 
E per sé stesse memori sul vespro 
Fanno ritorno alle native stalle, 
E guidan seco lor famiglia, e a stento 
Vìncon la soglia colle gonfie poppe. 

Il maiale, V elezione artificiale ha trasformato il cignale 
in una macchina produttrice di grasso, cosi che tutti i tes- 
suti dell* organismo sono imbevuti di adipe. Ancor dopo 
migliaia di anni le ossa del maiale si fanno distinguere da 
quelle del cignale, essendo le prime untuose al tatto, men- 
tre non lo sono le seconde. Molte sono le razze di maiali 
esistenti sul globo; ma noi stessi in Italia ne abbiamo di 



[1] Un anonimo nel Giornale Agrario di Rooereto (pag. 199, 200, 
anno VI, 1875) chiama le capre una vera pestilenza dei boschi, ed in- 
voca una legge, in forza della quale ognuno abbia la facoltà di ucci- 
dere qualunque capra che sì trovi fuori della stalla. È opinione volgare 
che questi animali abbiano la salica accelenata. 



L'ELEZIONE Ali TIFICI ALE 49 



pregevoli, ed il Berti Pichat [1] dice con ragione: < Se noi 
Italiani ci porremo a trascegliere con discernimento e per- 
severanza fra le nostre razze migliori i riproduttori più 
proclivi all'ingrassamento, ne ricaveremo eccellenti animali 
senza cercarli oltr'Alpe e oltre mare. » 

La elezione artificiale ebbe nel miglioramento del maiale 
un compito facile, perché ristretto; qui non si è trattato di 
specializzare le razze, ma semplicemente di dar loro l'atti- 
tudine alla pinguedine. Ed in tale intento siamo cosi bene 
riesciti da eccedere perfino la meta stabilita, giacché nella 
razza anglo-chinese il grasso supera la voluta proporzione 
colla carne. 

I porci nostrah', quando sono tenuti e nutriti a dovere, 
raggiungono a 15 o 18 mesi il peso di 200 a 250 chilogr., ed 
anco quello di 350 e perfino 380 chil. Ma perché T alleva- 
tore vi trovi il suo tornaconto, è necessario che la razza 
sia precoce, s' impingui presto e per conseguenza con un 
consumo relativamente piccolo di materiah. Una certa pre- 
cocità di sviluppo si é già ottenuta nel maiale, giacché la 
femmina selvaggia, secondo il Brehm [2], non si riproduce 
che all'età di 18 o 19 mesi, mentre la domestica si ripro- 
duce all' età dì 10 a 12 mesi. Anche una maggiore fecon- 
dità si ottenne colla domesticazione. Infatti, la femmina 
selvaggia, se debole, partorisce soltanto 4 a 6 figli, se ro- 
busta, 11 a 12 figli [3]. La femmina domestica partorisce 
9 fino a 12 porcelletti, qualche volta 14, ed il Biroli afferma 
di aver veduta una scrofa partorirne più di 30 in una volta. 



[1] Utituzioni, voi. VI, pog. 1150 

[2] Illustrirtes Thierleben, voi. II, pag. 732. 

[3] V. Brehm, 1. e, voi. II, pag. 732. 

La teoria di Darwin. 



50 CAPITOLO 111. 



Narra inoltre il Sinclair che una scrofa chinese in tre soli 
parti diede alla luce 76 porcellettL II Berti Pichat [1] ne 
vide nascere 16 in un sol parto. Considerando peraltro che 
la scrofa possiede dodici sole mammelle, la produzione di 
im numero maggiore di figli, anzi che utile, torna dannosa, 
perchè dodici soli possono essere allattati, scegliendo e 
conservando ciascuno la sua poppa, mentre gli eccedenti 
devono perire di fame. 

Per ottenere maggiore produzione di grasso, si castrano 
i porcelletti all'età di 40 o meglio di 50 giorni, e si castrano 
non solo i maschi, ma anche le femmine. 

R coniglio. L'uomo ha cercato di modificare il coniglio 
selvatico al doppio scopo di ottenere carne e pelliccia, ed 
infatti noi vediamo che i conigli domestici hanno una sta- 
tura maggiore ed un pelo più abbondante e più fino dei 
selvatici. 

Mentre questi ultimi non sogliono pesare più di un chi- 
logramma, il coniglio ariete può raggiungere il peso di 6 
ad 8 chilogr. Alcuni conigli hanno una pelliccia preziosa; 
tale è quella del coniglio ricco, la quale Vendesi al prezzo 
di L. 1,50 a L. 2, e quella del coniglio d'Angora essendo 
lunga e finiBsima, è ricercata per fabbricare cappelli di 
lusso. 

La domesticità, oltre all'aver reso il coniglio più pesante 
e di pelo più fitto e più fino, ha anche allungate e rese 
pendenti le di lui orecchie. È difficile indicare le cause che 
determinarono quell'allungamento, a meno che non si am- 
metta, che l'uomo, più per capriccio che per tornaconto, 
abbia sempre prescelto per la riproduzione gli individui ad 

[Il Istituzioni, voi. VI, pag. 1157. 



L'ELEZIONE AR TIFICI A LE 51 

orecchie lunghe. Ma dato questo allungamento, le orecchie 
dovevano rendersi pendenti, perchè, mentre da un lato si 
è accresciuto il peso del padiglione, si sono d' altra parte 
atrofizzati i muscoli auricolari, le quali cause combinate 
diedero queireffetto. 

Si sono fatti molti calcoli sul profitto che possono recare 
i conigli. Può darsi che i grandi allevatori vi trovino il loro 
tornaconto, ma il piccolo allevatore difficilmente avrà mo- 
tivo di essere contento. I conigli richiedono moltissime cure 
e mangiano assai, e nondimeno molti muoiono appena nati 
o prima di raggiungere l'età di tre mesi. Questa mortalità, 
che io stesso ho constatato nella mia conigliera e che non 
era determinata dalla consanguineità, reca gravi perdite 
all'allevatore ed è causa di scoraggiamento. 

Gli antichi Ebrei consideravano il coniglio ed il lepre 
come animali impuri, e tale ripugnanza è divisa anche da 
alcuni popoli odierni, ad esempio i Lapponi; gli antichi 
Romani invece mangiavano avidamente il lepre, ed il poeta 
Marziale dice: 

« Inter quadrupedes, gloria prima lepus. » 

I 

In questi ultimi apni si è molto parlato dei leporidi, ossia 
degli ibridi nati dalla femmina del coniglio fecondata dal 
lepre maschio. Si è anche trovato che questi ibridi sono in 
un certo grado fecondi; ma non si giunse ancora al punto 
da rendere questo ramo dell'industria esteso e proficuo. 

R porcellino d'India, Non si conosce esattamente la pa- 
tria di questo animale, ma è probabile che sia stato impor- 
tato in Europa dall'America poco dopo la scoperta di questo 
continente. È un animale, di cui l'uomo si è poco occupata 
e che quindi non £ù modificato dall'elezione artificiale. 



r>« CAPITOLO IIL 



Il cane. Uno degli animali più atti a dimostrare la potenza 
dell'elezione artificiale è certamente il cane, il quale costi- 
tuisce molte razze in parie utili, in parte belle, ed in parte 
di semplice capriccio. Fra le razze utili devonsi citare 
quelle da guardia e da caccia, e fra le prime il cane da 
pastore, l'alano, il mastino e parecchie di piccola statura. 
Nel libro III della Georgiea, Virgilio [l] scrive a proposito 
dei cani da guardia e da caccia: 

« Né fra l'ultime cure il fido cane 
Lasciar si debbe. Tu di pìngue siero 
Pasci il Spartan veloce, e '1 fler Molosso. 
Infln che questi avrai fidi custodi, 
Né di notturno ladro, ne d'ingordo 
Lupo temer dovrai, né che alle spalle 
Ti sopraggiunga l'inquieto Ibero. 
Coi cani ancora agiterai nel corso 
Gli onagri paurosi, e l'orecchiute 
Lepri coi cani inseguirai, coi cani 
Le fuggitive damme. Essi pur anco 
Il selvaggio cignal trarrà n sovente 
Col temuto latrar dal fango immondo; 
E il seguiran pei boschi, e i grossi cervi • 
Pur coll'alto rumor faran pei monti 
Pavidi andar entro l'operle reti. » 

Numerose sono le razze di cani da caccia, tali sono i 
cani da ferma ed i segugi: alcune hanno un'attitudine spe- 
ciale al nuoto. 

' Il .veltro levriere ha tali proporzioni da essere atto più 
di ogni altra razza alla corsa. I cani, che si distinguono 

[1] Opere tradotte, voi. I, Biblioteca portatile latina, italiana e fran- 
cese j pag. i20. Traduzione del P. Fbancesco Soave. Milano, 1885. 



L'ELEJ^IONE AR TIFICI A LE 53 

per bellezza, sono quelli che hanno il pelo lanoso o sericeo, 
come il barbone e lo spagnuolo. Altre razze infine sono di 
capriccio, come ad esempio i cagnolini da signore, di mi- 
nima stalupa. Per condurre a questi risultati, l'elezione ha 
agito durante un tempo lunghissimo, ed infatti noi sappiamo 
che il cane è assai antico come animale domestico. 

Sugli antichi monumenti egiziani si riconoscono già pa- 
recchie razze o varietà di questo animale, ed è anche certo 
che Tuomo dei kjoekkenmoeddinger o depositi di conchiglie 
della Danimarca aveva il cane per compagno. Steenstrup 
ritiene perfino che il cane fosse già domestico nel Belgio 
all'epoca del mammouth. 

Fra le varietà del cane oggi esistenti merita di essere 
menzionata una, di cui io vidi finora due soli esemplari 
nel comune di Veggiano presso Padova, la quale possiede 
un istinto singolare. È un pincio comune, il quale quando 
abbaia ed è irritato, continua a girare rapidamente intorno 
al proprio asse per parecchi minuti; questi movimenti sono 
eseguiti sopra uno spazio piccolissimo, per esempio di un 
metro quadrato. Una elezione continua di tali cani potrebbe 
far nascere una razza singolare, dotata di quell'istinto in 
grado eminente, nella stessa guisa come i colomibicultori 
produssero il piccione tomboliore. 

Il gatto. L'elezione deli-uomo non fu qui cosi efficace come 
negli altri animali nel produrre razze distìnte. Fra queste 
possiamo citare il gatto d'Angora di pelo lungo e finissimo, 
quello dell'isola di Man privo di coda, quello della China 
con orecchie pendenti e quello dell'India e d'Inghilterra con 
un fiocco di peli alla punta delle orecchie. La ragione, per 
cui i gatti non costituiscono razze diverse e numerose, deve 
cercarsi nella loro indole indipendente. Per quanto sieno 



51 CAPITOLO UT. 



casalinghi, all'epoca degli amori essi vogliono la loro li- 
bertà e girano pei tetti, dove s'incontrano il maschio e la 
femmina e si accoppiano. L' uomo non può impedire V in-» 
crocio delle varietà distinte che fossero apparse, e per con- 
seguenza queste varietà ben presto si dileguano. 

Il gatto conserva sempre una certa fierezza e un certo 
egoismo, e Filippo Re lo dipinge come animale « spregie- 
vole per la sua infedeltà, innata mahzia, e carattere per- 
verso che l'educazione non fa che mascherare. » Il Brehm, 
nella sua vita illustrata degli animali, ha preso le difese 
del gatto, esagerando nel senso opposto. Comunque sia, è 
certo che in alcune località, per esempio nelle case isolate 
delle campagne, il gatto è un animale indispensabile, per 
guarentirsi contro i danni dei topi. 

È facile comprendere che le gatte debbano essere più 
casalinghe dei gatti. Ma il seguente fatto, raccontatomi da 
un amico degno di fede, lo prova in modo non dubbio. Que- 
sto mio amico possedeva un tratto di campagna, tutto cinto 
di muro, in vicinanza di un villaggio, e vi teneva dei lepri 
in grande quantità pei bisogni di famiglia. Ma i gatti del 
villaggio gli recavano danni notevoli, uccidendo ed in parte 
divorando non solo i lepri giovani ma anche i vecchi. Al- 
lora egli pensò di porre in quel recinto delle trappole per 
prendere quei felini, e ne prese ed uccise delle centinaia. 
Fra tanti individui presi, ei non trovò una sola femmina, 
tutti erano maschi. Le femmine rimanevano nelle loro case, 
e quindi non potevano essere prese nelle trappole. 

R ratto. Voglio far menzione anche di questo animale, 
che in alcune località è stato addomesticato. Si tratta di 
fatti albini, che si sono resi domestici, i quali non recano 
alcun vantaggio e §ono tenuti per semplice capriccio. Quan? 



V ELEZIONE AR TIFICI ALE 55 



d'io mi trovava a Modena, ebbi in dono un ratto albino dal 
mio oltimo amico Massimiliano Galegari. Tenni questo ratto 
parecchi mesi, ed esso era la meraviglia e la delizia di quelli 
che venivano a trovarmi; disgraziatamente una donna, ap* 
pena venuta al mio servizio, l'uccise prendendolo per un 
ratto comune quantunque fosse bianco. Quest'animale aveva 
la sua casetta nel mio tinello, e durante il pranzo saliva 
sulle mie spalle e girava per la tavola. Su questa prendeva 
dei pezzetti di pane, od altri oggetti minuti, e se li portava 
nel nido ; poi ritornava, e ripeteva di continuo le sue scor- 
rerie, ammonticchiando la preda nel suo nido. E non si ac- 
contentava di rubare sostanze alimentari, ma portava via 
eziandio anelli, ditali ed altri oggetti metallici, di osso, ecc. ; 
cosi che se mancava una cosa alcuna ad uno di famiglia, 
la si cercava nella casetta di Martino, che tale era il suo 
nome, e si era quasi certi-di rinvenirvela. 



CAPITOLO IV. 



i/klezione artificiale (Continuazione). 



2. Vccclll domcaUcI. 

L'oca. Essa discende dall' oca selvatica che si lascia fa- 
cilmente addomesticare, ma anco facilmente ritorna allo 
stato selvafrgio. Filippo Re chiamaToca il cane degli uc- 
celli, perchè è vigile e sempre pronta a gridare all'arme; 
ma si potrebbe anche chiamare il majale fra gli uccelli, 
perchè diventa assai grassa con molta facilità. La sua 
domesticazione rimonta a tempi antichissimù Nei monu- 
menti egiziani vedesi figurata la loro oca rossa; Omero, 
noìV Odissea^ parla di oche domestiche, e sono celebri le 
salvatrici del Campidoglio, 388 anni avanti Cristo [1]. 

L' oca allo stato domestico ha guadagnato di peso, ap- 
punto perchè Tuomo sceglieva sempre come riproduttori 
quegli individui che mostravano maggiore attitudine a farsi 
grandi e grassi. Le oche, poste air ingrasso del peso di 3 
a quattro chilogrammi, con fegato di 60 a 80 grammi, in 

[I] Vedi Darwix. Variazione, ecc., Irad. ital., pag. 252; e Berti 
PicHAT. IsUtusionit voi. VI, pag. 1252. 



VELIÌZIONK ARTIFICIALE (Continuazione) 57 



tre seUimane possono raggiungere il peso di a 8 cliilo- 
grammì, con fegato di 200 a 500 grammi. 

Il fidato dell' oca è molto ricercato, e probabilmente la 
•elezione lo ha ingrandito. Sarebbe interessante fare dei 
•confronti fra il peso del fegato dell' oca selvatica e quello 
della domestica. Berti Pichat [1] ci fa conoscere il metodo 
impiegato a Strasburgo per rendere enorme il fegato delle 
oche. Si pongono in luogo oscuro entro stie. Ogni casella 
ha nel davanti una feritoia per la quale Poca, passando la 
testa, può bere in troguoletto pieno sempre di acqua pura, 
•collocato contro quella parete; l'altra di dietro è a griglia 
il piano infine, sotto alla coda, ha un'apertura a mezza- 
luna, per la quale gli escrementi vanno a cader fuori della 
belletta ristretta si che Foca non possa muoversi. Trascel- 
gono oche da 6 ad 8 mesi, perciocché le vecchie ingras- 
sano di più, ma danno fegato meno sodo e meno bianco. 
Due volte al giorno le tolgon fuori e le rimpinzano ben 
bene di formentone gonfiato nell'acqua, aggiungendo un po' 
di sale ed un piccolo spicchio d'aglio; a quando a quando 
una cucchiaiata d' olio di papavero. Cosi col gozzo pieno 
^eppo le lasciano in libertà qualche minuto, e le ritornano 
poi in cella. Fra i 18 e i 24 giorni l'ingrassamento é compiuto. 

Meritano menzione due modi d' ingrassamento, perchè si 
rilevano gli effetti della mancanza di attività fìsica ed in- 
tellettuale. In alcuni paesi polacchi ogni oca si pone entro 
«na specie di pignatta, si che abbia libero il collo per po- 
tersi nutrire, ma non possa uscire dal recipiente; e le danno 
farina di formentone, di orzo e pomi di terra bolliti, ridu- 
cendo il tutto in polenta. L'oca in po3he settimane ingrassa, 

\i\ Istituzioni, 1. e, pag. 1256. 



58 CAPITOLO IV, 



crescendo in modo da spezzar il vaso, d'onde esce tanto 
pingue da non pptersi muovere. Taluni invece ne inchio^ 
dano le membrane sopra un tavolaccio e quivi le impinzano. 
Giova tenerle all'oscuro, rimanendo cosi più tranquille; ma 
ciò basta, senza ricorrere alla barbarie di acciecarle. 

L'uomo, col mezzo della elezione, ha resa la livrea delle 
oche più bella e più ricca. Mentre le oche selvaggie sonò 
grigie nella parte superiore del corpo e segnate da striscio 
al collo, le domestiche perfezionate, e sopratutto i maschi, 
sono di colore bianco, avendo la piuma di questo colore 
un pregio maggiore. Questa piuma si ricava non soltanto 
dalle oche morte, ma anche dalle vive, che si spennaci 
chiano una a tre volte all'anno. Ogni volta si ricavano 
circa 100 grammi di penne e 25 grammi di piuma, quindi 
annualmente 300 grammi di penne e 75 grammi di piuma. 
Questo spennacchiamento peraltro non dovrebbe farsi che 
una volta all'anno, all'epoca della muta, quando le penne 
e piume si staccano facilmente. 

Vanitra, La domesticità di questo uccello non risale ad 
una remotissima antichità. Secondo le notizie raccolte dal 
Darwin [i], essa era sconosciuta agli antichi Egiziani, agli 
Ebrei dell' Antico Testamento ed ai Greci dell' epoca di 
Omero. Golumella e Varrone (18 secoli fa) ricordano la 
necessità di tenere le anitre chiuse in recinti come gli altri 
uccelli selvatici, da che si comprende che a quell'epoca si 
temeva che avessero a fuggire. 

È probabile che tutte le razze domestiche discendano 
dalla specie selvatica Anas boschas; quest'opinione è so* 
.stenuta dal fatto che il maschio di detta specie ha le quat^ 

[1] Variazione t vers. ital , p. 242. ] 



L'ELEZIONE ARTIFICIALE (Continuazione) 



50 



tro timoniere mediane arricciate e rivolte in alto; carattere 
che ò diviso anche dalle razze domestiche. I maschi delle 
altre specie selvatiche non hanno le timoniere mediane 
arricciate. 

L' elezione artificiale ha prodotto neir anitra parecchi ed 
importanti effetti. Le due tabelle che seguono sono molto 
istruttive per tale riguardo. 



rrabellst I. 



KAZZE 


Peso 

dell' intero 

scliel':tro 


Peso del femore, 

della tibia 
e del metatarso 


Rapporto 


Anitra selvatica 
Aylesbury .... 

Capelluta 

Pingoino 

Canterella .... 


gr. 839 
» 1925 
» 1404 
» 871 
» 717 


grani 54 
» 16( 

» 111 

» 75 

» 57 


1000 a GÌ 
1000 a 85 
1000 a 79 
1000 a 86 
1000 a 79 



Tabella II. 





Peso 


Peso dell'omero, 




RAZZE 


dell* intero 


iti radio 


Rapporto 




scheletro 


e del metacarpo 




Anitra selvatica 


gr. 839 


grani 97 


1000 a 115 


Aylesbury. . . . 


» 1925 


» 204 


1000 a 105 


Capelluta 


» 1404 


» 148 


1000 a 105 


Pingoino 


» 871 


» 90 


1000 a 103 


Canterella .... 


» 914 


» 100 


1000 a 109 


Canterella .... 


» 717 


» 92 


1000 a 129 



A tutti gli scheletri furono tolti un metatarso ed un piede^ 
siccome queste parti erano andate smarrite in due degli 
individui esaminati [1]. 



[1] Vedi Darwin. Variazione, Xvnù. ital., p. 251. 



60 CAPITOLO IV. 



Da queste tabelle risultano tre fatti, che si presentano 
come effetti diretti od indiretti della elezione artificiale. E 
cioè il peso dello scheletro si è ingrandito in tutte le razze, 
ad eccezione della canterella che è notevole per la sua 
piccola statura; si sono del pari ingrandite le ossa degli 
arti posteriori in proporzione del peso dell'intero scheletro; 
ed infine le ossa alari subirono una diminuzione in pro- 
porzione al peso totale dello scheletro. E questi risultati 
scaturiscono naturalmente dal desiderio dell'uomo di au- 
mentare il peso de' suoi animali, dal maggiore uso delle 
gambe che fanno le razze domestiche in confronto alle 
specie selvaggie, ed infine dal fatto che quelle volano assai 
meno di queste. È ben vero che l'uomo non ha un torna- 
conto neir aumentare il volume ed il peso delle ossa, ma 
questo effetto è una conseguenza dell'aumento dei muscoli 
e del grasso. 

Le anitre comuni grasse raggiungono da noi il peso di 
due o tre chilogrammi; e le più grandi, secondo il Berti 
Pichat [1], di cinque chilogrammi. 

La faraona discende dalla specie selvaggia Numida psi- 
lorhynea dell'Africa orientale. Non sembra che sia dome- 
stica da lungo tempo, poiché non diede origine a razze 
molto distinte, e manifesta ancora una certa selvatichezza. 
A forza però di allevarne per varie generazioni, in parecchi 
luoghi le faraone hanno preso oggimai le abitudini dei tac- 
chini, e quindi si trattano come questi. D'ordinario si fanno 
covare le uova da una gallina o da una tacchina, che a 
suo tempo conduce sempre i faraoncini a casa. Invece là 
faraona depone le uova o nel prato o tra il ft*umento, ecci 

[1] Istituzioni, ecc., voi. VI, p. 1260. 



V ELEZIONE ARTIFICIALE (Continuazione) 6i 

ed ivi riposerebbe colla nidiata nella notte, divenendo vit- 
tima tutti insieme di cani, o di volpi, o di altri carnivori. 

l\ fagiano comune, discendente del Phasianus colchicus, 
ha ancora sempre un'indole alquanto selvaggia; il che 
prova che l'elezione artificiale non ha potuto agire su di 
lui in modo efficace. Tanto è vero, che se si vogliono te- 
nere molti fagiani, bisogna spuntarne le ali di guisa che 
non possano fuggire al di là dei muri della fagianiera. A 
Vincennes, racconta il Berti Pichat[l], ne allevavano sette 
od ottocento in una vasta corte, ove erano disposte le loro 
abitazioni coperte da reti. Cresciuti, si lasciavano volar via 
in libertà; a date ore, destinate ad alimentarli, il fagianajo 
fischiava, e tutti correvano a godere del pasto, composto 
principalmente di uova di formiche. Se qualche persona 
si faceva vedere, se ne fuggivano tutti all'istante, e non 
si potevano prendere che colle reti od a colpi di fucile. 

Il fagiano fu incrociato colla gallina, ma gli ibridi sono 
sterili. Lo Hewitt, che lia eseguito un gran numero di tali 
incrociamenti, constatò una grande selvatichezza nei pro- 
dotti di queste unioni ; il Darwin [2] però vide un'eccezione 
alla regola. 

Secondo il Darwin [3], sembra che la domesticità abbia 
diminuita la fecondila del fagiano, mentre al solito pro- 
dusse un effetto opposto. « La nostra specie inglese » ei dico 
« raramente depone nella captività più che dieci uova, men- 
tre il loro numero allo stato naturale oscilla fra diciotto e 
venti». Da noi però la fagiana sembra più feconda, giacché 



LlJ Istituzioni, voi. VT, p. 1263. 

[2] Variasione, ecc., trad. ital., p. 41 1. 

[3] Variazione, trad. ital., p. 513. 



« CAPITOLO IV. 



secondo il Berti Pichat[l] depone ogni primavera da venti 
a venticinque uova. 

Il cigno. L'elezione artificiale ha agito poco sul cigno, il 
([uale è più un uccello di lusso che di tornaconto. Lo si 
tiene nei giardini ne' quali vi siano dei laghetti, per sem- 
plice ornamento. La femmina depone 5 ad 8 uova nell'erba 
secca o nel musco presso l'acqua, grandi come un pugno 
e di colore bianco verdognolo; dopo 35 giorni circa di in- 
cubazione nascono i pìccoli cigni. 

Il gallo comune. È questo uno degli uccelli domestici più 
importanti, il quale presenta numerose razze che tutte di- 
scendono da un'unica specie selvaggia, il Gallus banklva. 
La sua domesticazione nell'Asia risale a circa 1400 anni 
avanti Cristo, ma esso non giunse in Europa che intorno 
al sesto secolo avanti Cristo. 

Delle numerose razze ne citeremo alcune poche. Il gallo 
da noi più frequente somiglia al dorking, è di grandezza 
e grossezza mezzane ed ha la livrea nera, grigia, rossa, 
bianca, ecc. I più bei galli, gialli sulle spalle, sono neri nel 
resto, con penne alla coda di colore verde cangiante. Il 
gallo padovano, invece della cresta, porta sul capo un 
ciuffo voluminoso di penne; e tanto il maschio che la fem- 
mina raggiungono un volume notevole, poiché il primo di- 
viene alto anche 60 centimetri e la seconda 50 centimetri. 
(Celebre è la razza crécecoeur della Francia. Il gallo ha 
una cresta bipartita a foggia di diavolo, come dice il 
Jacque; la gallina un ciuffo ricco e. voluminoso. Fra le 
inglesi, il gallo dorking somiglia al nostro comune; e la 
razza beniam ha triplice cresta, penne con bordo nero, ali 

ri] Istituzioni, voi. VI, p. 1263. 



U ELEZIONE ART. FICIA LE (Con tìn uazione) 63 



cadenti e coda dipitta a ventaglio. La razza cocincinèse ha 
la testa piccola, il corpo grande, le coscie voluminose, le 
zampe spesso calzate. • 

Nei polli r uomo ha cercato di ottenere, con opportuna 
elezione, un corpo voluminoso, uno sviluppo precoce e 
molte e pesanti uova, ed ha, fino ad un certo punto, rag- 
giunto il suo intento. Il Ponchard giunse perfino ad affer- 
mare € aver egli ottenuto da un piccolo numero di galline 
cocincìnesi maggior profitto che dal suo gregge di 600 pe- 
core >. Egli aveva ottenuto nel 1851, da 25 di quelle galline, 
5445 uova, 218 da ciascuna; per cui si può asserire che in 
questa specie la domesticità ha enormemente aumentata la 
fecondità. La razza crévecoeur produce uova sino di 80 
grammi, e la pollanca può avere un peso di 3 chilogrammi, 
il pollastro di 3 Va a 4 */« chilogrammi [1]. In alcune razze 
l'uomo non ha trascurato nemmeno la bellezza, e noi ve- 
diamo^ ad esempio, i polli americani che hanno una livrea 
bianca di aspetto sericeo. Ed anche il capriccio dell'uomo 
ebbe una soddisfazione: infatti alcune razze sono eminen- 
temente battagliere, avendosele procurate l'uomo, il quale 
nella Fiandra ed in Inghilterra trova un barbaro piacere 
nell'assistere alle lotte dei galli. I Greci antichi aveano una 
gran passione per tali combattimenti e stimavano assai i 
galli di Tanagra nella Beozia. I Tanagresi ne facevano gran 
commercio, e per rendere le lotte più crudeli armavano gli 
aproni de' loro galli di punte di bronzo. 
- Come in altri animali, anche qui le parti dall' uomo più 
ricercate sono le più variabili. Noi vediamo, ad esempio, 
ohe le uova variano assai di peso nelle diverse razze, come 
risulta dalla seguente tabella: 

[!] Vedi Berti Pichat. Istituzioni, voi. VI, fase. 19. 



61 



CAPITOLO IV. 



KAZ/A 


Peso 

dei maschi 


Peso 

delle femmine 


Peso 

delle uova 


Alsnzìann .... 
Crévecd'ur. . . . 
Cocincinese . . . 

Dorking 

Hentani 

Iloudancse. . . . 


eh. 2,200 
» 3,900 
» 3,500 

* 0, 700 
» 2,-500 


eh. 1,800 
» 2,100 
> 2,000 

* 0,600 
» 2,000 


pT. 50 n 52 
» 02 a 72 
» 49 a L6 
» 50 a 57 
» 45 a 48 
» 57 a 6> 



Dal Kiener e dal Berti Pichat apprendiamo ancora che 
nello uova varia la proporziono delle diverse partì, come 
risulta dalla tabella che segue: 



RAZZA 


''I uscio 
dell' uovo 


Chiaro 


Tuorlo 


Alsnzlonn 

Crévecoeur 

Cocincinese .... 
Nona 


11,60 
11,60 
13,50 
10,45 


55,10 
55,01 
49, CO 
55,00 


33,30 
33,33 
37,50 
34,55 



La fecondità delle galline e la grandezza delle uova sono 
certamente un effetto dell'elezione artificiale, praticata sopra 
un grande numero di generazioni, ed alla medesima causa 
deve attribuirsi l'aumento del peso del corpo con abbon- 
dante produzione di grasso. E ciò dal lato del tornaconto, 
mentre, come fu detto sopra, anche il senso estetiòo del- 
l'uomo e qualche suo capriccio vi trovarono una soddisfa- 
zione. Un esperto agronomo, il Berti Pichat [1], a proposito 
delle uova, dice: « Trasceglier l'uova sembrerà cura im- 
possibile. Ora, quando prima di tutto, e parlo di alleva- 
menti in grande, si tengano soltanto galline ben feconde. 



[1] Istituzion-, voi. VI, fase. 20, p. 12£0. 



L'ELEZIONE ARTIFICIALE {Continuazione) 65 

il trascegliinento è fatto collo averle esse trascelte. Ma di 
più, sopra le sei, le otto, per non dire le cinquanta centi- 
naia di galline che si tengano, si potranno ben appollaiare 
e nutrire un centinaio delle più feconde separatamente, per 
trarne le uova da far covare». 

L' elezione artificiale ha prodotto nel gallo anche altri 
effetti che non erano direttamente voluti dall'uomo, ma che 
sono una conseguenza indiretta dello stato domestico. Cosi 
lo scheletro fu in alcune parti modificato e fu diminuita 
l'attitudine al volo [1]. 

Come si castrano i mammiferi, cosi anche i polli, affinchè 
producano maggiore quantità di grasso. Si rende cappone 
il maschio e capponessa la femmina, ma la castrazione di 
«[uesfultima è più difficile, perché le si deve togliere tutto 
l'ovario; e^ è perciò poco praticata, anche perchè le pol- 
lanche riescono grassìssime col solo isolamento nelle stie, 
senza capponarle. 

R tacchino. Esso discende da una specie messicana sel- 
vatica, che gli indigeni aveano già addomesticata prima 
della scoperta dell' America. Sembra che il tacchino dome- 
stico sia in peso molto inferiore al selvatico, giacché que- 
st'ultimo, a quanto si dice, raggiunge un peso sino di 30 
chilogrammi, mentre il primo non supera d'ordinario quello 
di 8 a 10 chilogrammi. L' elezione artificiale non ha molto 
modificato questo uccello; tuttavia si conoscono parecchie 
varietà che si distinguono tra di loro principalmente nel 
colore della livrea. Sembra variare anche l'attitudine alla 

produzione di adipe; cosi Filippo Re consiglia di tenere a 

preferenza i tacchini neri, perchè riescono più grossi; e la 

[t] Vedi Darwin. Variasione, ecc., cop. VII. 

La teoria di DaruDtn. 5 



n.i CAPITOLO IV. 



Millet-Robinet dice che gli individui di questa varietà sono 
più facili da ingrassare. II Museo Zoologico dell'Università 
di Padova possiede due belle varietà di tacchino. L'una ha 
le piume di colore isabellino, con orlo nero; le sole remi- 
ganti sono bianche, e le timoniere sono pure bianche con 
sfumature isabelline. L' altra varietà ha il colore dei soliti 
tacchini, ma porta sulla nuca un grande pennacchio, for- 
mato da piume simili a quelle del collo. Il pennacchio 
pende in basso lungo un lato della testa. 

I piccioni. Gli animali in cui gii effetti della elezione ar- 
tificiale si manifestano più evidenti che mai, sono di certo 
i piccioni, la cui organizzazione sembra, per cosi dire, di 
una plasticità straordinaria. 

Può dirsi dimostrato che tutti i piccioni discendono da 
un' unica specie selvaggia, la Columba livia^ e nondimeno 
si conoscono delle razze tanto diverse tra di loro, che, se 
fossero trovato allo stato di natura, nessun ornitologo esi- 
terebbe a considerarle come specie distinte. « Poche spe- 
cie, dissi in altra occasione [1], dimostrano meglio di questa 
la potenza dell'elezione artificiale. L'uomo, giovandosi delle 
variazioni, si è creato delle razze utili, aumentandone la 
taglia; e più ancora delle razze bizzarre o di capriccio, 
come sono i piccioni pavoni, i tombolieri, i trombettieri, ecc. » 

Non abbiamo alcuna notizia che accenni al cominciamento 
della domesticità del piccione, anzi essendo fatta menzione 
di questo animale nei libri i più antichi, possiamo dedurre 
che tale epoca sia assai remota e sorpassi di molto l'epoca 
storica. Aristotile, Varrone, Eliano, Golumella e Plinio, tutti 
trattano nelle loro opere dei colombi. 



[1] Teoria deWEooluzione, pag. 106. Torino 1877. 



V ELEZIONE ARTIFICIALE {Continuazione) 67 

Il prof. Paolo Bonizzi, distinto columbicultore, ha trattato 
recentemente dell'utilità di questi animali in un piccolo ma 
succoso libretto [1]. « L'utilità, egli dice, che si ritrae dai 
colombi può essere di due maniere; o quest'utilità proviene 
dai prodotti ch'essi ci forniscono, come la carne, la colom- 
bina e se vuoisi anche le penne, o proviene dai servigi che 
i colombi ci recano come messaggeri, ed ognuno sa che 
questi servigi sono stati talvolta della più grande ed ine- 
stimabile utilità. Ora per ottenere i prodotti della carne e 
della colombina fa d' uopo che i colombi siano convenien- 
temente coltivati in apposite colombaie, le quali diventano 
spesso una fonte di reddito per chi non si prefigge altro 
scopo nella coltivazione che la sola vendita dei prodotti 
che ottiene da esse. Chi attende poi a coltivare le razze 
per puro diletto, e sopratutto le razze di lusso, non può 
sperare guadagno alcuno, essendo il mantenimento assai 
costoso, e molte volte scarsi i prodotti. Credo pure che non 
si debba fare grande assegnamento sul guadagno anche 
quando si tengano colombi allo scopo di servirsene per una 
corrispondenza postale o messaggeria [2]. » 

L'uomo ha aumentato, colla sua elezione, il peso dei co- 
lombi che vengono tenuti per ricavarne della carne. Infatti 
i terraiuoli od i semi-selvaggi sono assai più piccoli di co- 
tali razze domestiche. Nella provincia di Padova abbiamo 
dei piccioni di peso notevole; naturalmente parlo di quelli 
che si tengono nelle colombaie, e non di quelli che sono 
semi-selvaggi e volano per le piazze. Io portai un paio di 
questi colombi perfezionati, ancora giovani, nel Trentino, e 

[1] DelVutiUtà dei colombi, Modena 1876. 
£2] Bonizzi, 1. e, pag. 17 e 18. 



cs capìtolo IV. 



precisamente a Doss Tavon in Valle di Non; e fui sorpresa 
nel vedere che divennero molto grandi, e diedero figli di 
straordinario peso, quantunque non fossero nutriti con cura 
particolare. Mi sembra di vedere in questo fatto un esem- 
pio dei benefici effetti del cambiamento di luogo. 

L'uomo ha eziandio perfezionato l'istinto che hanno ì 
colombi di ritornare alla loro colombaia, ed ha cosi creato 
varie razze di piccioni messaggieri. Plinio racconta che le 
colombe furono internunzie in gravi casi, e che portarono 
lettere appese ai piedi, massime nell'assedio di Modena, 
mandandole Decio Bruto dalla città all'accampamento dei 
consoli. Neirundicesimo secolo i cristiani militanti in Siria 
ebbero avviso per mezzo di una colomba, mandata da 
re Acaron, dell'arrivo dell'esercito straniero. In Oriente 
Tordinamcnto delle poste coi piccioni cominciò nel dodice- 
simo secolo. In Egitto le poste dei piccioni, istituite dal go- 
verno, si mantennero fino circa al 1500. Verso il 1576 gli 
Olandesi assediati dagli Spognuoli a Leida poterono, per 
mezzo di colombi ammaestrati, tenersi in relazione col di 
fuori. Anche i Persiani nel secolo decimoseltiino erano va- 
lenti neir ammaestrare i colombi a fine di corrispondere 
con paesi lontani. Nel principio del nostro secolo i colombi 
portalettere servirono per le speculazioni commerciali. Du- 
rante l'assedio di Parigi, nel 1870, essi furono utilissimi; i 
dispacci erano impressi colla fotomicroscopia su leggere 
membrane, di cui ogni colombo ne poteva portar diciotto. 
Come ognuno di leggieri comprende, il telegrafo ha reso 
pressoché inutili i piccioni portalettere, i quali soltanto in 
epoche di guerra possono fare ancora buoni servigi. 

In Inghilterra per altro i colombi viaggiatori furono im- 
piegati recentemente dai pescatori per mandare avvisi in 



V ELEZIONE ARTIFICIALE {Continuazione) 69 



terraferma intorno allo stato del mare, l'abbondanza della 
pesca, repoca del ritorno, ecc. 

Non dovea riescire difficile air uomo produrre i colombi 
calzati, pavoni, gozzuti, trombettieri, ecc., perchè le varia- 
zioni nella calzatura del piede, nello sviluppo della coda e 
del gozzo, e nel timbro della voce sono frequenti; quanto 
ai tombolieri, sembra che prendessero origine da un indi- 
viduo avente una lesione al cervello. 

La tortora. Anche le tortore sono tenute in domesticità ; 
ma sembra che Y uomo non prodigasse loro grandi cure, 
né ponesse molto studio nella scelta dei riproduttori. Certo, 
é che la tortora ha subito poche modificazioni, e quindi 
non si hanno varietà o razze distinte. 

Il canarino. È domestico da circa 350 anni, e fu incro- 
ciato con molte specie di fringuelli, e produsse degli ibridi, 
alcuni dei quali riuscirono completamente fecondi; peraltro 
non ne risultò alcuna razza distinta. 

Lo struzzo. Nel 1868 fu tentata la domesticazione di que- 
sto gigante fra gli uccelli odierni. Nel 1876 gli individui 
addomesticati al Capo di Buona Speranza potevano calco- 
larsi a 14,000. 

Questo tentativo accrebbe assai il prezzo degli struzzi; 
mentre anni addietro un giovane struzzo si pagava sei a 
sette franchi, nel 1876 un individuo appena nato valeva 125 
lire. Nel 1874 si sono venduti soltanto a Porto Elisabetta 
delle piume di struzzo domestico pel valore di 2,912,000 
franchi. 

3. Pese! donieflliei. 

Il pesce dorato. L'epoca delFintroduzìone di questo pesce 
(jCyprinopsìs auratus) in Europa è molto incerta. Alcuni 



70 CAPITOLO IV, 



autori la fanno risalire al principio del secolo decìmoset- 
timo, ma con ogni probabilità il pesce dorato incominciò a 
diffondersi in Inghilterra soltanto alla metà del secolo de- 
cimo ttavo, ed i primi esemplari, che si videro in Francia, 
furono ricevuti a Lorient dai direttori della Compagnia 
delle Indie, i quali ne fecero un dono a madama di Pom- 
padour [1]. Secondo il Blanchard [2], questo pesce si è da 
noi acclimatizzato e vive nella Senna e suoi affluenti, dove 
per altro ha perduto la splendidezza de' suoi colori. 

La patria originaria del ciprino dorato è un lago della 
montagna Tsien-King nella provincia Tsche-Kiang in China, 
d'onde si diffuse nelle altre parti della China, dell'Asia e 
delle altre parti del mondo. Il Sàvigny [3] ci ha fatto co- 
noscere più di cento varietà di questa specie, che' il Gùn- 
ther [4] classifica nel modo che segue: 

a) Varietà a corpo di forma normale ed a pinne normali; 

6) » a colonna vertebrale deforme e pinne normali ; 

e) » a pinna dorsale ridotta ad un raggio dentel- 
lato ed alcuni raggi molli, essendo normali 
le altre pinne; 

rf) » a pinna dorsale ridotta, con doppia spina 

nell'anale; 

e) » prive di pinna dorsale, essendo perfette le 

altre pinne; 



[1] V. Blanchard. Les PoisBons des causo douces de la Franca 
pag. 345. Paris 1866. 

[2] L. e, pag, 344. 

[3] Hist nat des Dorades de la Chine, Paris 1870. 

[4] Catalogne of the Fishes in the British Miiseum, voi. VII, pa- 
gine 33> 34. London 1868. 



DELEZIONE ARTIFICIALE {Continuazione) 7t 

/) Varietà a pinna caudale triloba o quadriloba, essendo 

presente la pinna dorsale; 
(7) » a pinna caudale triloba o quadriloba, man- 
cando la pinna dorsale ed essendo normali 
gli occhi; 
A) » a pinna caudale triloba, mancando la pinna 

dorsale, ed essendo gli occhi grandissimi 
e prominenti. 
Essendo questo un pesce di lusso, Tuomo, più che della 
grandezza del corpo della saporitezza delle carni, ha tenuto 
conto della vivacità dei colori e delle forme di capriccio. 

4. Innelli doniesllel. 

L'ape, L'elezione artificiale non ha potuto esercitarsi finora 
che assai poco sull'ape, perchè l'arnia aveva il favo fisso. 

L'apicoltura fu peraltro praticata in tempi antichissimi; 
noi sappiamo, ad esempio, che Aristomaco, filosofo di Gili- 
cia, consacrò 58 anni all'osservazione dei costumi dell'ape, 
e che Filisco si ritirò dal mondo per dedicarsi interamente 

■ 

allo studio ed alla coltura di quest'insetto. Senofonte parla 
di miele velenoso raccolto presso Eraclea, nella provincia 
di Ponto, ed' anche Dioscoride e Plinio parlano di miele 
nocivo. 

Il favo mobile ci permette al presente di osservare l'in- 
terno dell'alveare, di esaminare la regina quando lo si 
creda utile, e di scegliere le regine buone, respingendo le 
cattive. La varietà italiana o ligustica dell'ape sembra ora 
la preferita, e fu introdotta in tutte le parti dell'Europa in 
sostituzione della varietà nera o alemanna; essa venne 
trasportata anche in America e nell'Australia. 



72 CAPITOLO IV. 



Per scegliere le buone regine, non basta tener conto 
(Iella loro bellezza, perché talvolta regine bellissime sono 
poco feconde; bisogna guardare all'opera loro, e preferire 
quelle che depongono molte uova in modo regolare. Quando 
una regina non riempie di seguito le celle di un favo, ma 
ne lascia molte vuote, essa non fa per noi. 

Malgrado i deboli effetti della domesticità sull'ape, uno è 
tuttavia evidente; Fuomo ha attutito il di lei 'temperamento 
violento ed aggressivo. Per persuadersene, basta visitare 
uno sciame di api che vive in libertà, abbandonato a sé 
stesso, ed uno sciame posseduto da un esperto e diligente 
apicultore. Le api dello sciamo libero sono quasi intratta- 
bili per la loro ferocia, quelle dello sciame domestico sono 
invece mansuete, e noi possiamo fare nell'alveare le più 
complicate operazioni senza prendere una sola puntura. 

Il bombice del gelso. Il baco da seta è indigeno della 
China, ed ancora oggidì nel Tché-Kiang nei dintorni di 
Hang-chow, e forse in altri luoghi, vive allo stato selvag- 
gio. I bozzoli prodotti da bachi selvaggi chinesi sono di 
([ualità mollo inferiore a quelli prodotti da bachi addome- 
sticati già da una lunghissima serie di secoli. I Chinesi 
furono i primi educatori del baco da seta. Se vogliamo 
credere agli annali chinesi, che datano 3400 anni avanti Cri- 
sto, Forigine della sericoltura salirebbe ai tempi di Fuh-hi, 
un secolo avanti il diluvio biblico [1]. Nel sacro Libro Sciu- 
King è detto che Timperatrice Si-ling-Ki, moglie dell'impe- 
ratore Ho-ang-ti o Lori-tsee, è stata la prima ad allevare 
il baco da seta e ad inventare la tessitura delle stofiTe. Co- 



[1] Queste ed altre notizie sul baco da seta sono tolte da parecchie 
pubblicazioni del dott. Ruggero Cobelli dì Rovereto. 



DELEZIONE ARTIFICIALE {Continuasione) 73 



munque sia, è cosa certa che la coltura del bombice del 
gelso data da tempi remotissimi, e che l'elezione delFuomo 
ebbe largo campo ad esercitare la sua influenza. 

Quantunque la seta fosse conosciuta in Europa molti se- 
coli avanti Fera volgare, non conoscevasi però la bachicol- 
tura, la quale fu introdotta in Europa soltanto nell'anno 552 
dopo G. G. La prima parte d'Italia a coltivare il baco da 
seta fu la Sicilia. Questa fonte di ricchezza vi fu introdotta 
dai prigionieri greci colà trasportati dal vincitore Ruggero II, 
re di Sicilia (1101-1154 dopo G. C.). Il gelso ed il baco fu- 
rono ben presto l'oggetto di numerose coltivazioni, che non 
tardarono ad estendersi alla vicina Calabria. Non molti anni 
dopQ (1203-1204 dopo G. C), il vecchio Dandolo trasportava 
da Costantinopoli gente pratica della bachicoltura, che la 
diffusero nei possedimenti della Repubblica Veneta. A poco 
a poco la bachicoltura si estese per tutta la penisola, e Mo- 
dena fu intorno al 1306 uno dei più importanti centri di se- 
ricoltura, sebbene sia stata presto superata da Firenze. 

Come l'uomo ha ridotto il majale ad una eccellente mac- 
china produttiva di grasso, cosi ha ridotto eziandio il filu- 
gello ad una macchina produttrice di seta. Ed anche qui 
l'uomo ha saputo crearsi delle razze o varietà distinte, mo- 
dificando quelle parti che per lui hanno maggiore interesse; 
infatti i bozzoli diversificano assai nelle varie razze sia nella 
forma, sia nel peso, sia nella grandezza, sia nel colore. Per 
dare un esempio delle differenze di peso, secondo il Pasteur, 
occorrono i seguenti numeri di bozzoli per pesare un chi- 
logrammo: 

Giapponesi Nostr. giaUi 

Numeri massimi 921 720 

» minimi 785 505 

Medii (di 10 allevamenti) ... 862 593 



74 CAPITOLO IV. 



Il risultato che ottenne l'uomo nel promuovere nel filu- 
gello la produzione della seta può dirsi sorprendente, quando 
si consideri che un'oncia di trenta grammi di ovicini può 
dare, ad allevamento compiuto, 65 chilogrammi di bozzoli, 
se la semente è indigena, e 60 chilogrammi, se la semente 
è giapponese. Si è parlato anche di prodotti maggiori, i quali 
in ogni modo non possono essere che eccezionali. Secondo 
i calcoli di Berti Pichat [1], un allevamento faustissimo 
d'indigeni, che per caso impossibile non avesse verun baco 
senza il suo bozzolo, potrebbe dare per oncia di 25 grammi 
almeno 35,000 bozzoli del peso di chilogr. 70 ad 87; ed un 
eguale allevamento di giapponesi, nel caso sopra supposto, 
darebbe per oncia o cartone 50,000 bozzoli del peso di chi- 
logr. 62 a 71. 

Il baco da seta fu soggetto ad un' elezione non soltanto 
lunga, ma anche accuratissima, perchè durante ogni alle- 
vamento si scartano quei bachi, i quali per una qualsiasi 
ragione non promettono di dare un buon bozzolo. Berti Pi- 
chat [2] dice con ragione: « Il vero problema per l'agri- 
coltore bacofilo consiste nel ricavare dai suoi gelsi la mas- 
sima quantità di bozzoli. Certo se questo massimo l'ottiene 
da una minore quantità di semente, sarà pure vantaggioso. 
Ma in questi anni volg. climaterici pei bachi, convien piut- 
tosto abbondare nella semente, e scartare severamente tutti 
quelli che, massime nel mangiare e nelle mute, si mostrane 
sempre in ritardo a fronte degli altri. » 

L'uomo ha anche cercato di abbreviare lo sviluppo del 
baco, ed ha ottenuto delle razze, le quali subiscono tre sole 



[1] Istituzioni^ voi. VI, p. 1484.. 
[2] L. e, voi. VI, p. 1465. 



DELEZIONE ARTIFICIALE {Continuasione) 75 

mute (trevoltini), invece delle quattro che compiono le razze 
più comuni. Quantunque i trevoltini diano bozzoli meno pe- 
santi degli altri bachi, nondimeno questa loro proprietà può 
tornare utile all'allevatore in casi speciali. 

L'elezione artificiale fu praticata in questi ultimi anni a 
vincere od almeno a diminuire gli effetti dannosi della ma- 
lattia dominante del baco da seta, o pebrina; e la confe- 
zione cellulare del seme, che si pratica con metodi diversi, 
ha per iscopo di separare il seme sano dal malato, e di 
impiegare soltanto il primo negli allevamenti. 

5. Piante eoltl¥«te« 

I vegetali che noi coltiviamo sono tenuti a doppio scopo: 
sia per diletto, sia pel tornaconto. Noi coltiviamo i fiori nel 
nostro giardino perchè sono belli od odorosi; e coltiviamo 
i cereali, gli alberi da frutto, ecc., perchè ci sono utili. Ora 
è di grandissimo interesse per noi il vedere, come tali pro- 
dotti siensi resi sempre più graditi od utili, e come sieno 
variabili precisamente quelle parti delle piante, cui sono 
rivolte le nostre cure. Anco nel regno vegetale appariscono 
variazioni nel fusto, nelle foglie, nei fiori, nei frutti, ecc., e 
l'uomo seppe valersene, conservandole e riproducendole, e 
creò cosi delle varietà ben distinte che si propagano fedel- 
mente. « Il colore de' fiori e delle foglie, dice Berti Pichat [1], 
ha un'importanza massima pei giardinieri. Quello che sa 
far nascere un colore nuovo in un fiore, crea una novità 
che vende a prezzo elevatissimo; e lo stesso avviene se 
può conseguire foglie vagamente screziate da una pianta 

[1] Istitusioni, voi. VI, p. 161. 



76 CAPITOLO IV. 



ove abitualmente noi fossero. » Ed altrove [1] dice: e Deb- 
bonsi al caso, per avventura, molte varietà; ma non poche 
certamente si debbono a cimenti di solerti e sagaci giar- 
dinieri. Quanto all'opinione, che le varietà tutte abbiano già 
i loro individui corrispondenti spontanei in natura, Tho com- 
battuta; e tuttodì le varietà nuove, create o anco se vuoi 
ottenute a fortuna o di rimbalzo, ne fanno prova. Il giar- 
diniere negoziante di vegetali sacrifica cure, spese ed anche 
piante, ma ne trae buon partito da quante gli riescono in 
abbondante compenso anche de* tentativi infelici. L'amatore 
ha invece il premio d'intimo soddisfacimento se può con- 
seguire qualche modificazione di forma o di colore, da altri 
non posseduta. Lo studioso, Taffezionato alla scienza, se 
giunge a buon successo di qualche sperimento d'eguali mo- 
dificazioni, vi trova insegnamenti preziosi per la fisiologia 
vegetale. È adunque sommamente commendevole lo appli- 
carsi alla produzione di nuova varietà. » 

L'elezione nelle piante coltivate è praticata da lungo tempo, 
e Virgilio, parlando del frumento, raccomanda di scegliere 
ogni anno i semi migliori allo scopo della seminagione, per 
impedire che il frutto degeneri. Egli scrive: 

Ma d'ogni cura e d*ogni studio ad onta 
Pur li vid'io degenerar, se ogni anno 
D*essi i maggiori il buon cultor non sceglie. 

Suppongasi che i semi di una generazione siano lunghi 
in media 3 millimetri; le piante, da essi nate, daranno dei 
semi aventi in media la lunghezza di 3 mill., ma ve ne sa- 
ranno di quelli lunghi 2,9 mill. ed altri lunghi 3,1 mill. Sce- 

[1] Istitusioni, voi. VI, p. les. 



V ELEZIONE ARTIFICIALE {Coni umazione) 77 



gliendo. per la seminagione sempre i più piccoli ed i più 
grandi, scartando quelli di lunghezza intermedia, noi arri- 
veremo nel corso del tempo a produrre due distinte varietà, 
runa a semi piccoli, Tallra a semi grandi. 

Un esempio interessante di questo genere ci è raccontato 
dal Darwin [1]. Manchester è il grande centro dei produt- 
tori dell'uva spina, e ciascun anno si danno dei premi da 
cinque scellini a cinque o dieci lire sterline pel frutto più 
pesante. Il registro dei produttori di uva spina si pubblica 
tutti gli anni, il più antico porta la data del 1786, ma è certo 
che riunioni pella distribuzione dei premi ebbero luogo già 
alcuni anni prima. Il frutto delFuva spina selvatica pesa 
intorno agli 8 grammi; nel 1786 se ne esposero di quelli 
che pesavano il doppio. Nel 1817 si giunse al peso di 40 
grammi, nel 1825 di 49 gr., nel 1830 di 50,57 gr., nel 1841 
di 50,76 gr., nel 1844 di 55 gr., nel 1845 di quasi 57 gr., in- 
fine nel 1852 si raggiunse il peso di 57,94 gr., cioè da sette 
ad otto volte quello del fruito selvatico. Noi vediamo qui 
un accrescimento graduale, ma costante, del peso dell'uva 
spina dalla fine dell'ultimo secolo fino all'anno 1852, dovuto 
in parte al miglioramento dei metodi di coltivazione, ed in 
parte maggiore alla elezione continua delle piante che si 
sono mostrate le più atte a produrre delle frutta cosi straor- 
dinarie. 

L'uomo ha modificato i fiori secondo le sue idee di bel- 
lezza. Cosi la viola del pensiero presenta oggi parecchie 
centinaia di varietà che si formarono, in seguito alla ele- 
zione artificiale, dopo il 1810. Esiste un evidente contrasto 
tra i fiori piccoli di colore smorto, allungali ed irregolari 

[1] Varlasioni, trad. ital., pog. 317. 



78 CAPITOLO IV, 



della viola selvatica del pensiero, ed i fiori magnifici, piatti, 
simmetrici, circolari, vellutati, aventi oltce due pollici di 
diametro, splendidamente ed in vario modo colorati che 
vennero alle nostre esposizioni. Un felice coltivatore di gia- 
cinti, W. Paul, osserva, essere interessante il paragonare 
i giacinti del 1C29 con quelli del 1864, e di constatarne i 
miglioramenti. « Sono scorsi, egli dice, duecento trentacin- 
que anni d'allora in poi, e questo fiore semplice olire una 
eccellente dimostrazione del fatto che le forme primitive 
della natura non se ne stanno stazionarie, né fisse, almeno 
quando sono soggette alla coltivazione. » 

Come Fuomo ha modificato il frutto, il fiore, la radice, ecc., 
delle piante, cosi in alcune egli ha modificato eziandio il 
profumo, sia rendendolo più intenso, sia cambiandone l'es- 
senza. È cosi che noi possiamo spiegare il fatto, che al- 
cuni fiori allo stato di natura non mandano che un lievis- 
simo odore, mentre i loro discendenti coltivati hanno un 
profumo intenso e gradevole. 

Conclusione. Gli animali domestici e le piante coltivate 
costituiscono razze e varietà numerose, le quali spesso dif- 
feriscono fra di loro assai più che non la specie allo stato 
di natura* Il dire, che tutti i prodotti domestici furono creati 
tali quali oggi sono, non è una spiegazione scientifica, e 
molti fatti storici smentiscono tale modo di vedere. Non 
possiamo quindi accettare Tasserzione della Genesi, secondo 
la quale « Iddio fece gli animaU domestici, secondo le loro 
spezie. » Le produzioni domestiche sono una conquista del- 
l'uomo, la quale gli costò spese infinite, osservazione con- 
tinua, sforzo intellettuale e molti sudori. Taluno crede che 
la teoria dell'evoluzione racchiuda dei concetti che degra- 
dano l'uomo ; ma quale maggiore umiliazione di quella che 



V ELEZIONE ARTIFICIALE {Continuazione) 79 



gli infligge la teoria della creazione col torgli quei meriti 
che ha realmente e che furono raggiunti con tanti sacri- 
fizi ! È certo che gli animali domestici e le piante coltivate 
corrispondono agli interessi, alle idee di bellezza od ai ca- 
pricci dell'uomo; ma questi interessi, queste idee e questi 
capricci sono soggetti a variare secondo i tempi ed i luo- 
ghi; per cui un Creatore, che volesse appagare Tuomo, sa- 
rebbe di continuo occupato a fare, rifare in mille guise e 
rimodernare Topera sua. E questo non sarebbe, parmi, un 
concetto molto elevato della Divinità ! 

Alfredo Espinas [1] ha recentemente considerato lo stato 
domestico come un fenorneno di mutualismo; i servizi, anzi 
che essere unilaterali come nel commensalismo, sarebbero 
bilaterali, ossia l'animale domestico e la pianta coltivata 
prestano dei servizi all'uomo, e questo ne rende altri al- 
l'animale domestico od alla pianta coltivata. Ma tale modo 
di vedere non è forse corretto, il vantaggio essendo quasi 
tutto dalla parte dell'uomo. È vero che gli animali dome- 
stici e le piante coltivate godono la protezione del loro cul- 
tore, col mezzo della quale sono anche forniti di ricco nu- 
trimento; ma tutto ciò non fa progredire quei prodotti di 
fronte alle specie selvaggie affini, tant'é vero che le nostre 
produzioni domestiche, abbandonate a sé stesse, non po- 
trebbero lungamente sopravvivere senza ritornare ai ca- 
ratteri primitivi. 

Li 22 settembre 1877, al cinquantesimo congresso dei na- 
turalisti e medici tedeschi, tenutosi a Monaco, il Virchow 
si dichiarò avversario della teoria evoluzionista, asserendo 
che mancavano le prove di questa dottrina. Evidentemente 

[1] Les Sociétés animales, Paris 1878, p. 185. 



80 CAPITOLO IV. 



il Virchow non volle tener conio dei falli offerti dairem- 
briologia, dalla paleontologia, dalla morfologia, ecc., i quali 
sono buone prove della discendenza degli organismi più 
perfetti da altri organismi più bassi. Una prova è eziandio 
offerta dagli animali domestici, ed a ragiono THaeckel [1] 
fa osservare, come, ad esempio, le varie razze dei cavalli 
differiscano tra loro assai più che non lo zebro e il quagga 
od il dauw, che sono da tutti gli autori ritenuti ottime spe- 
cie. Più oltre Haeckel insiste su quest'argomento, dicendo: 
« Noi vogliamo insistere su questo punto, che cioè le spe- 
cie artificiali prodotte o create dall'uomo da un' unica spe- 
cie col mezzo della elezione, differiscono ben più fra di loro 
sotto il doppio aspetto, fisiologico e morfologico, che non 
le specie naturali allo stato selvaggio. La dimostrazione 
sperimentale di una comune origine di queste ultime, come 
facilmente si comprende, è affatto impossibile; impercioc- 
ché chi sottomettesse una specie animale o vegetale ad un 
tale sperimento, la assoggetterebbe di fatto alle condizioni 
della elezione artificiale. » 

ri] Lespreuces du Transformisme. Paris 1879, trad. I. Soury,p. 27, 28. 



CAPITOLO V. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE. 



Quando si dice che Tuomo si è creato da sé stesso le 
razze o varietà domestiche, questa espressione non è cor- 
retta, perchè Tuomo, come nulla può distruggere, cosi nulla 
può creare nel vero senso della parola; egli ha soltanto 
modificato gli organismi naturali, traendo profitto della loro 
variabilità ed appoggiato alla legge della trasmissione dei 
caratteri. Scegliendo i riproduttori a modo suo, ei potè con- 
seguire risultati sorprendenti. 

Ma le cose in natura si presentano ben altrimenti. Qui 
non si tratta solamente di trasformare una varietà in un'al- 
tra, o tutt'al più una specie in una specie diversa; oc- 
corre invece far discendere tutti gli animali da un unico 
animale prototipo, e tutte le piante da una pianta primitiva; 
anzi fa d'uopo far discendere tutti gli organismi da un solo 
organismo esistito in tempi remotissimi. L'uomo avendo 
un' azione assai limitata sulla natura e di più essendo una 
creatura di recente comparsa, l'elezione artificiale non po- 
trebbe spiegare siffatti fenomeni, e quindi noi arriviamo 
alla conclusione, <;he sulla natura debba aver agito una 
La teoria di Darwin 6 



82 CAPITOLO V. 



potenza diversa dalla elezione artificiale, una potenza assai 
più efficace, la cui azione si spiegò all'alba della vita. 

Alla domanda, quale fosse questa potenza, la Bibbia ri- 
sponde : Il Creatore. « Iddio creò il cielo e la terra. » Ma 
noi abbiamo già visto nel secondo capitolo, che questa teo- 
ria non ha forza esplicativa; di più la spiegazione che si 
vuol dare in quella guisa non è punto una spiegazione scien- 
tifica. Il credente può accogliere l'asserzione della Genesi 
come un atto di fede, ma non può pjretendere che lo scien- 
ziato vi si acquieti e non spinga oltre le sue indagini. 

Noi dobbiamo ora indagare, quale fosse questa potenza, 
che partendo da un unico e bassissimo organismo produsse 
l'infinito numero delle specie che popolarono e popolano il 
nostro globo. A tale uopo esamineremo varie categorie di 
fatti, tutti convergenti verso un' unica conclusione. 

Prove della ▼•riabilita delle «peelc. 

Noi non sappiamo che cosa sia una specie, e le defini- 
zioni che ne diedero i diversi autori sono tutte più o meno 
inesatte, come ho dimostrato nella mia opera sulla Teoria 
dell'Evoluzione [1]. Egli è quindi naturale che, all'atto pra- 
tico, gli specialisti non s'accordino tra loro nel riconoscere 
in ogni genere un determinato numero di specie. Qualche 
autore largheggia, e distingue un grande numero di spe- 
cie, accordando ad ogni leggera variazione il valore di un 
carattere specìfico; altri autori sono parchi, distìnguono un 
piccolo numero di specie, e considerano le lievi deviazioni 
dagli esemplari, che loro sembrano tipici, come semplici 

[1] La Teoria dell' Eoolusèone. Torino 1877, pp. 5, 6, 7. 



VARIABIUTÀ DELLE SPECIE 83 

% 

varietà. E ve ne hanno degli altri ancora che battono una 
via di mezzo. Chi abbia ragione non è sempre facile deci- 
dere, appunto perchè non possediamo una definizione della 
specie generalmente accettata. 

Molti esempi furono citati per dimostrare il disaccordo 
che regna fra i varii autori in questo argomento; per non 
ripetere quello che fu già detto, io mi rivolgerò ai pesci 
delle acque dolci, i quali ci forniscono una nuova prova 
del mio asserto [1]. 

Nel genere Gyprinus Linn. noi abbiamo una specie assai 
diffusa, che è la carpa, Gyprinus carpio Linn., di cui si co- 
noscono parecchie forme, le quali da alcuni autori sono 
considerate (e credo con ragione) come semplici varietà, 
da altri come specie distinte. Tali sono, ad esempio, il Gy- 
prinus regina e G. elatus del Bonaparte ed il Gyprinus hun- 
garicus di Heckel. Altre forme, che ebbero nomi speciali, 
non sono che forme anomale della stessa specie, cosi il Gy- 
prinus Rex Gyprinorum del Bloch ed il G. nudus dello stesso 
autore. 

Nel genere Garassius di Nilsson v'ha una forma comune, 
il Garassius vulgaris Nils., dal quale il G. gibelio Bl, se- 
condo alcuni autori, non differisce specificamente, mentre 
altri ancor oggi lo considerano come una buona specie, 
cosi il prof. Blanchard [2]. Heckel e Kner [3], nella loro 
opera sui pesci delle acque dolci dell'impero austriaco, ten- 

[11 Vedansi, ad esempio, le conclusioni cui è giunto il prof. Filippo 
Fanzago dopo quattro anni dì ricerche sui miriapodi italiani, nella sua 
Prelezione al corso di Zoologia, Anatomia e Fisiol. comparate, letta 
neiruniversitè di Sassari, 1878, p. 16, 

12] Les Poissonè dea eaux douces de la Fra/ice. Paris 1866, p. 340. 

£3] Sùaswasser/lsche, p. 70 e seg. 



84 CAPITOLO V. 



gono distinte come altrettante specie diverse le seguenti 
forme di Garassius: G. vulgaris, G. gibelio, G. moles, G. ob- 
longus, le quali non sembrano che varietà della forma co- 
mune. 

Nel genere Tinca Rond. il Bonaparte distingue due spe- 
cie nostrane, e cioò Tinca italica e T. chrysitis, le quali 
oggi da quasi tutti gli ittiologi sono credute semplici va- 
rietà [1]. 

Nel genere Barbus Guv. lo stesso Bonaparte, nella Fauna 
italica, distinse tre specie diverse e cioè B. eques, B. ple- 
bejus e B. tiberinus, le quali furono dippoi riunite in una 
sola. 

Nel genere Gobio Guv. il Gobio venatus Bp. ed il G. lu- 
tescens del De Filippi sono da molti ritenuti come varietà 
del G. fluviatilis Guv. La specie descritta dal Valenciennes 
col nóme di Gobio obtusirostris è creduta dal Gùnther, dal 
Siebold e dal Blanchard una varietà della forma comune. 

La specie trevigiana di Alburnus descritta da Heckel e 
Kner col nome di Alburnus fracchia, secondo me [2], non 
è che una varietà del comune A. alborella De Fil.; e re- 
centemente il dottor V. Fatio [3] ha sostenuto che FA. al- 
borella e TA. lucidus non sono che due razze, Tuna set- 
tentrionale, l'altra meridionale, di una sola e medesima 
specie. 

[1] Ved. ad esempio il mio Prospetto critico dei pesci d'acqua dolce 
nelVArehioio per la zoologia, l'anatomia e la fisiologia, ser. I, voi. IV, 
p. 71, Modena 1866. Inoltre Siebold^ Die Susstoasser/lsche oon Mittel-- 
europa. Leipzig 1863, p. lOd. 

[2] Prospetto critico neWArchi9io sudd., voi. IV, p. 86. 

[3] Victor Patio, De la oariabilité de l'espèce apropos de quelques 
poissons, Archioes de la BibUothèque unioerselle, febbrajo 1877, p. 196. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 85 

Veniamo al genere Scardinius Bonap., di cui Heckel e Kner 
distinsero cinque diverse specie, e cioè Se. erythrophthal- 
mus (forma tipica), Se. dergle, Se. scardafa, Se. plotizza e 
Se. macrophthalmus, le quali da me [1] furono considerate 
come varietà di un' unica specie. Siebold suppone che lo Se. 
macrophthalmus altro non sia che una forma dimagrita 
della varietà comune [2]. Yarrell ha descritta una nuova 
specie di questo genere che vive nei dintorni di Knowsley 
in Inghilterra, e che Blanchard [3] crede una semplice va- * 
rietà, a bei colori, della scardola comune. 

Nel genere Leuciscus Rond. il nostro triotto si presenta 
sotto varie forme, che da qualche autore furono credute 
specie distinte; tali forme sono il L. Fucini Bp., il L. tra- 
simenicus Bp., il L. Henlei Bp., il L. pagellus De FU., il L. 
scardinus De Fil., il L. pauperum De Fil., ecc. Il Blan- 
chard [4], nella sua opera sui pesci delle acque dolci di 
Francia, fa questa notevole asserzione : « Le principali va- 
rietà del Leuciscus rutilus essendo state descritte da pa- 
recchi naturalisti come specie distinte, noi crediamo di do- 
verne fare una particolare menzione. » E cita le specie se- 
guenti: Leuciscus rutiloides Sélys-Longchamps , L. jeses 
Sèi. Long., L. prasinus Agassiz, L. Selysii Heck., L. deci- 
piens Ag. e L. Pausingeri Heck. Kn. 

Relativamente al genere Squalius: Bp., il De Filippi, nei 
suoi cenni sui pesci della Lombardia, riguarda come spe- 
cie sinonime lo Sq. cavedanus, Sq. tiberinus e Sq. Pareti 



[1] Prospetto critico nelV Archivio sudd., voi. IV, p. 90. 
[2] SOsswasserfUche Mitteleuropas, p. 12. 
, [3] Les Poissons des eaux douces, p. S8i. 
[4] Les Poissons, ecc., p. 885, 886. 



86 CAPITOLO V. 



del Bonaparte, e soggiunge: « Se a questi vogliamo para- 
gonare quello di Lombardia, tenendo conto di tutte le più 
minute variazioni, giungeremo facilmente o a ricondurre le 
tre specie ad una o ad aggiungerne molte intermedie. » 

Nel genere Telestes Bp. alcuni autori distinsero tre spe- 
cie, e cioè T. muticellus, T. Agassizii e T. Savignyi ; altri 
credono di poterle ridurre ad una sola. E nel genere Phoxi- 
nus Ag. qualche ittiologo distinse il Ph. Marsilii e il Ph. 
Limaireul dal comune Ph. laevis, mentre altri non appro- 
varono questa distinzione. Analoghi dispareri si sono ma- 
nifestati intorno alla specie di Ghondrostoma Agass. Intorno 
ai Salmonidi dirò solo questo, che la maggior parte degli 
autori tiene separata la specie Trutta carpio L. o carpione 
dalla piccola trota dei ruscelli o Trutta farlo L., mentre il 
Fatio [1] le vuole unite in un' unica specie. Egli dice: «La 
piccola trota dei ruscelli, che la maggioranza degli zoologi 
distingue ancora sotto il nome di Salar Ausonii, in causa 
della brevità del suo muso, delle dimensioni proporziona- 
tamente maggiori del suo occhio e di qualche particolarità 
nella dentiera, non è in realtà secondo me che una forma 
della grande trota dei nostri laghi, la quale, secondo le 
circostanze, chiamasi Trutta lacustris, Tr. Schiffermulleri, 
Farlo Marsilii o Salmo Lemanus. » È noto anche che qual- 
che ittiologo tiene, fra i Glupeoidi, separata TAlosa vulga- 
ris dalla Aiosa fìnta, cosi Troschel e Siebold, mentre altri, 
come Steindachner ed io stesso, le vogliono fuse in un' unica, 
specie. 

Alcuni ittiologi distinguono parecchie specie italiane di 

[1] Variabilité de l'espèce, Archives de la Bibl. univ., febbraio 1877, 
p. 192. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 87 



Gasterosteus, e cioè il G. aculeatus, G. brachycentrus, G. 
argyropomus, G. tetracanthus. Nel 486G io esaminai nu- 
merosi esemplari di queste cosi dette specie, e giunsi a 
questa conclusione: « In Italia esiste una sola specie di 
Gasterosteus, con quattro varietà, il G. aculeatus, brachy- 
centrus, argyropomus e tetracanthus » [1]. Il prof. Bo- 
nizzi [2] confermò nel 1869 quest'opinione in seguito a ri- 
cerche esatte e minuziose; ma non tutti gli autori sono di 
tale parere, cosi il Blanchard, nella sua opera sui pesci 
delle acque dolci della Francia, ne dislingue parecchie spe- 
eie, il G. aculeatus, G. neustrianus, G. semiloricalus, G. se- 
miarmatus, G. leiurus, G. Bailloni, G. argentatissimus, G. 
elegans, oltre le specie, certamente diverse dall'aculeatus, 
che portano sul dorso otto ad undici false spine. 

Nel genere Blennius il Bonaparte distinse come specie 
diverse Tlchthyocoris varus, TI. lupulus, TI. anticolus e TI. 
Pollimi, le quali da altri autori si considerano come altret- 
tante forme del Blennius vulgaris descritto dal Pollini nel 
suo Viaggio al Lago di Garda. 

Dei dispareri di questo genere riscontransi non soltanto 
nella ittiologia, ma in tutti i rami della storia naturale, ed 
ognuno sa quale intricata matassa sia la sinonimia mo- 
derna. Questo guaio ha due principali sorgenti, primiera- 
mente la difficoltà di tener dietro a tutte le pubblicazioni 
che si fanno con attività febbrile nelle varie parti del mondo, 
per cui un autore pubblica talvolta come nuova e con nome 



[1] Prospetto critico. Archivio per la zoologia, ecc., ser. I, voi. IV, 
p. 160. 

[2] Sulle varietà della specie Gasterosteus aculeatus. Archivio 
pred., ser. II, voi. I, p. 156, tav. XVII. 



83 CAPITOLO V. 



particolare una specie clie già un altro autore aveva co- 
nosciuta e battezzata; secondariamente T impossibilità di 
definire con precisione il concetto della specie, cosi che un 
naturalista considera come semplici varietà quelle forme 
che un altro aveva credute buone e distinte specie. 

Anche le nostre cognizioni incomplete intorno allo svi- 
luppo degli animali hanno contribuito a rendere difficile e 
complessa la sinonimia; infatti molte specie furono stabi- 
lite che poi si riconobbero semplici forme giovanih. Esempi 
di tali errori ci forniscono specialmente gli animali infe- 
riori, come i crostacei ed i vermi. Finalmente non dobbiamo 
dimenticare che anche le differenze sessuali secondarie 
hanno indotto a stabilire delle false specie, e che i fenomeni 
di polimorfismo furono del pari una sorgente di errori. 

Questo disparere degli autori intorno al valore da darsi 
ad una determinata forma deriva dal fatto che gli individui, 
appartenenti ad una specie, non sono fra loro identici, nem- 
meno quando si trovino in età corrispondente e sieno espo- 
sti a simili condizioni di vita. Si può asserire che non vi 
sono alla superficie del globo due individui che sieno affatto 
identici, tanto nei caratteri esterni come nell'organizzazione 
interna. Questo concetto è penetrato nella mente anche di 
uomini che non sono naturalisti. Cosi un psicologo, TArdigò, 
dice, essere la natura tanto varia, che, ad esempio, non è 
possibile trovare due foglie di quercia, fra tutte quelle che 
furono, sono e saranno, le quali sieno in tutto e perfetta- 
mente identiche. Le differenze vanno talvolta a cacciarsi 
in parti del corpo, dove meno ci aspettiamo di trovarle. 
Voglio dare un esempio tolto dall'antropologia. 

A priori sembra probabile che la relativa lunghezza delle 
dita di una o di ambedue le mani sia eguale in tutti gli 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 



89 



uomini, ma cosi non è, come ha dimostrato il Mantegazza [1]. 
Rivolgendo la sua attenzione alla lunghezza relativa del- 
rindice e dell'anulare, questo illustre antropologo trovò, che 
nei diversi uomini si presentano delle notevoli differenze 
per tale riguardo. L'annessa tabella fa vedere queste va- 
rianti; essa è il riassunto di 71 i osservazioni. 



Kelle due mani in- 
dice più lungo 
dell* anulare. 



Uomini ... 27 
Donne .... 64 



Totale 91 
XJom. :: 6,7 : 100 

Donne:: 20,71 : 100 
Totale :: 12,77 1 100 



Nelle due mani in- 
dice più corto. 



Uomini . 
Donne . . 



. 309 
. 194 



Totale 503 

Uom. :: 76,67: 100 
Donne:: 62,78: 100 
TotaL-::.70,65:100 



In una mano indice 
piùluago,neiral- 
tra più corto o 
eguale all' anul 



Uomini . . . 57 
Donne .... 45 



Totale 102 



Indice eguale all'a- 
nulare in ambe- 
due le mani. 



Uomini ... 10 
Donne .... 6 

Totale 16 



Uom. :: 14,14: 100 Uom. :: 2,43:100 



Donne :: 14,5(1 : 100 
Totale :: 14,32 : 100 



Donne 
Totale 



i,9t:i00 
2,25 : 100 



I 



Senza badare ai sessi risulta quindi, che il fatto più co- 
stante è l'indice più corto; che pressoché con eguale fre- 
quenza si trovano l'indice più lungo e una proporzione di- 
versa nelle due mani, e che il fatto più raro fra tutti è 
quello di avere nelle due mani le due dita pressoché di 
aguale lunghezza. Ecker chiamò giustamente la diversa 
proporzione dell'indice e dell'anulare nella mano dell'uomo 
un carattere oscillante; ma egli ha supposto, che ciò che si 
osservava in una mano dovesse necessariamente trovarsi 
anche nell'altra, il Mantegazza invece ha verificato, che in 
un settimo circa dei casi una mano presenta un rapporto 



[1] Archioio per V Antropologia e la Etnologia, 1877, voi. vn. p. ±9 
seg. 



90 CAPITOLO V. 



diverso dairaltra. « Davvero, soggiunge il Mantegazza, che 
sarebbe difficile trovare un caratterj più oscillante di que- 
sto, dacché oscilla fin nello stesso individuo, sol che si passi 
dall'una all'altra metà del corpo. > Risulta anche dalla ta- 
bella sopra esposta, che nella donna è assai più comune 
che nell'uomo il trovare l'indice più lungo dell'anulare, seb- 
bene non si possa perciò concludere, che questa disposi- 
zione anatomica rappresenti il tipo più alto dell'estetica della 
mano. 

Né si può credere che queste variazioni si estendano sol- 
tanto alle parti superficiali ed esterne dell'organismo, essendo 
egualmente frequenti nelle parti interne e più recondite. I 
trattati di anatomia umana, ad esempio, dopo aver esposto 
i caratteri più frequenti delle ossa, dei muscoli, dei vasi,, 
dei nervi, ecc., hanno una rubrica speciale per le varia- 
zioni. Alcuni naturalisti asseriscono bensì che i caratteri 
importanti non variano; ma il Darwin [1] fa osservare con 
ragione che essi, senza saperlo, cadono in un cìrcolo vi- 
zioso, perchè se un organo, qualunque esso sia, varia molto, 
lo si considera come poco importante. Fino a tanto che la 
costanza di un organo sarà il criterio della sua importanza, 
non potrà al certo dimostrarsi, che un organo importante 
sia incostante. Le vertebre e le coste sono certamente or- 
gani importanti; nondimeno può dimostrarsi che il loro nu- 
mero varia entro i limiti di una medesima specie. Ne fa 
fede la tabella che segue, la quale ci dà il numero di quelle 
ossa in alcune razze di colombi che tutti discendono dalla 
colomba lìvia o colombo terraiuolo [2]. 



[1] Variazione, trad. ital., p. 380. 

[2] Darwin, Variazione, trad. ital., p. 146. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 



91 



Vertebre cervicali .... 

» dorsali 

Coste dorsali 

Vertebre sacrali 

> caudali 

Somma delle vertebre . 


Colombo 
torraiuolo 


Gozzuto 
dèi Bult 


Tomboliere 
olandese 


Messaggiere 
di Bussorah 


12 

8 

8 

12 

7 


• 12 

8 

8 

14 

8 a 9 


12 
8 
7 

It 
7 


12 

8 

7 

It 

7 


39 


42 a 43 


38 


38 



Questa variabilità della specie è un fatto conosciuto da 
tutti gli specialisti, e come io la riscontrai nei pesci e negli 
aracnidi, altri la trovarono in altri gruppi di animali. Il 
prof. Fanzago, studiando i miriapodi, fu talmente colpito 
dalla variabilità delle specie nel genere Liihobius, che non 
fu lontano dalFunire quasi tutte le specie italiane di questo 
genere in una specie sola; ed Haeckel ha sostenuto che tra 
le spugne calcaree si possono distinguere con eguale di- 
ritto 591 specie, oppure una sola, non potendosi separare 
nettamente le specie dalle varietà. Il Gamerano [1], stu- 
diando YHydrophilus piceus, è sorpreso dal vedere, « quanto 
varii l'insetto che ci occupa in uno stesso paese, anzi in 
una stessa pozza. » 

Il Darwin ci ha detto che le specie dei generi ricchi sono 
più soggette a variare delle altre; il Fatio [2] esprime que- 
sto concetto altrimenti, dicendo che i generi ricchi sono 
quelli che racchiudono il maggior numero di false specie. 
Ma ambedue ammettono la variabilità, di cui qui ci occu- 
piamo. 



Li] Polimorfismo nella femmina deìVHydrophilus pìceus. Atti deUa 
R. Accad. delle Scienze di Torino, voi. XII, 1877, estratto p. It. 
. [2] Variabilité de Vespèce, Biblioth. unìv., 1877, p. 19Q. , • 



92 CAPITOLO V. 



Giova per altro osservare due cose. In primo luogo, non 
tutte le specie, e molto meno tutti gli organi di una specie, 
variano di continuo; anzi una specie, in determinate con- 
dizioni, può rimanere invariabile per molti secoli, di guisa 
che noi possiamo citare degli animali e delle piante che 
migliaia di anni addietro presentavano i caratteri odierni. 
L'Ibis, ad esempio, a giudicare dalle mummie degli antichi 
sepolcri egiziani, non si è modificato da ben tremila anni 
a questa parte; ed altrettanto dicasi del coccodrillo del- 
l'Egitto. Secondo un calcolo dell'Huxley [1], nei dintorni 
delle cascate del Niagara trovansi degli avanzi di mollu- 
schi, la cui età risale a più che trentamila anni, e che ap- 
partengono a delle specie ancora oggi viventi in quelle re- 
gioni. V'hanno degli animali ancora più vecchi, i quali esi- 
stevano già durante Tepoca terziaria. In secondo luogo, le 
variazioni trovano un limite naturale nel tornaconto della 
specie. Cosi il collo della giraffa non potrebbe allungarsi 
in modo indefinito, perchè non converrebbe a questo ani- 
male averlo eccessivamente lungo, essendo necessaria una 
grande quantità di materia a formarlo ed a nutrirlo; né ad 
un* ape sarà utile possedere una proboscide di straordina- 
ria lunghezza, perché il consumo di forza da tale organo 
causato non sarebbe per intero compensato dai vantaggi 
che ne. potessero derivare. 

Le variazioni sono talvolta estremamente minute, cosi 
che si sottraggono alFosservazione degli uomini od almeno 
della maggior parte di essi. Cosi a noi tutte le api di un 
alveare sembrano identiche ; ma è un fatto certo che quelle 
di uno sciame conoscono a perfezione le loro compagne, e 

[1] YoRTBAQE. In America Geìialtene wU». p. 29. Braunschweig 1879. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 93 



respingono col loro aculeo tutte le straniere che vogliono 
penetrare heirarnia. Ammettiamo pure che tale distinzione, 
anziché coU'occhio, sia raggiunta mediante l'olfatto; ma 
anche l'odore è un carattere di storia naturale, perchè è 
percepito con uno dei sensi, ed oltre ciò giova riflettere che 
alla diversità deirodore deve corrispondere una diversità 
di struttura nell'apparato che secerne la sostanza odorosa, 
imperocché ad effetti differenti debbono corrispondere cause 
differenti. 

Dove rocchio inesperto vede identità di cose, l'occhio 
esercitalo rinviene delle notevoli differenze. Il Darwin [1] 
ha citato parecchi fatti che dimostrano la verità di questa 
asserzione. Il Lappone, mediante una lunga pratica, cono- 
sce e dà il nome a ciascun renne, quantunque Linneo ab- 
bia detto a questo proposito, « che la possibilità di distin- 
guere un individuo dall'altro era per lui incomprensibile, 
poiché essi erano come le formiche in un formicaio. » In 
Alemagna, dei pastori hanno guadagnato delle scommesse 
col riconoscere tutte le pecore in un gregge di cento capi, 
che non avevano vedute se non da quindici giorni. Questa 
perspicacia é ancora un nulla in confronto di quella che 
hanno potuto acquistare alcuni fiorai. Il Verlot ne ricorda 
uno che poteva distinguere 150 varietà di camelie non fio- 
rite, e si assicura che un vecchio orticultore olandese, il 
celebre Voorhelm, che possedeva più di 1200 varietà di gia- 
cinti, li riconosceva, senza ingannarsi quasi mai, dal solo 
bulbo. Noi siamo da ciò costretti a conchiudere, che i bulbi 
dei giacinti, come le foglie ed i rami delle camelie, differi- 
scano realmente tra di loro, quantunque l'occhio non eser- 
cì] Variazione, trad. ital., pp. 5P3, 594. 



«4 CAPITOLO V. 



citalo sia incapace di trovare coleste minutissime diffe- 
renze. 

Quanto dissi sopra delle api, può ripetersi delle formiche, 
come risulta dallo sperimento seguente del Darwin [1], Egli 
dice: « Io ho spesse volte portato formiche della medesima 
specie (Formica rufa) da un formicaio in un altro, abitalo 
da migliaia di individui, e le intruse venivano alFistanle ri- 
conosciute ed uccise. Ho preso allora alcune formiche da 
un gran nido, le rinchiusi in una bottiglia fortemente pro- 
fumata di assa fetida e dopo ventiquattro ore le reintegrai 
nel loro domicilio. Furono dapprima minacciate dalle loro 
compagne, poi tosto riconosciute poterono rientrare. Da 
questo fatto risulta che ogni formica può, indipendente- 
mente dair odore, riconoscere le sue compagne. » In que- 
sr ultimo punto le formiche sembrano differire dalle api, 
queste riconoscendo le loro compagne principalmente dal- 
l' odore. Da ciò traggono partito gli apicultori quando vo- 
gliono dare ad uno sciame una regina straniera. Essi pren- 
dono una sostanza odorosa, per esempio della noce moscata, 
la pongono nell'acqua zuccherata e nutrono con essa le api. 
Poi prendono la regina, l'immergono più volte nella solu- 
zione suddetta, e la collocano libera sopra un favo. Le ope- 
raie vengono in tale guisa ingannate. Si possono anche, 
allo stesso scopo, spruzzare la regina e le operaie con es- 
senza di menta allungata con acqua, la quale si fa cadere 
sopra di esse lentamente a modo di rugiada. 

Una delle più belle prove della variabilità delle specie ci 
è fornita dagli animali domestici, i quali inoltre c'insegnano 
che tutte le specie non sono egualmente plastiche. Eguale 

[1] Variazione, p. 594. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 95 



prova ci recano le piante coltivate. Sarebbe inutile entrare 
qui in maggiori dettagli dopo quello che disse il Darwin 
nella sua grande opera sulla Variazione degli animali e 
delle piante allo stato domestico, e dopo i cenni dati in 
questo lavoro nei capitoli III e IV che trattano deirelezione 
artificiale. La domesticità e la coltura sono cause potenti 
di variazione, e questa è andata tant'oltre in alcuni casi da 
scindere una specie in due o più forme, le quali, se vives- 
sero allo stato di natura, sarebbero a buon diritto consi- 
derate dai naturalisti come altrettante specie distinte. Cosi 
il colombo pavone, se fosse selvaggio, direbbesi una spe- 
cie diversa dal terraiuolo, perché, anche prescindendo da- 
gli altri caratteri, quest'ultimo possiede dodici rettrici o ti- 
moniere, mentre il primo ne ha quattordici a quarantadue, 
le quali inoltre possono essere erette dalPanìmale e distese 
a guisa di ventaglio [1]. 

Ma non soltanto la struttura corporea è variabile, lo sono 
del pari gli istinti. Ed anche in tale riguardo sono istruttivi 
gli animali domestici. Infatti noi vediamo che essi perdono 
il timore dell'uomo, che è istintivo nei loro avi selvatici. Il 
bracco ha acquistato Tistinto della ferma; ed il segugio 
quello di inseguire la lepre, ancora che non vi sia stimolato 
dalla fame e dal desiderio di divorarla. Altri cani appo- 
stano ed uccidono i ratti con una pazienza ed una ferocia 
degna dei gatti. Il coniglio perfezionato ha perduto quasi 
interamente ristinto dì scavare. . 

Anche negli animali allo stato di natura noi vediamo va- 
riare gli istinti. Blanchard [2], parlando del nido dello spi- 
ci j V. la mia Teoria dell' Eoolusìone- Torino 1877, p. 10 e seg. 
[2] Poisson dea eaux douceSt p. 194. 



96 CAPITOLO V. 



napello, ci dice che questo nido ha talvolta una sola aper- 
tura, quella cioè d'ingresso, mentre altre volte, ed anzi ge- 
neralmente, le aperture sono due, di cui una serve per l'in- 
gresso, l'altra per l'uscita. Anche i nidi delle formiche sono 
soggetti a variare. Cosi la Formica f uliginosa fabbrica con 
della terra e delle pietruzze, ma il Maggi [1] vide un nido 
fabbricato con del legno. Il Maggi [2] dice in proposito: 
« Benché tutte le condizioni della giacitura del nido con- 
ducano a ritenere, che le formiche operaie di questa specie 
si siano ingannate nella scelta della località per istabilire il 
loro edificio, giacché esse si credevano sicuramente di essere 
nelle radici degli alberi; pure, questa loro aberrazione mi 
serve per concludere, che il nido della Formica f uliginosa 
Latr., trovato in Valcuvia, non è scolpito nel legno, ma fab- 
bricato con del legno procurato, portato e lavorato dalle 
formiche, e perciò basato sopra un principio architettonico 
ben diverso da quelli finora noti per questa specie. Inoltre, 
essendo stato fatto in un ampio spazio, libero da qualsiasi 
corpo straniero, potè essere completato nella sua costru- 
zione, e quindi mostrarsi d'una struttura che non ha avanti 
nessun esempio, perchè né Huber, né altri dopo luì, par- 
larono dell'involucro del formicaio dintorno alla sua parte 
centrale; disposizione questa di componenti che lo fanno 
rassomigliare in genere ai nidi delle vespe e delle api, e 
che permette di assorgere ad un modo di costruzione di- 
verso da quello indotto da Huber, particolarmente pei nidi 
che di questa specie stanno nelle radici degli alberi. > 



[1] Sa zza architettura delle formiche. Rendiconto del regio Istituto 
Lombardo, ser. II, voi. VII, fase. 4. Milano 187<I. 
[2] L. e, estratto, p. 3. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 97 



Un altro esempio ci ò raccontato da Maurizio Girard [1]^ 
il quale parlando delle friganee, dice : « Sembra del resto che 
il loro istinto di costruzione sia perfettibile, lasciando tal- 
volta intravvedere un barlume d'intelligenza. Cosi una larva, 
abituata a costruirsi Tastuccio con paglia o con foglie, messa 
in un vaso dove non si trovano che piccole pietre, finisce 
col servirsene per fabbricare un astuccio inusitato. » 

La teoria della creazione lascia inesplicato il fatto della 
variabilità degli istinti, e più ancora quello delle aberra- 
zioni degli istinti, le quali riescono talvolta fatali agli ani- 
mali; mentre questi fenomeni si spiegano facilmente colla 
teoria delPevoluzione, la quale fa nascere gli istinti dalle 
abitudini ed ammette che si perfezionino continuamente per 
gli effetti della elezione naturale. Questa considerazione fu 
già fatta dall'Houzeau [2], il quale dice: « Se Tistinto fosse 
rimpulso dato in ciascun istante all'animale da una intelli- 
genza estranea e superiore airindividuo, questo istinto sa- 
rebbe sempre diretto giustamente, e non potrebbe ingan- 
narsi. > E conclude coU'asserire che gli istinti, anziché atti 
inspirati da una intelligenza . superiore, sono azioni dipen- 
denti dagli individui stessi. 

Siccome anche le aberrazioni degli istinti sono una prova 
della loro variabilità, voglio qui citare alcuni esempi. Quanto 
disse il Maggi intorno al nido di Valcuvia, di cui abbiamo 
parlato sopra, costituisce un esempio di aberrazione. Altri 
esempi furono esposti da James Rennie [3] e da Houzeau [4]. 

[1] La Nature, 1877, p. 53. 

[«] Études sur les faculiés mentales dea animaux, ecc. Mons 1872. 
voi. I, p. 294. 
[3] MistaHes of imtinct, Mag. ofNat HisU voi. I, citato da Houzeau. 
[4] Études, ecc., voi. I, p. 292 e seg. 

La teoria di Darwin» 7 



98 CAPITOLO V. 



La mosca delle carni (Musca carnaria) deposita talvolta 
le sue uova nei fiori della Stapelia che hanno un odore di 
carogna, e dove la progenie perisce per mancanza di nu- 
trimento. Alla Stapelia queste aberrazioni potranno tornare 
utili, perchè le mosche, frequentando quei fiori, ne agevo- 
leranno rincrocio; ma non è ammissibile che alla Musca 
carnaria sia di tornaconto sprecare le proprie uova. Si dice 
anche che la mosca comune (Muèca domestica) deponga 
talvolta le sue uova nelle tabacchiere, dove la progenie è 
destinata a perire. Vlcterus pecoris della famiglia degli 
storni deir America del Nord mette frequentemente le sue 
uova nel nido della Syloicola aestiva, la quale possiede il 
controistinto di coprirle con delle foglie, affinchè non na- 
scano i pulcini. La teoria della creazione trovasi qui, a 
quanto sembra, in un grande imbarazzo, perchè il Crea- 
tore, anziché creare un istinto ed un controistinto, avrebbe 
potuto fare a meno di creare il primo, ed allora sarebbe 
fatata superflua anche la creazione del secondo. Il nostro 
Giusti, alla vista di queste cose, direbbe col solito suo sar- 
casmo 

« 

« Giove ha sbagliato 
Oppur ci minchiona. » 

(Re Travicello). 

Anche le formiche errano talvolta nel costruire i formicai; 
oltre il Maggi, anche Huber e Bùchner osservarono delle 
aberrazioni, e quest'ultimo, parlando delle costruzioni di 
questi insetti, cosi si esprime [1]: « Per quanto questi pic- 
coli architetti sieno abili, vanno nondimeno soggetti all'er- 

[i] L. BucHNER. Au» dem Geistesleben der Thiere. Beriin 1876, p. «7. 



* 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 99 



rore come gli ingegneri umani, o devono soffrire per Tinet- 
titudine di singoli lavoratori. Tuttavia non riesce loro diffi- 
cile di rimediare ai danni cagionati. I muri, costruiti male, 
sono demoliti, e rifatti in modo diverso; i singoli lavoratori, 
che hanno eseguito dei lavori inesatti, vengono corretti da 
altri e devono lavorare in maniera differente sotto la dire- 
zione di un compagno. » 

Caase della varlalillUà delle specie. 

Alcuni autori hanno considerato la variabilità delle forme 
-come una legge fondamentale della natura ; ma cosi pro- 
cedendo si soffoca la questione senza risolverla. Noi non 
possiamo ammettere delle leggi generali senza un assoluto 
bisogno, ma dobbiamo cercare, per quanto è possibile, di 
subordinare i fatti, che ci si presentano, a leggi già cono- 
sciute. Ammettendo poi che la variabilità tenda ad un ^ne 
prestabilito, si cadrebbe nella teoria della creazione. Impe- 
rocché si dovrebbe ammettere una potenza sopranaturale 
che pose la meta; e la differenza sarebbe piccola fra un 
credente che fa scaturire tutte le forme organiche diretta- 
mente da una mano creatrice, e Tevoluzionista che am- 
mette una o poche forme originarie che ebbero dal crea- 
tore l'impulso a percorrere nel loro svolgimento una via 
esattamente prescritta. Che tutto si formi e si organizzi 
mercè un disegno preesistente, dice con ragione il Sici- 
liani [1], non è oggetto di scienza; la dottrina teologica 
delle cause finali è fuori della scienza. 



[1] Socialismo, Darwinismo e Sociologia moderna. Bologna I879i 
pag. 49. 






100 CAPITOLO V, 



Fra gli autori, che considerano la variabilità come una 
legge di natura, troviamo Tiilustre Settegast [1], il quale 
dice: « La proprietà di variare, la capacità di divergere 
dalla madre-forma e di trasmettere ereditariamente le nuove 
proprietà acquistate è comune a tutti gli animali; e questa 
qualità, come quasi tutti i dotti moderni ammettono, è pre- 
cipua cagione della grande moltipliciià di forme che si rav- 
visa nel mondo animale. La detta qualità come non venne 
concessa in uguale grado a tutte le bestie in generale, 
cosi anche fra gli animali domestici fu dispensata in diversa 
misura, e a tale riguardo le razze di questi vengono come 
a costituire una scala, alla cui sommità si trova la mas- 
sima capacità di variare e la minima al piede. » Ed in al- 
tro luogo lo stesso autore ripete: <c Alla tendenza di con7 
servare, mediante l'eredità, ciò che già esiste, va del pari 
una tendenza ugualmente energica a creare, mercè devia- 
zioni, novità; e queste mantiene l'eredità medesima. » Se 
il Settegast parla in senso metaforico, il suo linguaggio ri- 
chiede un'ulteriore spiegazione; ma se le sue parole de- 
vono intendersi alla lettera, noi faremo la domanda: Chi 
ha concesso e dispensato agli animali ed alle piante le qua- 
lità di variare? È facile comprendere che la risposta ci può 
condurre alla teoria della creazione. 

Anche il Delpino [2], che pur accetta in gran parte la 
teoria del Darwin, non seppe liberarsi dai pregiudizi teleo- 

[1] L'alleoamento del bestiame, trad. ital. di A. Vezzani Pratonari.^ 
Bologna 1876, pag. 63, 135. 

[2] SuU*opera: « La distribuzione dei sessi neUe piante e la legge 
che osta alla perennità della fecondazione consanguinea del prof. Fe- 
derico HiLDEBRAND. » Note critichc di F. Delfino. Atti della Soc, itaL 
di scienze naturali, 1867, voi. X, p. 277. 



VARIABIIITÀ DELLE SPECIE 101 



logici e cadde in un misticismo che ci è impossibile di se- 
guire. Cosi egli dice: « Noi che adottammo il sistema me- 
desimo (quello della variabilità secondo Darwin), corretto 
però dalla dottrina delle cause finali, noi che siamo ferma- 
mente persuasi, che la funzione o meglio il pensiero fun- 
zionale crea Vorgano e non Vorgano la funzione, facilmente 
spieghiamo Tinteressante fenomeno accennato dal chiaro 
autore. » 

L'opinione degli autori, che ammette negli organismi una 
facoltà speciale a variare, è contraddetta dal fatto, già so- 
pra accennato, che non tutte le specie variano in ogni tempo. 
Il Darwin, tutto intento ad abbattere il dogma della inva- 
riabilità delle specie, non ha espresso sufficientemente il 
pensiero, che la specie può avere delle epoche, forse anche 
lunghe, di costanza, qualora le condizioni della vita restino 
invariate. Quest'idea fu svolta meglio dal dottor Seidlitz [1], 
il quale disse: Quando il completo adattamento di tutti gli 
organi alle momentanee condizioni della vita sia raggiunto 
da un organismo. Finterò meccanismo delFelezione naturale 
potrà bensì continuare la sua azione, ma il suo risultato 
sarà questo, che cioè l'adattamento verrà mantenuto al- 
l'altezza raggiunta. Questa azione dell'elezione naturale noi 
vogliamo chiamarla adattamento conservativo. Come il giar- 
diniere conserva colla forbice ad una siepe una determinata 
forma, tagliando i rami che crescono oltre il livello voluto, 
<ìosi l'elezione naturale distrugge tutti gli individui che l'al- 
lontanano in una direzione o nell'altra dall'adattamento 
raggiunto, e mantiene la sequela delle generazioni nelle 
forme capaci di perdurare. Da ciò scaturisce la grande 

[1] Beitràge sur Descendenz-Theorie, 1876, pag. 77. 



i08 CAPITOLO V. 



somiglianza tra loro degli animali selvaggi di una specie;. 
da ciò là costanza di ogni forma che abbia toccato l'adat- 
tamento. » Delle deviazioni dallo stampo dei genitori, quan- 
tunque leggerissime, appariscono sempre, di che tutta la 
.natura ce ne offre ampia prova; ma le inutili o dannose 
non vengono conservate. Ora si può domandare ai soste- 
nitori della teoria della creazione, come avvenga che un 
essere sopranaturale sapientissimo faccia sorgere, sìa col 
suo intervento diretto ed immediato, sia per un impulso 
dato in un lontano passato, dei caratteri inutili o dannosi 
agli organismi, che egli stesso é poi costretto ad eliminare. 
Tutto ciò sembra che non si addica al supremo posto che 
è assegnato al Creatore. È vero che la Sacra Bibbia ci fa 
apparire Dio accessibile al pentimento, come risulta dai 
pàssi seguenti: 

4c Ei si pentì d'aver fatto l'uomo in sulla terra, é se ne addolorò nel 
cuor suo. 

E il Signore disse : Io sterminerò d'in su la terra gli uomini, ch'io 
ho creati : io sterminerò ogni cosa, dagli uomini fino agli animali, 
a rettili, ed agli uccelli del cielo, perciocché io mi pento di averli 
fatti [1]. » 

Ma sembra che queste espressioni non debbansi pren- 
dere alla lettera ma piuttosto in senso figurativo. 

Il Darwin quando trattò delle cause della variabilità, non 
si espresse in modo sufficientemente chiaro, perchè egli 
diede grande importanza alla natura degli organismi, ossia 
alle cause interiori, mentre poi non ci disse, quali sieno 
queste cause, e parlò invece con qualche diffusione delle 
cause esterne. « Io credo, egli dice [2], che gli esseri or- 
li] Genesi, cap. VI, vers. 6 e 7. 
[2J Variazione, trad. ital., pag. 593. 



VA PIA BJLITÀ DELLE SPECIE 103 



ganizzati, soggetti per molte generazioni a cambiamenti 
nelle loro condizioni, tendano a variare, dipendendo il ge- 
nere delle variazioni molto più dalla natura o costituzione 
dell'essere che dalla natura delle cambiate condizioni. » 

Un organismo, abbandonato a sé stesso, si sviluppa pie- 
namente conforme alle leggi della ereditarietà dei caratteri; 
se esso devia da questa linea, le cause trovansi fuori di 
lui, ossia sono esterne. Ma non devesì dimenticare che co- 
testo cause potranno agire diversamente sui vari organismi, 
per cui in realtà alla produzione Jeireffetto contribuiscono 
due fattori, che sono le condizioni esterne e la natura dei- 
Tessere. Quest'ultima, secondo la teoria delFevoluzione, è 
alla sua volta l'effetto delle condizioni esterne e della co- 
stituzione deirantenato, e cosi di seguito, per cui, in ultiina 
analisi, data la natura del primo organismo apparso sulla 
terra, il rimanente effetto fu tutto prodotto dalle cause esterne, 
le quali, per conseguenza, hanno un'importanza maggiore 
di quella che loro sia attribuita dalla generalità degli au- 
tori che scrissero suirevoluzione. 

Se noi consideriamo che sopra un organismo, dal primo 
momento all'ultimo della sua vita, agisce un numero infi- 
nito di cause, comprenderemo facilmente il fatto che non 
esistono sulla terra forse nemmeno due individui identici, 
ancora che appartengano ad una medesima specie. Nem- 
meno i semi nutriti nella medesima cassula non si trovano 
in condizioni completamente uniformi, poiché essi ricevono 
il loro nutrimento da punti diversi, e basta questa diffe- 
renza per modificare spesso profondamente i caratteri della 
futura pianta. La somiglianza meno grande dei membri 
successivi d'una stessa famiglia, a differenza dei gemelli 
che spesso si somigliano in un modo cosi straordinaria 



101 CAPITOLO V. 



per il loro aspetto esterno, per le doti di mente e la costi- 
tuzione, sembra provare che lo stato dei genitori nel mo- 
mento stesso della concezione eserciti un'influenza potente 
sui caratteri del prodotto [1]. Gli allevatori di bestiame 
sanno, che i figli dei medesimi genitori, procreati in epoche 
diverse, possono mostrarsi assai diversi l'uno dall'altro, da 
che si vede quanta influenza al)biano sulla prole Teté, lo 
stato di salute, la potenza sessuale, ecc. dei riproduttori. 

Il clima ha certamente una potente azione suglf'organi- 
smi. Gli animali domestici ce ne forniscono ampie prove. 
Cosi i cani europei, sotto l'influenza di un clima indiano 
od africano, manifestano una visibile tendenza ad un rapido 
• deterioramento [2]. I cavalli delle isole settentrionali e dei 
monti dell'Europa, sono piccoli e pelosi. Roulin [3] assicura 
che nei Llanos caldi, le pelli dei buoi selvaggi sono sempre 
più leggiere che quelle degli animali nati sugli altipiani di 
Bogota, e che queste pelli sono anche meno pesanti e meno 
fornite di peli che quelle del bue rinselvatichito sulle alture 
di Paramos. Si è osservata la stessa differenza fra le pelli 
dei buoi allevati nelle fredde isole di Falkland e nei Pam- 
pas temperati. Il bue abitante le parti più umide dell'Inghil- 
terra, ha il pelo più lungo ed il cuoio più spesso che gli 
altri buoi inglesi. Il clima modifica certamente il vello delle 
pecore. Né minore è la sua azione sulle piante: cosi è 
stato dimostrato che la quantità di glutine nel frumento 
varia assai col clima, il quale influisce rapidamente anche 
sul peso del grano. 



[1] Darwin, Variazione, trad. ital., pag. 595. 

[2] V. Darwin, Variazione, p. 34. 

[3J Citato da Darwin, Variazione^ p. 7S. 



VARIABILITÀ DELLE SPECIE 105 

« 

L' azione del clima si è ceptamente fatta sentire sugli 
ahimali e sulle piante durante il periodo glaciale, e non è 
improbabile che ad essa si debba la produzione di qualche 
varietà e fors' anco di qualche specie. Ad esempio, i lepi- 
dotteri, i quali durante l'epoca glaciale non avevano che 
un'annua generazione, cessata queir epoca e resesi lunghe 
e calde le estati, saranno giunti ad averne due; ma la se- 
conda generazione dell'anno, trovandosi esposta a condi- 
zioni di temperatura diverse da quelle cui fu esposta la 
l>rima, avrà subito delle modificazioni estese non solo alla 
farfalla, ma eziandio alla crisalide ed alla larva. Quest'azione 
del clima potrà essere stata aiutata da quella del nutrimento 
e da altre cause. In tale guisa, in alcune specie ebbe pro- 
babilmente origine il dimorfismo di stagione [1]. 

Un esempio della variabilità delle piante prodotta dal- 
l'ombra e dall'umidità, ci fu esposta dal dott. Paolo Ascher- 
son [2]. Egli dice: «Quanto al margine ondeggiato delle 
foglie, indicato come carattere distintivo per la Reseda cri- 
spaia Lk. ed altre forme vicine, mi persuasi in seguito ad 
una osservazione apprestatami dal caso, ch'esso sia di 
nessun valore e facilmente mutabile per l'influenza del- 
l' ombra e dell' umidità. Avendo già indicato che le piante 
trovate nelle scorie secche erano fornite di foglie molto 
ondeggiate, mentre quelle della pianta raccolta lungo il 
ruscello erano quasi piane; vidi la variazione di quel ca- 
rattere su rami diversi d' una istessa pianta, che coltivata 



[1] V. sul dimorfismo di stagione, Weismann: Studien zur Descen- 
denO'Theoriè, Saison dimorphismus. Leipzig 1875 — e Kramer: i?e- 
/lewionen, ecc., in TroscheVs Archio fùr Naturg., Jahrg, 44, 1877. 

[2] V. Atti della Soc. ital. di Scienze nat. 1867, voi. X, p. 270. 



CAPITOLO V. 



nel r. Orto botanico in un sito aolatio, mostrava le foglie 
ondeggiate, e tenuta dappoi in osservazione pello spazio di 
un mese in una stanza del r. Museo di botanica, la cui fi- 
nestra guardava al nord ed inoltre era ombreggiata da 
grandissimi castagni d'India, spiegò alcuni rami forniti di 
foglie interamente piane >. 

La luce agisce potentemente sugli organismi e sopratutto 
sulle piante [i]. Alcuni vegetali, come le veccie, il grano ed 
altri, coltivati quasi all'oscuro, si fanno bianchi, lunghi, 
stentati, ed al dire del Ridolfl, in nessun modo riconoscibili 
per quegli stessi che vivono prosperi nei nostri compi. La 
luce diretta agisce sul colore dei frutti in modo cosi in- 
tenso, che molti frutticoitori ne trassero partito per una 
loro speciale industria. Ricoprono per alcuni giorni, con 
fogli di carta intagliata a disegno i loro tVutti, ed ollcn- 
gono cosi su di essi quello scritto, quello stemma, quella 
qualunque figura che era slata intagliata sul foglio, e che 
la luce ha, per cosi dire, fotografata. 11 prof. Bechi ha fatto 
conoscere gli effetti della luco diretta e diffusa con uno 
sperimento, da cui risultò che la luce, secondo che è di- 
retta o diflusa, modilica la composizione chimica della 
pianta. Ecco la tabella: 



Pimlileiuli ili] Iute dinlli 


PiiDlt KniiLi III! luce dilTuu | 


éSS:::.:.:.'-.™ 


IDO 


57 
80 




Q 
ioo 


43 




Cfirb.,Ìdróe.,ossÌg; » 
Totale parti 


Carb., Idroe,, osBlg. > 

Totale parti 



ii\ V. Niccoli nel Raccoglitore di Padora, 1878, p. 81. 



VABIABILITÀ DELLE SPECIE 107 



Da questo sperimento rilevasi che la pianta cresciuta in 
piena luce ha suir altra, in cento parti, maggior copia di 
buoni materiali e minore copia di acqua. 

Al dire del PoUacci e Y ombra produce del pallore, del- 
Tacqua e degli acidi; il sole forma del colore, dello zuc- 
chero e degli aromi». Infatti ognuno può persuadersi che 
le piante odorose cresciute all'ombra, sono meno olezzanti 
di quelle esposte al sole. 

Giustamente scrisse TAleardi: 

Il fior che pullula — ignoto al raggio 
Ben sente l'alito — del blando maggio; 
Ma l'egro calamo — si discolora 
Ma il gracil petalo — mai non odora 
Fra l'ombra eterna — della caverna. 

L'azione della temperatura, dell'umidità, dello stato elet- 
trico deiratmosfera, ecc., sulla variabilità degli animali, è 
un fatto che poteva prevedersi da chi sa quanto questi es- 
seri sieno sensibili a tali influenze. Molte prove confermano 
questo asserto. Gli uccelli si agitano, si nascondono o ra- 
dono la terra molte ore prima dell'abbassarsi del barome- 
tro. La rana verde segna del pari le variazioni barome- 
triche, ed altrettanto osservò il Lombroso [1] nei pesci. La 
sanguisuga s'agita e guizza irrequieta prima della pioggia. 
Tutti sanno che le mosche diventano moleste quando Taria 
si fa umida. I ragni sono da lungo tempo considerati come 
profeti del tempo. Parecchi animali, come i polli, i cocco- 
drilli, i gatti, ecc., presentono i terremoti. 

L'azione degli agenti esterni fu studiata particolarmente 

fi] Pensiero e meteore. Milano 1878, p. 47. 



ids CAPITOLO V. 



sùiruomo, ed è facile dimostrare quanta parte essa abbia 
nel determinare lo stato di salute di quegli individui che 
vi sono esposti. L'uomo non può sottrarsi che in un certo 
grado airazione della temperatura. Nei paesi caldi la sua 
cute, sferzata continuamente dal raggio intenso del sole, 
è di sovente disposta ad ammalare; cosi la lebbra e Tele- 
fantiasi, quasi sconosciute da noi, vivono endemiche nelle 
piaggio orientali. Dicasi altrettanto del sistema nervoso che 
si rende eccitabile nel più alto grado, da che seguono sen- 
sibilità esagerata, passioni violente, esaltazioni del senti- 
mento. Nei climi freddi, gli organi più soggetti a malattie 
sono i respiratori i, traversati sempre da correnti di aria 
fredda e da ricca messe di sangue. Una certa azione sul- 
Tuomo riianno anche i venti che spirano con leggi e dire- 
zioni costanti, e per lungo tempo di seguito. Un' influenza 
sul nostro organismo ha eziandio il luogo di dimora, per 
la diversa sua costituzione geologica ed idrografica. Dove 
si ha un suolo magnesiaco, che getti nelle acque potabili 
parte de' suoi elementi, regna endemico il gozzo ; il colera 
segue quasi sempre il corso delle acque e decima gli abi- 
tanti dei terreni di alluvione, rispettando quelli che stanno 
su terreni antichi. Nei luoghi paludosi, sono frequenti le 
febbri intermittenti. Un'azione sull'uomo hanno infine la 
qualità e quantità del nutrimento, i parassiti animali e ve- 
getali che attentano alla sua prosperità, e tutti gli altri 
organismi co' quali si trova a contatto. 

In alcuni casi si é veduto che delle cause apparente- 
mente insignificanti, possono produrre degli effetti notevoli. 
Cosi fu recentemente dimostrato dal dott. Ponza, che le 
varie qualità di luce agiscono sulFuomo in modo diverso, 
e si è cercato di trarre profitto di questa cognizione a 



VAnJABILJTA DELL lì SPECIE i(ì9 



scopo terapeutico. 'La luce bleu, essendo sprovveduta di 
raggi calorifici, chimici ed elettrici, ed essendo per conse- 
guenza la negazione di ogni eccitamento, si consigliò di 
servirsene per calmare le agitazioni furiose dei maniaci. 

Quantunque gli effetti delle condizioni della vita sull'uomo 
non si possano sempre spiegare esattamente, noi cono- 
sciamo tuttavia molti fatti che ne dimostrano la realtà. 
Cosi il negro, trasportato in America, perde alquanto del 
suo prognatismo: il cranio diviene più sottile e memo al- 
lungato, i capelli si fanno meno crespi, lo labbra meno tu- 
mide, il naso più diritto, ed alla faccia ed alle orecchie la 
cute perde della sua nerezza. Il moderno Americano del 
Nord o yanckee, è fisicamente diverso dalF Anglo-Sassone, 
da cui deriva. La sua pelle è divenuta più oscura, i capelli 
più neri e. più ruvidi, il collo più lungo, la testa più roton- 
data, gli zigomi più sporgenti e le dita cosi allungate che 
i guanti per essi in Francia si fanno su modelli differenti 
che per gli altri Europei. Insieme con questi caratteri 
esterni, si modificarono eziandio i mentali. Un altro esem- 
pio ce Toffrono gli Ebrei, questo robusto avanzo dell'antico 
ceppo Semita. Una buona parte di essi conserva i propri 
caratteri in tutta Europa, e cioè il cranio dolicocefalo, i 
capelli neri, il viso prognato, le sopracciglia folte che s'in- 
crociano alla radice del naso, le labbra tumide e le gambe 
corte in proporzione del tronco; ma ve ne hanno altri che 
subirono delle variazioni. Ed è interessante il vedere che 
l'Ebreo in Inghilterra si avvicina al tipo inglese, avendo i 
capelli lisci, finissimi e biondi, la fronte alta e l'occhio ce- 
ruleo. In Piemonte, esso presenta un cranio rotondo; nella 
oasis di Waregh, al 32® latitudine sud, ha la cute dei negri 
e nell'Abissinia ha perfino il naso schiacciato e la capi- 



110 CAPITOLO V. 

gliatura lanosa. A spiegare tutti questi casi di avvicina- 
mento al tipo dominante, non basta il solo incrocio, ma è 
probabile che Teffetto sia in parte prodotto dalle condizioni 
eguali cui sono sottoposti in una determinata regione gli 
Ebrei ed il tipo che vi predomina. 

Per le considerazioni suesposte, nel mio breve trattato 
di antropologia [1], ho seguilo quegli autori che fanno di- 
scendere tutte le razze umane da una sola primitiva, e 
dissi : « È probabile che in origine apparisse un'unica razza 
umana, la quale si diffuse sopra un' ampia superfìcie, e fu 
j)Osta in condizioni di vita molto differenti. Per queste con- 
dizioni di vita non intendiamo solamente le più manifeste, 
come il clima, l'umidità, il suolo, il nutrimento, ecc., ma 
anche le più recondite, quelle cioè che agiscono sull'em- 
brione, quelle che dipendono dal parassitismo animale e 
vegetale, e quelle che scaturiscono dai rapporti cogli altri 
organismi. Questa razza, posta in condizioni di vita diverse, 
diede origine ad altre razze, il cui numero poi s'accrebbe 
anche per effetto dell'incrocio». 

La quantità e qualità del nutrimento ha una grande in- 
fluenza sugli organismi, e gli allevatori del bestiame ne 
sono tanto persuasi, che alcuni vollero perfezionare le no- 
stre razze cavalline, se non unicamente, almeno principal- 
mente col somministrare ai puledri un cibo lauto e sostan- 
zioso. Ma anche coloro che non vanno fino a questo 
estremo, attribuiscono al cibo un' importanza grande. Cosi 
il Settegast[2] dice: «Senza nutrizione intensa l'allevatore, 

[1] Manuali Hoepli. Milano 1878, p. 107. 

[2] L'alleoamento del Bestiame, trad. ital. Bologna 1876, pag. 200. 
Vedi anche Barpi: Necessità di allegare in Italia bottini da carne» 
Cadore 1878, p. li. * 



VAmAPILJTÀ DELLE SPECIE IH 



pure usando d' ogni metodo più razionale di produzione, 
non impedirà che le forme deviino dalle leggi deirarmonia. 
Fra gli individui di razze altra volta prodotte ed oggidì 
degenerate, s'incontrano figure cosi infelici da emulare in 
fatto di sproporzione e di deformità gli individui più ne- 
:gletti di una razza primitiva ». L' influenza della ricchezza 
o scarsezza di nutrimento sui pesci delle acque dolci fu re- 
centemente constatata dal dott. Fatìo [1], e Piccioli e Ca- 
vanna [2] osservarono noiVOrt^tes nasieornis delle varia- 
zioni individuali dovute al maggiore o minore sviluppo delle 
larve, prodotto dall'abbondanza o scarsità delFalimento. 

Più che sugli animali, l'abbondanza del nutrimento agisce 
sulle piante, di che gli agricoltori hanno quotidianamente 
le prove sotto gli occhi. Per procacciare maggior copia di 
nutrimento ad una pianta, basta farla crescere separata- 
mente, impedendo cosi alle altre di sottrarle i suoi elementi 
nutritivi. «Io* restai spesso» dice il Darwin [3] «meravi- 
gliato del vigore con cui crescono le nostre piante selvag- 
gie comuni quando si piantano isolate, quantunque in un 
terreno poco concimato. Far crescere le piante isolatamente 
é in effetto il primo passo verso la coltivazione ». 

Uno studio interessante sugli effetti di talune condizioni 
esterne della vita ha fatto recentemente Vladimiro Schman- 
kewitsch [4], ed ha dimostrato che il grado salino dell'acqua 

[1] Variabilité de l'espèce, Arch. de la Bibl. univ., 1877, febbraio, p. 192. 

[2\ Sull'identità specifica dell' * Oryctes nasieornis y^ e mgrypus*. 
Resoconti della Società entomol. italiana. 16 marzo 1879. 

[3] Variazione, trad. italiana, p. 599. 

[4] Zar Kenntniss des Einjìùsses der àusseren Lebensbedingungen 
auf die Organisation der Thiere^ in Zettschrift fùr wiss. Zoologie. 
Voi. XXIX, 1877, p. 430 6 seg. 



112 



CAPITOLO V. 



agisce su alcuni animali come elemento modifica tore. La 
Daphnia reciirosiris, ad esempio, varia secondo il grado 
salino dell'acqua in cui si trova in parecchi caratteri esterni 
e nella precocità di sviluppo; anche il Branchtpus ferox 
va soggetto a modificazioni in seguito alla medesima causa. 

Nel genere Artemia sembra perfino che la specie A. Mil- 

« 

hausenii, altro non sia che VA, salina degradata e modir 
fìcata per eccesso salino delle acque. 

Una ricca sorgente di variazioni ò Fuso ed il non-uso 
delle parti, sapendosi che Fuso ingrandisce e rafforza, il 
non-uso impicciolisce ed indebolisce gli organi. Gli animali 
domestici ce ne forniscono molti esempi. I polli volano 
meno del Gallus bankiva, e in corrispondenza noi troviamo 
che le loro ali sono ridotte. La quale riduzione si trova 
Manifesta in un osso che ha gran parte nell'apparato del 
volo, e cioè nello sterno, la cui cresta è tanto più svilup- 
pata, quanto più i muscoli pettorali sono potenti. La se- 
guente tabella, tolta dall'opera del Darwin sulla variazione 
degli animali e delle piante allo stato domestico, ci sembra 
tanto. istruttiva da riportarla in questo luogo [1]. 



RAZZA 



Gallu» bankiva gallo 

1. Cocincinese » 

2. Dorking » 

8. Spagnuola » 

4. Polacca » 

5. Pugnace » 

6. Malese gallina 

7. Sultana gaUo 

8. Arricciata » 

9- Salta trlce burmese, gallina 

10. Amburghese gallo 

11. » gallina 

12. Serica » 



Lungh. 


Altezza 


dello 


cresta 


sterno 


sternale 


Pollici 


Pollici 


4,20 


1,40 


5,83 


1,55 


6,95 


1.97 


6,10 


1,83 


5,07 


1,50 


5,55 


1,55 


5,10 


1,50 


4,47 


1,36 


4,25 


1,20 


3,06 


0,85 


5,08 


1,40 


4,55 


1,26 


4,49 


1,01 



Altezza della cresta in pro- 
porzione alla lungh. dello 
sterno al confronto del Gal- 
lus bankiva. 



100 
78 
84 
90 
87 
81 
87 
90 
81 
81 
81 
81 
66 



[1] Variasione, p. 238. 



Va ria bili TÀ delle specie 1 13 



La terza colonna ci mostra che il rapporto deiraltezza 
. della cresta alla lunghezza dello sterno, ha subito in tutti 
i casi (in confronto col Gallus bankioa) una diminuzione 
dal dieci al venti per cento; ma il suo valore varia assai, 
probabilmente a motivo della frequente deformazione dello 
sterno. 

All'uso diminuito possiamo attribuire, negli animali do- 
mestici, anche la riduzione della capacità craniana del 
majale, la pendenza delle orecchie in molte razze, eco. [1]. 

Negli animali allo stato di natura, il non-uso ha prodotto 
^gli organi rudimentali, de' quali si conoscono molti esempi; 
ma ciò che torna di interesse anche maggiore si è, che in 
alcuni casi l'uso continuato in una determinata maniera, 
ha prodotto uno spostamento di parti e di organi. Riferirò 
un esempio. 

I pleuronettidi, come é noto, sono pesci i quali possiedono 
due occhi in un lato, mentre il lato opposto è cieco. Essi 
furono spesso citati in appoggio della teoria della crea- 
zione, perchè nessun altro vertebrato è fornito di questo 
carattere cosi sinigolare. Ma ora si sa che i pleuronettidi 
quando sono giovanissimi hanno un occhio per parte, e 
sono simmetrici come gli altri pesci. Di più, si venne a 
scoprire che un occhio migra da un lato verso l'altro, cosi 
che il pesce, quando ha raggiunto un certo sviluppo, è 
munito di due occhi in un lato e cieco nell'altro Iato. V'ha 
un periodo in cui l'occhio migrante, non ancora scomparso 
in un Iato, è in parte visibile nell'altro lato, e si ha allora 
la forma iriocolata. 

I pleuronettidi, finché sono giovani ed hanno gli occhi ai 

M V. La mia Teoria deWEcoluxione. Torino 1877, p. 153 e succ. 
la teoria di Darwin. 8 



Ili CAPITOLO V 



due lati del corpo, non possono lungamente conservare una 
posizione verticale, sia per T eccessiva altezza del corpo, 
sia pel leggero sviluppo delle pinne orizzontali, sia per la 
mancanza della vescica natatoria; perciò si stancano assai 
presto e cadono sopra uno dei lati al fondo. Mentre stanno 
quieti in tale posizione, volgono spesso rocchio inferiore in 
alto per vedere sopra di sé, e lo fanno cosi vigorosamente 
che rocchio è premuto con forza verso la parete superiore 
deir orbita. Essendo il cranio di questi giovanissimi pesci 
cartilagineo, perseverando quest'abitudine e facendosi ere- 
ditaria, si effettua uno spostamento deirocchio inferiore [1]. 
Ad accrescere la variabilità delle specie, contribuiscono 
l'incrocio e la correlazione delle parti. Il primo vi contri- 
buisce in modo notevole, perchè i caratteri del padre e 
della madre potranno mescolarsi in maniera diversa nei 
prodotti d'uno stesso parto, come Tesperienza quotidiana 
ce lo insegna. Per correlazione delle parti, s'intende un 
fenomeno interessante che fu recentemente illustrato da 
Darwin, Haeckel, Seidlitz, Weismann, Dodel ed altri. Se 
cioè in un organismo varia una parte, variano spesso an- 
che altre parti, che perciò diconsi correlative. Cosi v'ha un 
certo rapporto tra il colore della pelle e del pelo e quello 
degli occhi, tra gli organi sessuali é la produzione delle 
corna, fra lo sviluppo dei muscoli e quello delle ossa, ecc. 
Talvolta noi riusciamo a spiegare questo nesso, ma in altri 
casi noi possiamo bensì constatarlo, ma non spiegarlo. 

[1] V. Steenstrup, Om SHjaeoheden hos Flyndeme, Saertryk af 
Ooers. over d. K. D. Vidensk. Selsk. Forh,, nov. 1863, e Fortsatte 
Btdrag, ecc., Saertryk af Ooers. over d, K. D. Vidensk. Selsk. 
Forh., 1876. 



CAPITOLO VI. 

EREDITARIETÀ DEI CARATTERI. 

Ben pochi dubitano delF esattezza di questa importantis- 
sima legge naturale; vi potranno essere dei dissensi intorno 
ad alcuni dettagli di essa, ma il principio ò ammesso da 
quasi tutti i naturalisti [1]. Io ho parlato di quest'argomento 
nel mio libro sulla teoria dell'evoluzione [2]; qui considererò 
principalmente il lato pratico di questo principio, ed ad- 
durrò qualche nuovo fatto in appoggio del medesimo. 

È facile comprendere che il principio della eredìtabilità 
dei caratteri sìa di grande importanza per la teoria della 
evoluzione, imperocché non basta che la specie sia varia- 
bile, ma occorre eziandio che le variazioni si trasmettano 
dai genitori ai figli, ai nipoti, ecc., affinchè una specie possa 
tramutarsi in un'altra. 

li' ereditarietà nell* «peele umana. 

La legge fondamentale dell' ereditabilità si è che tutti i 
caratteri, senza eccezione, sono trasmissibili dai genitori 

[i] Fra quelU che lo negarono dobbiamo citare His e Goette, le cui 
idee furono vittoriosamente confutate da Habgebl nella Jenaische 
Zeit8chr(ft far Naturwissenschaft Voi. X. Jena 1875, suppl. 

[2] Teoria delVEooluzione. Torino 1877, p. 45 e succ. 



il6 CAPITOLO VL 



ai figli. Ma quando si tratta delF apparizione di caratteri 
della specie o del genere, nessuno vi presta attenzione; è 
cosa sottintesa, da tutti preveduta, come il levare del sole 
ad ogni mattina, e mai avviene che Tuomo generi un es- 
sere che non sia uomo. Noi facciamo invece le meraviglie 
quando sono ereditati caratteri meramente individuali, come 
sarebbero un neo in una determinata parte del corpo, od 
una strana abitudine. Il nostro stupore non è pienamente 
giustificato: riposa peraltro sulFosservazione che i caratteri 
puramente individuali non sono spesso ereditati. Imperocché 
domina questa legge, che un carattere è tanto più fedel- 
mente trasmesso, quanto più è vecchio; o, con altre parole* 
i caratteri specifici sono trasmessi più fedelmente degli in- 
dividuali, i generici più degli specifici, e cosi di seguito. 

Le mutilazioni generalmente non sono trasmesse. Se un 
uomo perde, a caso, un braccio od una gamba, è somma- 
mente impi*obabile che i suoi figli abbiano questo difetto 
come triste eredità. Se però la medesima mutilazione do- 
vesse ripetersi per molte generazioni, essa potrebbe farsi 
ereditaria; cosi si assicura che in Germania gli Ebrei na- 
scono qualche volta in uno stato che rende impossibile la 
circoncisione, al quale si è dato un nome che significa 
« nato circonciso »; e gli Arabi ed i Mauri, al dire di Hae- 
ckel [1], nascono spesso col prepuzio più o meno imper- 
fetto. Gli isolani di Fidgi hanno la mano delicata e le dita 
impicciolite, perchè sono soliti di sacrificare al loro Dio il 
dito mignolo, quando implorano la guarigione da una ma- 
lattia. 



[1] Ziele ujid Wege der heutigen Enticickelungsgeschichte, Jenai" 
$che ZeiUchrift fur I^atarw, Voi. X, suppl.» 1875, pag. 15 in nota.. 



EREDJTAEIETX dei caratteri 117 

Molte malattie sono ereditarie, come dimostrarono Louis, 
Kougemont, Lucas ed altri; oggi nessun medico oserebbe 
mettere in dubbio quest'asserzione. Uhle e Wagner [1], nel 
5oro Trattato di Patologìa generale, dicono: « Egli è un 
fatto fuori di dubbio che i figli seco al móndo portano di 
spesso difetti e morbi che i genitori, o Tuno dei genitori, 
aveano: fatto questo che alcuni vollero impugnare, perchè 
in apparenza ha in sé qualche cosa di straordinario e di 
prodigioso, che però si riesce a facilmente comprendere 
quando si pensi a quanto negli animali inferiori avviene». 
E poco dopo soggiungono: «Delle vere malattie, quelle che 
si trasmettono dai genitori ai figli sono, non solo le ma- 
lattie costituzionali, quali sono la tubercolosi, la sifìlide, la 
gotta, la lebbra, ma anco le psicopatie, V epilessìa, V ipo- 
condria, r isterismo, il cretinismo. L'ictiosi e Temorrofilia, 
non che certe deformità, come Tipospadia, hanno la par- 
ticolarità di occorrere quasi esclusivamente negli uomini 
con questo però, che le figlie che del morbo non soffrono, 
possono trasmetterle dalF avo al nipote, cioè ai propri 
figli ». 

La convinzione intorno air ereditabilità delle malattie è 
ormai passata nell'animo di tutti, e noi vediamo ogni per- 
sona un po' intelligente che sta per contrarre matrimonio, 
indagare lo stato di salute dei genitori e dei nonni del fi- 
danzato o della fidanzata, e se fossero morti prendere co- 
noscenza delle malattie cui soggiacquero. 
- Relativamente alle malattie del sistema nervoso, gli au- 
tori sono concordi nelFammetterne Y ereditabilità, ma sono 
poi discordi nell'apprezzarne il grado. Il Burrows ammette 

fi] Traduzione italiana del Dott. Ricchetti. Venezia 1865, p. 76-77. 



il8 CAPITOLO VI. 



Teredilà della follia nella settima parte dei casi; TEsquiroI 
constatò che su 1375 alienati, 337 ne aveano la disposizione 
gentilizia, e da questa proporzione si allontana poco il 
Gintrac. Un medico dell'Asilo di Saint- Venant, ha trovata 
che fra 27 donne affette di follia puerperale, 18 avevano 
avuto degli antenati colpiti di alienazione; e sopra 30 ma- 
late di follia puerperale osservate a Stephansfeld pressa 
Weil, 14 avevano dei parenti alienati di mente. Quantunque 
non tutti i medici ammettano T ereditabilità dell'epilessia, 
pure l'ammette una gran parte di essi, e gli sperimenti d 
Brown Séquard danno ragione a questi ultimi. Brown Sé- 
quard la produsse artificialmente nei porcellini d' India, o 
la vide riapparire nei figli di questi porcellini operati. Molti 
autori ammettono la trasmissione ereditaria dell'isterismo' 
e della ipocondria. Il Moreau, il Griesinger ed altri, hanno 
trovato che gli idioti e gli imbecilli hanno spesso molti fra 
i loro ascendenti affetti di epilessia, follia, sordomuti- 
smo, ecc. Anche 1' apoplessia cerebrale può essere ere- 
ditaria. 

La scrofola è considerata come ereditaria da tutti i me- 
dici. Dicasi altrettanto del cancro. Il Broca ha citato una 
famiglia in cui vi furono 16 casi di morte per cancro sopra 
27 persone che avevano oltrepassata l'età di 30 anni. Nes- 
suno dubita della ereditabilità del tubercolo e della sifilide: 
cosi il Matteucci [1] dice di aver veduto nel Sennar « al- 
cuni bellissimi casi di trasmissione ereditaria della sifìlido 
attraverso parecchie generazioni ». Anche la gotta è tras- 
missibile, e viene più spesso dal padre che dalla madre» 
Sopra 522 casi osservati da Scudamore, la predisposizione 

[1] PELLEQRiijro Matteucci. Sudan e Gallas. Milano 1879, p, 133. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 119 



ereditaria proveniva in 181 dei casi dal padre, in 58 dalla 
madre ed in 24 da ambedue i genitori. È stata contestata 
la ereditarietà del diabete, ma molte osservazioni raccolte 
da Jaccoud, Seegen ed altri, concorrono a dimostrarla. 
Anche le malattie della cute sono trasmissibili, come, ad 
esempio, la psoriasi e Tictiosi [1]. 

È stato osservato che possono trasmettersi tutte le ma- 
lattie dell'occhio, e perfino i più piccoli difetti, le più leg- 
gere particolarità. Cosi si trasmettono la cataratta e la 
miopia. Se ambedue i genitori sono miopi, si aumenta la 
tendenza ereditaria, ed i fanciulli diventano miopi più pre- 
sto e più fortemente dei loro genitori. È ereditario anche 
lo strabismo. Si è trovato recentemente che il daltonismo. 
la incapacità di distinguere i colori, è più diffuso di 
quello che si credeva, e che questo difetto viene ereditato. 
La cecità diurna, o vista imperfetta in una luce viva, è 
ereditaria quanto la cecità notturna o incapacità di vedere 
tranne a luce intensa ; di quest'ultimo difetto si conosce un 
esempio in cui, nel corso di sei generazioni, ne furono col- 
piti venticinque membri d'una stessa famiglia. Molti indi- 
vidui hanno due o tre peli delle sopracciglia più lunghi 
degli altri, e questa particolarità di si lieve importanza può 
mantenersi in parecchie generazioni. Si conoscono esempi 
di genitori e figli che aveano le palpebre pendenti a tal 
punto, che per vedere dovevano piegare la testa indietro. 

La condizione ereditaria rende le malattie assai di so- 
vente gravi e perfino mortali. Cosi il Morton vide, per tale 



[1] V. Nouceau Dictionncure de Médecine et de Chirurgie pra- 
tiqaes, voi. XYII, 1873, p. 440 c seg. Per la scrofola e la sifilide, v. il 
libro del Dolt Giacchi. Da^adenza fisica dell'uomo. Milano. 



no CAPITOLO VI. 



cagione, il vaiolo in alcune famiglie tanto fatale, quanto la 
peste stessa [1]. 

In alcune famiglie è ereditaria la calvizie, in altre la 
carie dei denti. Se un uomo che ha cattivi denti sposa una 
donna con eguale difetto, assai probabilmente i figli avranno 
il difetto medesimo; ma se il difetto Tha soltanto uno dei 
genitori, i figli potranno avere denti mediocri. 

Le anomalie sono spesso ereditarie; ciò dicasi, ad esem- 
pio, delle dita sopranumerarie. Certo Gratio Kalleia aveva 
dodici dita alle mani e dodici ai piedi; egli ebbe tre figli: 
Salvatore, Giorgio, Andrea ed una figlia; Salvatore portava 
12 dita alle mani e 12 ai piedi, Giorgio 10 dita alle mani e 
10 ai piedi, ed altrettanti ne aveano Andrea e la figlia 
Maria. Dei quattro figli di Salvatore, due portavano 12 dita 
alle mani e 12 ai piedi, uno 10 alla mani e 12 ai piedi, il 
quarto 10 alle mani e 11 ai piedi. Andrea non ebbe discen- 
denti. Dei quattro figli di Maria, tre erano normalmente 
costruiti, il quarto possedeva 10 dita alle mani e 11 ai 
piedi. Air isola di Malta v'ha una famiglia di sedigili in cui 
quest'anomalia ha potuto essere seguita in tre o quattro 
generazioni, e nel Veneto ve n'ha un'altra nella quale, fra 
le linee mascoline e femminili, si contano più che venti 
sedigiti [2]. Un sagrestano di Pietroburgo aveva sette dita 
in ciascuna mano, ed ebbe da due letti dei figli colla stessa 
anomaha. In una famiglia spagnuola nel villaggio di San 
Martino, si riscontrarono un eccesso di dita ed una mem- 



[1] V. Chomel- Élém. de PathoL génér. Paris 1856, p. 513. 

[2] V. Fr. Marzolo. Intorno ad una famiglia di sedigiti, nelle Me- 
morie del r. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti. Voi. XX. Ve- 
nezia 1879. 



EREDITARIFTÀ DEI CAHA TTERT i2i 



brana fra due o tre dita in ciascuna mano. Ben 40 persone 
di quella parentela mostrarono la doppia anomalia pre- 
detta. La famiglia regnante dei Fodli, fra gli Imiariti del- 
l'Arabia, presenta Tanomalia'di avere sci dita in ciascuna 
mano ed in ciascun piede, ed ha grande cura di conservare 
questa particolarità col mezzo delle nozze consanguinee [1]. 
Molti altri interessanti esempì di quest'anomalìa sono citati 
dall'illustre mio collega prof. Francesco Marzolo, nella sua 
memoria sopra una famiglia di sed igi ti. D' altra parte sì 
conobbero delle famiglie nelle quali era ereditario il nu- 
mero quattro di dita. 

Anche la ideile spinosa é ereditaria. Il Lambert, nato nel 
1717, aveva la pelle fittamente coperta di prominenze cal- 
lose, le quali dì quando in quando cadevano e poi ricom- 
parivano. Egli ebbe sei figli e due nipoti, i quali tutli pre- 
sentavano la medesima particolarità della pelle spinosa. 

Al principio di questo secolo si faceva vedere in Ger- 
mania un certo Giovanni Goffredo Rheinhardt, che era nato 
con "pelle liscia, la quale poi si coperse di spine, che du- 
rante l'inverno cadevano e nella primavera riapparivano. 
I suoi sei figli presentavano il medesimo carattere. 

In quasi tutte le parti del mondo si vedono talvolta degli 
individui aventi la pelle bianca, i capelli bianchi e gli occhi 
rossi; sono questi i cosi detti albini, i quali sopportano 
male la luce ed hanno generalmente una costituzione de- 
bolissima. Di raro toccano un'età avanzata; in alcuni paesi 
essi sono considerati come esseri privilegiati e sacri; cosi 
a Loango sono proprietà del re e devono seguirlo dovunque 

. £ll V. altri esempi neU'opera del Doli. Steinach. Die Entwieklung 
des Mensehengeschlechtes, Basel 1878, p. 213 e sog. 



122 CAPITOLO VI. 

come numi protettori; e nella Guinea meridionale sono 
sacri ed inviolabili. L'albinismo è ereditario, tanVè vero 
che nei tempi andati si è creduto all' esistenza di razze 
umane albine. 

L'eccesso di peli (ipertricosi) é pure ereditario. Virchow, 
nel 1873, descrisse un russo, certo Andriano Jefticbjew, 
che aveva la fronte, le guancie, il naso, gli orecchi e per- 
fino le labbra coperti di lunghi peli bruni; questa peluria 
si estendeva al petto, ma la pelle era dappertutto perfetta- 
mente sana. Un suo figlio ed una figlia mostravano la 
stessa anomalia. 

Talvolta sono ereditarli dei caratteri molto minuziosi ed 
insignificanti. Cosi si conobbe una famiglia nella quale al- 
cuni membri ebbero continuamente, pel corso di parecchie 
generazioni, sulla testa una ciocca di un colore diverso dal 
resto della chioma. Un Irlandese aveva al lato destro, tra 
i capelli molto oscuri, una piccola ciocca bianca; alla stessa 
parie Tavea avuta pure la sua ava, al lato opposto sua 
madre. Nella casa regnante d'Absburgo, é ereditario il 
labbro inferiore fortemente sviluppato. In alcune famiglie è 
ereditaria una lunghezza insolita dei due denti incisivi medii 
superiori. Le verruche ed i nei materni si riproducono nei 
figli ai medesimi siti della cute. Latour Landry riconobbe 
l'unico erede legittimo dei baroni di Vessins nella bottega 
di un calzolaio da una macchia tra le spalle, la quale era 
ereditaria in quella famiglia [1]. 

È ereditaria la fecondità della madre. Se questa è molto 
feconda, lo saranno probabilmente anche le figlie. Per con- 



[1] Stkixacii. Entwickl. des Menschengeschlechtes. Basel 1878, pa- 
gina 214. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 123 

seguenzn, lo sposare una figlia unica, che non abbia nem- 
meno fratelli, mentre può tornare utile dal lato economico, 
conduce fàcilmente alFestinzione della famiglia. 

È pure ereditaria la longevità. Il Lejoncourt parla di un 
operaio che mori all'età di 108 anni; suo padre era vissuto 
104; suo nonno 108 anni. Lo stesso autore conobbe una 
signora che aveva 150 anni, il cui padre era vissuto 124 e 
lo zio 113 anni. Nel 1846 viveva a Parigi certo Jean Go- 
lembiewski, polacco, nell'età di 102 anni suo padre era 
morto nell'età di 131 anni, suo nonno in quella di 130 anni. 

La scrittura é un atto molto complesso, eppure noi ve- 
diamo spesso una grande somiglianza tra la calligrafia dei 
figli e quella del padre, benché quest'ultimo non l'abbia in- 
segnata ai primi. Un grande collettore di autografi assicura 
che nella sua raccolta v'hanno parecchie firme di padre e 
figlio che si possono distinguere solamente per la data. Si 
è anche constatato che i giovani inglesi, che apprendono 
in Francia la calligrafia, hanno una forte tendenza di con- 
servare la maniera inglese. 

Si possono citare degli esempi per dimostrare che anche 
l'incesso, la gesticolazione, la voce ed il contegno generale 
sono ereditarli. 

Spesso si vedono degli individui che hanno tutto il con- 
tegno generale del loro padre, e della madre se sono fem- 
mine. Io ebbi più volte fra i miei scolari dei figli de' miei 
colleghi ; e sebbene da principio non conosceva personalmente 
i figli, nondimeno li- distingueva, oltreché da una certa so- 
miglianza nel volto e nella statura, dai loro atteggiamenti 
simili a quelli de' loro padri. Una parte di questo risultato 
va però attribuita all'imitazione, ed é assai difficile il dire 
quanta parte vi abbia l'imitazione e quanta la eredità. 



iU CAPITOLO VI. 



La legge della ereditabililà omocrona, come la chiama 
l'Haeckel, è vigenle anche nella specie umana. I caratteri 
cioè appariscono nei figli in quella stessa età in cui sono 
apparsi negli antenati. Per essere esalti, dobbiamo però 
soggiungere che sussiste la tendenza di anticipare, ossia i 
caratteri sogliono apparire nei figli alquanto prima dell'e- 
poca in cui s'erano manifestati nei genitori. Le malattie ce 
fie forniscono la prova migliore. Cosi il Guillot asserisce 
che se la tisi apparisce in un uomo air età di 60 anni, nei 
.figli tende a ritornare all'età di 40 anni, e nei nipoti prima 
«ncora. La gotta acquisita non suol apparire che verso i 
40 anni o più tardi, l'ereditaria invece può manifestarsi al- 
l'età di 20 o 30 anni [1]. 

Si crede da taluno che possano trasmettersi dalla madre* 
ai figli dei caratteri che quella ha semplicemente immagi- 
nato, e dai quali la sua fantasia era vivamente stata col- 
pita. Ma è dubbio se l'immaginazione della madre abbia 
una influenza sul frutto che porta nel seno. Nelle piante 
certamente l'immaginazione non può agire, e nemmeno 
negli animali che depongono uova non fecondate, come ad 
esempio molti pesci ed anfibi. Quanto agli animali superiori 
la questione non può dirsi risolta. Relativamente all'uomo, 
la maggioranza degli autori non accetta quella credenza 
volgare [2]. Il Darw^in [3] ci racconta essere stalo informato 
suo padre dal dott. W. Hunter, che per molti anni in un 
grande ospitale delle partorienti in Londra, si interrogava 



[Il NouD. Dictionnaire pred. Voi. XVII, p. 466. 
[2] 11 dott. P. Topinard la respinge in modo assoluto. V. VAnthro^ 
pologie. Paris 1877, p. 301. 
[8] Variazione» Trad. ital., p. 604. 



EREDITARIETÀ DICI CAIÌA ITERI 125 



Ogni donna, prima del parto, quali impressioni Ta vesserò 
vivamente colpita durante la gravidanza, e si registrava la 
risposta. Neppure una volta si potè trovare la menoma 
coincidenza fra le risposte delle donne ed i casi di anomalie 
che si sono presentati; ma spesso, dopo conosciuta la na- 
tura dell'anomalia, esse indicavano un' altra causa. I pro- 
fessori Ulile e Wagner [1] dicono in proposito: «Questo ò 
il luogo ove ci convien parlare delle impressioni, le quali, 
toccando vivamente l'animo della madre, dovrebbe essere 
causa non solo delle cosi dette voglie, ma anco di rilevanti 
deformità del feto. Questo fenomeno non può venire in 
modo assoluto rifiutato, per la sola ragione che non v'ha 
filamento nerveo che dalla placenta si porla al feto; ma la 
cosa ci sembra molto sospetta, imperocché le storielle che 
su queste voglie ci si raccontano, sono troppo rozzamente 
stampate, ed in gran parte provengono da osservazioni 
assai manchevoli. Quasi ognuno dovrebbe portare un se- 
gno, una voglia sul suo corpo, imperocché non v'ha forse 
donna che durante la gravidanza non abbia avuto una 
qualche emozione, una qualche paura. Arrogi, che molti 
dei casi che il popolo mette a conto di queste impressioni 
materne, sono decisamente morbi fetali, imperocché il feto 
non è nel grembo materno cosi al sicuro, come il volgo lo 
crede». Analoghe considerazioni fa il Settegast, relativa- 
mente agU animali domestici [2]. 

[1] Trattato di Patologia generale. Venezia 1865, p. 80. — V. anche 
BiscHOFF. Entioicklungsgeschichte, mit besond. BerOcksichtigung der 
Mi88bHd.t in Rad, Wagner'8Handto6rterb,derPhgsioL Braunschweig 
1842, voi. I. 

[SJ Sbttkqast. Valleoamento del Bestiame, Trad. ita!. Bologna 187(( 
p. 80, 149. 



i26 CAPITOLO VI. 



Nonostante il parere di molti uomini competenti, è tut- 
tavia impossibile negare in modo assoluto T influenza di 
una viva impressione della madre sullo sviluppo del feto. 
Il prof. Marzolo[l] dice con ragione: « Questo è un argo- 
mento ben difficile e pericoloso; ma se spesso può respin- 
gersi questa meravigliosa spiegazione di cotesto fatto na- 
turale, tal altra non è proprio possibile, con mente perfet- 
tamente tranquilla e serena, di ripudiarlo »."Noi non possiamo 
prestar fede a tutti i racconti, spesso fantastici ed assurdi, 
che si fanno dal volgo a sostegno deir opinione, che una 
imperfezione, di cui la madre fu vivamente impressionata, 
si riproduca nel figlio; ma i seguenti tre fatti che ci rac- 
contano il Marzolo e il Lemoigne, sono degni di essere 
narrati. 

Certo Antonio M. aveva sei dita per ogni piede, ed ebbe 
una sorella, di nome Agata, che portava sei dita ad un 
piede solo. Essi erano i primi sedìgiti nella loro famiglia; 
i loro genitori erano normali. Ma si narra che costumasse 
nella loro casa certo Biasin, sedigito nei piedi, e che la 
madre del nuovo sedigito ne avvertisse spesso l'anomalia 
e spesso vi rivolgesse il pensiero. Il secondo esempio è il 
seguente: Un bambino, figlio di un medico, presenta nel 
piede destro sei dita; sopranumerario é il ditone, e non 
solo questo dito è duplice, ma è pure duplice il corrispon- 
dente metatarso. Nella casa del padre suo accorse una 
femmina, madre di una fancìulletta sedigita ad una mano, 
per implorare V opera del dottore. La giovane sposa del 
medico non vide la bambina deforme, ma ne udì la madre 



[1] Memorie del r. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti* 
Voi. XX. Venezia 1879. 



EREDITAIÌIETX dei caratteri 127 



e fu vivamente impressionala, e più volte s'interessò presso 
il marito intorno alla sorte di quella ragazzina, ed ai soc- 
corsi che egli avrebbe inteso di trarre in uso per delibe- 
rarla da quella deformità; più tardi questa sposa diede alla 
luce il bambino deforme nel piede destro, sopra descritto. 
Il Lemoigne[l] scrive quanto segue: «Dobbiamo alla gen- 
tilezza del signor dott. Casa Emilio di Parma, uomo com- 
petente, positivo e spregiudicato, la storia di un fatto che 
ricordiamo perchè autentico. Conobbe egli una bambina 
mancante di un avambraccio, poiché la madre fu ripetuta- 
mente e vivamente sconcertata dalla vista di un mendicante 
privo d'un braccio. Egli ce ne trasmise cortesemente la 
storia particolareggiata ». 

Conviene essere molto cauti quando si tratta di respin- 
gere una credenza volgare molto diffusa, e che non sìa in 
diretto contrasto con un principio scientifico; cotesto opi- 
nioni riposano spesso sopra secolari osservazioni. Avviene 
di frequente che il volgo precorra lo scienziato. Nel caso 
nostro, la convinzione che la fantasia agisca sul feto in 
una maniera determinata, è divisa da molti e non urta 
contro alcun concetto fisiologico; per conseguenza sarebbe 
eccessivo ardimento il respingerla. Che lo stato mentale 
della madre abbia un'influenza generale sul feto, lo sap- 
piamo tutti, ed é noto che le forti emozioni possono pro- 
durre una nutrizione scarsa o disordinata delFembrione ed 
anche l'aborto. Da questo fatto alla presunta suddetta 
azione della fantasia, il tratto non è lungo. Di più, è noto 
che l'attenzione rivolta ad una data parte del corpo, sia 
esterna od interna, modifica la circolazione sanguigna e lo 

[1] Atti del r. Istituto Lombardo. Adunanza del 25 luglio 1878. 



128 CAPITOLO VI. 



slato nervoso di questa parte, ed ò sotto questo punto di 
vista che si possono spiegare alcuni fenomeni, come il 
rossore, il mancato sternuto in chi lo vuole, la mancata 
erezione del pene quando maggiormente è desiderata, ecc. 
Ora il feto può considerarsi come una parte della madre, 
e non é quindi impossibile che l'attenzione della madre a 
lui rivolta, agisca in una maniera precisa e ben deter- 
minala. 

Anche il Lemoigne [1] ha recentemente toccato Targo- 
mento delle voglie materne «canone popolare indiscutibile 
nelle cento storielle che formano un prediletto argomento 
dei discorsi delle donnicciuòle ». E T autore fu assai cauto 
nel pronunciare un giudizio in proposito. Egli dice: «La 
nostra teoria (della neurilizzazione) si presterebbe anche 
alla spiegazione di simiU fatti meravigliosi, poiché nulla 
osta a che la influenza neuriUca materna, compiuto il fatto 
della fecondazione, non possa essere vivamente impressio- 
nata e modificata anche da cause diverse dalla influenza 
maschile, colla stessa facilità e per la stessa via appunta 
con cui agiscono certe cause morali per produrre Taborla 
(spavento, patemi improvvisi, ecc.). Però' nella congerie dei 
fatti in discorso è difficile scernere il vero dal falso, il 
positivo dair illusorio, la legittima relazione Ira Feffettó e 
la causa dalla pura coincidenza; e quindi non ce ne occu- 
peremo oltre». 

Si è domandato se anche le attribuzioni mentali, da cui 
dipendono il genio ed il talento, siano ereditarie. Non si può 
dubitarne certamente dopo T apparsa del bel lavoro del 
Galton sul genio ereditario; ò tuttavia difficile il recarne 

[ij Atti del r. Istituto Lombardo- Seduta del S5 luglio 1878. 



EREDITABIETX dei caratteri 129 



delle prove certe ed inconcusse, perché non si può sepa- 
rare con precisione gli effetti della ereditarietà da quelli 
deir educazione. A priorU non v'ha alcuna difficoltà per 
ammettere F ereditarietà del genio, scaturendo questo da 
una base materiale, e cioè da una determinata costituzione 
encefalica, che deve essere trasmissibile di padre in figlio 
al pari di ogni altro carattere. Il genio peraltro essendo un 
fatto complesso e quindi assai variabile, sarà trasmesso 
con minore costanza che non i caratteri più semplici e 
meno variabili che ebbero tempo di gettare radici profonde 
nell'organismo degli ascendenti. 

Fra i più recenti scrittori, il Mantegazza ed il Buccola [1] 
non dubitano punto della ereditarietà del talento. Con eguale 
diritto fu sostenuta dal dott. A. Bordier [2] la congenita in- 
clinazione al delitto. Il fratello del famoso Troppmann, dopo 
di aver cambiato nome per sottrarsi all'onta inflittagli dal 
fratello, divenne falso monetario. E la storia può citare 
molte altre famiglie rinomate per le buone o per le tristi 
qualità della mente e del cuore. Nel caso di inclinazione 
congenita al delitto, é l'educazione che deve intervenire per 
correggere l'indole naturale e per impedire che questa rechi 
nocumento alla società. 

Quando si parla di genio ereditario, è bene inteso che ciò 
che viene trasmesso è una determinata struttura del cer- 
vello, atta a ricevere con esattezza e ad assimilare con 
prontezza le sensazioni venute dal di fuori; il cervello, in 



[1] La dottrina dell'eredità e i fenomeni psicologici. Palermo 1879 
p. 85 ed in altri luoghi. 

[2] Étude anthropol. sur une sèrie de cranes d'assassin, Recue 
d'AnthropoL, ann. 8, sec. serie, 1879, p. 298. 

La teoria di Darwin. ^ 



130 CAPITOLO VL 



tale caso, possiede potenzialmente, come direbbe il Maud- 
sley[l], tutti gli elementi di una vasta facoltà di assimila- 
zione e di grandioso sviluppo; il genio ereditario, se non é 
posto in condizioni favorevoli di sviluppo, rimane inattivo 
al pari di un seme vegetale cui mancassero aria, luce e 
un suolo ricco di alimenti. 

lift forca eredUarla negli animali domeiitlel. 

Se le specie non variassero e se le variazioni non fos- 
sero trasmesse dai genitori ai figli, il perfezionamento delle 
razze domestiche sarebbe reso impossibile, e la zootecnia 
non- potrebbe raggiungere il suo intento. Noi abbiamo già 
parlato intorno alla variabilità delle razze; ora porteremo 
dei fatti, i quali dimostrino la forza ereditaria negli animali 
domestici. 

Le mutilazioni, come fu già detto sopra, in generale non 
si trasmettono; si conoscono però dei fatti contrari, i quali 
non possono essere attribuiti al semplice caso. Cosi si rac- 
conta che un toro adulto perdette la coda in seguito ad 
una ferita che riportò entrando in stalla, e restando la coda 
schiacciata fra i battenti della porta; quel toro ebbe dei 
discendenti ànuri. Una vacca, avendo perduto un corno in 
seguito a suppurazione, partorì tre vitelli che dallo stesso 
lato della testa, invece del corno, aveano una piccola escre- 
scenza ossea attaccata alla pelle. Io posso addurre dalla 
mia esperienza il fatto seguente: Ildott. Gaspare Pacchie- 
rotti di Padova, si fece venire da Monza due cani da ferma, 

[1] Physiologie de l'esprit, traci, francese di A. Herzen. Paris 1879, 
p. 34-35. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 131 

un maschio ed una femmina, appartenenti ad una mede- 
sima razza, ed ambedue con coda brevissima perchè era 
stata loro tagliata in gioventù. La femmina ebbe neirahno 
scorso (1878) col maschio suddetto tre figli, di cui due pos- 
sedevano una coda normale, mentre il terzo figlio, che io 
ebbi in dono dal dott Pacchierotti, nacque con un semplice 
moncone di coda, di guisa che io non ebbi bisogno di far- 
gliela tagliare come si usa pei cani da ferma. 

La ereditarietà delle anomalie e delle forme mostruose 
è dimostrata dal fatto che si conoscono delle razze dome- 
stiche di animali, le quali trassero origine da progenitori 
mostruosi. Tali sono il cane alano, il bue niata, la pecora 
d'ancon, ecc. L'Anderson racconta che in una covata di 
conigli era vene uno con un solo orecchio, e che da lui si 
ebbe una razza di conigli d'un orecchio solo. Ricorda pure 
una cagna priva d' una gamba, che partorì diversi cani di 
tre sole gambe. 

È pure ereditaria l'indole degli animali domestici, e se 
talvolta avviene il contrario, si può trovarne la spiegazione 
nel principio atavico. Berti Pichat [1] dice in proposito: 
« Ne' cavalli e ne' buoi molte volte ho veduto animali indo- 
cili, pronti a mordere, a calcitrare o a cozzare, figli di 
genitori mansuetissimi. Non sapendo darmene ragione, a 
furia d'indagini guari volte appresi che qualche loro avo 
od ava eran tal quale». È ben chiaro che anche il tratta- 
mento può rendere cattivi degli animali che per natura 
erano mansueti e docili. 

Anche le malattie degli animali domestici sono ereditarie, 
però non tutte lo sono con eguale costanza ed in grado 

[1] Istituzioni^ voi. VI, p. 471. 



138 CAPITOLO VL 



eguale. Da ciò deriva la regola di scegliere come riprodut- 
tori animali perfettamente sani. Le malattie puramente 
locali diventano ereditarie allora quando la loro azione si 
estende suir intero organismo. Quanto più una malattia è 
apparsa in età giovanile e si è dìppoi mantenuta allo stato 
cronico, tanto più essa è ereditaria perchè ha avuto gran 
tempo per mettere radici nelForganismo. 

La trasmissione delle attitu3ini è dimostrata giornalmente 
dalla pratica e da molti celebri esempi ; né potrebbe essere 
diversamente, imperocché l'eredità delle forme non pu6 
essere scompagnata da quella delle attitudini. Il famoso 
barbero Eclips procreò 334, e King-Herod sino a 497 cavalli 
vincitori alla corsa. Noi sappiamo che gli allevatori paganQ 
somme ingenti pei buoni riproduttori, e che gli inglesi ten- 
gono degli esatti libri genealogici, come lo Stud-Book o 
THerd-Book. Ciò non avverrebbe se gli allevatori non fos- 
sero intimamente convinti della potenza ereditaria; convin- 
zione che dèi resto è antica, perchè già Virgilio, parlando 
dello stallone da scegliere, nella terza Georgica dice: 

« 

« . . . . Esamina le guise 
Del core e dell'età; da chi creato, 
Di chi fratel, cui la vittoria è vita ». 

Tutte le attitudini sono ereditarie, cosi la facoltà lattifera, 
l'attitudine all'impinguamento precoce, quella della produ- 
zione di una lana particolare, l'energia ed il vigore precoce 
del cavallo da corsa, la forza muscolare del bue da la- 
rverò, ecc.; ed esse offrono tanto maggiore probabilità di 
trasmissione col mezzo della generazione, quanto più sono 
antiche nella razza e più sviluppate nell'individuo riprp- 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI iÌ3S 



dultore. Affinchè però la trasmissione si compia intera- 
mente, é eziandio necessario che altre cause non vi si op- 
pongano, ad esempio il clima, il nutrimento, ecc. 

Si è domandato quale influenza abbia ciascuno dei due 
sessi sulla progenitura, e taluno ha formulato delle leggi 
come questa: che cioè il padre determina i caratteri 
esterni, la madre i caratteri interni dei figli. Il prot Ghi- 
selli [1] fa un' asserzione che merita di essere riportata: 
« Fa d'uopo conoscere » egli dice « qual parte spetti a eia- 
schcdun genitore nella conformazione della prole, e su 
questo riguardo l'esperienza ha stabilito delle regole accet- 
tate come principii di scienza nella zootecnia. Lo stallone 
determina nella prole la forma della metà anteriore del 
còrpo, che si modella a similitudine sua; la madre quella 
della metà posteriore; la taglia o l' altezza del puledro è 
dovuta alla madre, l'indole ed il temperamento al padre». 
Il prof. Ghiselli ammette queste regole come vigenti sol- 
tanto nel cavallo; ma anche cosi limitata, quest'asserzione 
è forse troppo categorica. Tale opinione è peraltro soste- 
nuta anche dal Berti-Pichat [2], il quale dice: «D'ordinario 
la prole, nella statura, nella groppa e altre parti posteriori 
e nel temperamento, somiglia alla madre più che al padre »| 
e quindi consiglia di non far mai coprire femmine biliose 
e mal costrutte in ispecie nelle estremità posteriori. Se- 
condo lo stesso Berli-Pichat [3], circa la produzione della 

[1] V. Annuario della Società dei NaturaUsti di Modena. Anno n, 
1807, p. 8S. 

\i\ Istituzioni, voi. VI, p. 479. Vedi inoltre [la Memoria del Panceri 
sopra un caso di fecondità neUa mula. Aiti del r. Istituto di Inco* 
raggiamcnto di Napoli, sec. serie, voi. XI. 1874, pag. dell'estratto 6. 

(8] Istituzioni, voi. VI, p. 479. 



131 CAPITOLO VI. 



carne, del latte e della lana, prevale l'attitudine paterna 
più della materna, ed il Darwin [1] divide questa stessa 
opinione, quando asserisce: «Sembra che nei montoni sia 
il maschio che dà ai prodotti incrociati le sue corna e il 
suo vello speciale, e che il toro determini la presenza o 
mancanza delle corna». 

Sarebbe certamente interessante per T allevatore cono- 
scere il concorso di ciascuno dei genitori alla produzione 
della discendenza, e fu questo interesse che incitò gli autori 
a stabilire delle leggi che poi non ressero nella pratica^ 
perchè fondate su casi particolari e sopra una base oscil- 
lante. Il Settegast[2] ha fatto un cenno di queste supposte 
leggi, le quali meritano di essere conosciute da chi volesse 
fare ulleriori indagini su tale soggetto. Walker e Stephens 
sostengono che gli organi delle facoltà mentali procedono 
da ambedue i genitori in pari misura e in modo ben di- 
stinto e defterminato; gU organi della nutrizione derivano 
dalla madre, e quelli della locomozione (figura, articola- 
zione, pelle) dal padre. L'Orton va ancora più per le brevi 
e ritiene che il padre dia la configurazione esteriore, cioè 
gli organi locomotori e la madre gli organi interni; ossia 
con altre parole, gli organi della vitalità. Anche Hamm 
crede poter inferire dalle forme e dalle proprietà del mulo 
e del bardotto, che non soltanto nel caso speciale della 
procreazione di questi bastardi, ma nella procreazione in 
generale, il maschio fornisce il tipo e la femmina la ma- 
teria oi^anica. Il Settegast[3] non aceetta queste opinioni 



[i] Variazione, trad. ital., p. 485. 

[2] Vdlleoamento del Bestiame» Trad. ital., p. 84r85. 

[8] L. e, trad. ilal., p. 85. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI i35 



e sostiene che « a nessuno dei due sessi è lecito attribuire 
come regola generale una forza prevalente a quella del- 
l'altro ». 

Qualunque sia Topinione che si professi su questo argo- 
mento, è però cosa certa che in pratica conviene dare 
maggiore importanza al maschio, perchè esso trasmette i 
suoi pregi a più numerosa discendenza, e per questo mo- 
tivo è in grado di promuovere il perfezionamento di una 
razza meglio di quanto lo possa fare la femmina. Il Sette- 
gast [1] dice quindi con ragione «che l'impulso al miglio- 
ramento e quindi air annobilimento di una razza o delle 
razze di regioni e paesi interi, dovrà in generale procurarsi 
mediante riproduttori maschi ». Il che naturalmente non 
include che la femmina possa essere trascurata; anzi, non 
si avranno prodotti distinti se non allora quando un ma- 
schio di pregio avrà coperta una femmina pure distinta. 

Quest'argomento dell' influenza del sesso fu trattato anche 
recentemente da un zootecnico nostro, il dott. Giulio Val- 
donio [2]. Dopo aver esposto le opinioni dei vari autori, 
egli giunge alla seguente conclusione: « Noi però concor- 
diamo coi moderni, riteniamo cioè che a parità di circo- 
stanze i sessi esercitano la stessa influenza sul frutto del 
concepimento, e se le circostanze o condizioni dei sessi 
non sono eguali, predomina nel prodotto Fazione di quello 
per cui le circostanze stesse militano in favore». 

Più recente ancora è un lavoro del prof. A. Lemoigne [3] 

[1] L. e, trad. ital., p. 85. 

[2] Zootecnia, Parma 1875, p. 72 e seg. 

[3] Delle cau$e e delle circostanze che influiscono sulla trasmiS" 
sione ereditaria nell'atto della fecondazione, nei Rendiconti del 
r. Istituto Lombardo, serie II, voi. XI, 1878. 



135 CAPITOLO VL 



sul medesimo soggetto, lavoro che prende le mosse dalla 
teoria del Mantegazza [1] sulla ereditarietà dei caratteri. 
Il Mantegazza aveva esposto Tidea, essere costituito ogni 

a. 

nuovo individuo dalla somma di elementi paterni o, di ele- 
menti materni + e di elementi atavici at, secondo la for- 
mola seguente: 

f (figlio) = A + i + ^ 

Quanto più il nuovo individuo presenta dei caratteri pa- 
terni o materni, e tanto più rassomiglia ai suoi genitori, 
alla specie, alla varietà a cui appartiene; mentre quando 
gli elementi dei genitori si riducono a quantità quasi eguali 
allo zero e giganteggia invece V elemento atavico, cioè la 
somma di tutti gli elementi atavici, di tutte le possibilità 
organiche, allora il figlio differisce grandemente e d'un 
tratto dai suoi genitori, e possiamo avere un mostro, una 
nuova varietà, una nuova specie; secondo il modo con cui 
noi consideriamo questa nuova creatura, che può dirsi 
nata per neogenesi. Il Mantegazza formula questa teorica 
colla formola: 

f = ES + E'$ + -grat, 

intendendo per E, E', E" quantità evanescenti. 

Il Lemoìgne [2] mi schiera tra gli avversari di quésta 
teoria, mentre invece dissi [3]: <Non v'ha dubbio chéx»gni 

. [1] V. Archioio per V Antropologia e la Etnologia, 1871, voi. I. 
£2] L. e, fase. IX, pag. deU*estratto 4. 
[3] Teoria dell' Eooluzione. Torino 1877, p. 5t. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 137 



specie consti di elementi paterni, di elementi materni e di 
elementi atavici». Ciò che non posso ammettere si é, che 
coll'apparsa di elementi atavici si formino in modo subi- 
taneo delle nuove specie durature, mentre potranno appa- 
rire delle forme mostruose prive di vitalità. E queste forme 
saranno senza dubbio mostruose, quando i caratteri atavici 
saranno quelli di generazioni assai remote; ad esempio, sé 
nascesse un cavallo con tre unghie od un uccello colla 
parte caudale della colonna vertebrale lunghissima. Queste 
forme potranno bensi mantenersi mercè la protezione del- 
Tuomo, e infatti noi conosciamo razze domestiche che tras- 
sero origine da mostri; ma non conosciamo, io credo, nes- 
suna specie allo stato selvaggio che possa considerarsi 
come una forma mostruosa resa perenne dalle leggi della 
eredi tabilità. La teoria quindi del Mantegazza, in quanto 
vuole spiegare la repentina apparsa di forme affatto nuove 
e durature, non sembra accettabile; essa ha però il merito 
di spiegare, fino ad un certo punto, l'apparsa delle legigere 
variazioni, e di raccogliere in un'unica formola generale 
le cause che la determinano. 

Il Mantegazza ed il Lemoigne hanno il merito di aver 
fermala la nostra attenzione sull'atavismo, come una delle 
cause della variabilità, e di aver tentato di rappresentare 
il prodotto della generazione con una formola matematica. 
Il Lemoigne non si è fermato alla formola del Mantegazza, 
ma è andato più oltre, ed ha dato una formola più com- 
plicata si, ma più corrispondente al vero, tenendo calcolo 
anche delle quaUtà acquisite dal riproduttore dopo la na- 
scita. Infatti la speciale ginnastica funzionale, il clima, Ta- 
limentazione speciale, ecc., sviluppano qualità nuove o mo- 
dificano le esìstenti, in maniera che T individuo sì veste di 



138 , CAPITOLO VI. 



caratteri nuovi più o meno trasmissibili. Chi non tenesse 
conto éì questo elemento, al dire del Lemoigne, condanne- 
rebbe le specie e le razze ad una immobilità od almeno ad 
un movimento limitato da un cerchio prefìsso, che sarebbe 
la negazione del concetto darwiniano. Ecco ora la formola 
del Lemoigne: 

Sia F = qualità ereditate dal figlio, supposte eguali a 100 
p = » ereditabili e proprie del padre 
p' = » T> e proprie della madre 

at = » » ataviche paterne 

at' = » » ataviche materne 

Siano m, n, m', n', i centesimi delle diverse qualità effetti- 
vamente ereditate dal figlio. 
Si avrà: 

F = (mp + nat) + (m'p'+n'af) 

essendo m + n + m' + n' = ICQ. 

Si considerino ora le qualità trasmissibili da un ripro- 
duttore qualunque ai propri discendenti, e se ne indichi il 
totale (100) con R, Questo totale si comporrà di qualità 
ereditate dai suoi genitori diretti e dagli avi, più di quelle 
acquisite dal detto riproduttore dopo la sua nascita. 

Si indichino ancora con m, n, m',n', i centesimi per cui 
entrano a formare R le qualità ereditate dai genitori e dagli 
avi come sopra, e con x i centesimi, per cui concorrono 
a formare R le qualità acquisite rappresentate con aeq. 

Sarà: 

R = (mp + nat) + (m'p'+n'af) + x acq 
essendo m + n + m'+n'+x=:100. 



EREDITARIETÀ DEI CARA TTERI 1 39 

Questa forinola non scioglie i quesiti speciali che ci ri- 
volgono gli allevatori del bestiame, ma rende conto, in ge- 
nerale, della parte che hanno i due sessi nella procreazione. 
Essendo m, n, m', n' quantità variabili, il numero possibile 
delle combinazioni è infinito, ed il caso in cui m p + n at é 
eguale a m'p + n'at', non è che un caso speciale fra i mol- 
tissimi possibili, o, con altre parole, avverrà di raro che il 
padre e la madre concorrano in misura esattamente eguale 
alla produzione del figlio. 

Il Lemoigne [1] non ha trascurato di interpretare la sua 
formola per trarne delle conseguenze. Egli dice: «Resta a 
vedere in quali proporzioni l'atavismo paterno e materno 
potrà entrare in combinazione colle qualità individuali, p e p', 
di ciascuno dei due parenti. Anche in questo noi vediamo 
ammissibili tutte le possibilità; e, per verità, ci sembra in- 
concusso che in certi casi la ereditarietà prevalente pa- 
terna possa mascherare quella materna, nonché l'atavismo 
procedente dai due parenti; in altri casi l'atavismo materno, 
per esempio, abbia la preminenza; in altri le qualità indi- 
viduali della madre, ecc.; e finalmente, in altri casi, due o 
tre di questi fattori si diano la mano per combattere gli 
altri». E più oltre dice: « Dalle comphcazioni, a cui dà 
luogo il conflitto dei quattro imprescindibili fattori finora 
enunciati, cioè le due potenze di trasmissione propria (del 
padre e della madre) e i due poteri atavici (del padre e 
della madre), emerge luminosa la conseguenza che né la 
sola potenza individuale (di cui è caldo fautore il Settegast 
fino airesclusivismo), nò il potere atavico per sé solo pos- 
sono essere innalzati al grado di legge assoluta ed unica 

[1] L. e, fase. XI, pp. estr. 4, 5. 



MO CAPITOLO VI. 



della ereditarietà. E invece parrebbe che, a seconda dei 
oasi, ora Tuno, ora l'altro, ora due, ora tre di questi quat- 
tro fattori entrino in scena o si associno per ispiegaro le 
rassomiglianze ereditarie di un dato prodotto». 

Veniamo ora alla legge della infezione della madre. Con 
quesj'a denoffiTnàzione vuoisi indicare la trasmissione 4ei 
caratteri di un maschio che ha-^econdata una femmina, ai 
prodotti che questa può avere in seguito da un altro ma- 
schio. Secondo questa legge, la vedova che fu feconda con 
un primo marito, potrebbe avere da un secondo matrimonio 
dei figli somiglianti al primo marito defunto. In appoggio 
di questa legge, si citano parecchi fatti. 

Un caso spesso citato è quello di lord Morton[l]. Una 
cavalla castagna, di razza araba, quasi pura, dopo essere 
stata incrociata con un quagga maschio, produsse un 
ibrido; più tardi essa diede, con un cavallo arabo nero, 
due puledri, i quali erano in parte isabellini e aveano le 
gambe più distintamente rigate che non l'ibrido e perfino 
il quagga. Uno dei puledri aveva anche il collo e qualche 
altra parte del corpo coperti di righe ben distinte. Le righe 
al corpo, per tacere di quelle alle gambe, sono estrema- 
mente rare nei cavalli di ogni razza in Europa, e sono 
quasi sconosciute nella razza araba. Ma ciò che rende il 
caso assai sorprendente si è, che i due puledri aveano il 
pelo della criniera assai simile a quello del quagga, cioè 
cortissimo, duro e diritto. Sembra quindi che il quagga 
avesse esercitata una influenza sui caratteri dei discendenti 
procreati dipoi dallo stallone arabo nero. Un fatto analogo 

[1] Philos, Transact , 1821, p. 20. Darwin. Variazione ^ trad. ital.» 
p. 3^. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 14i 



fu fatto conoscere al Darwin [1] da Jenner Weir, ed é il 
seguente: Lethbridge di Blackheath ha un cavallo allevato 
da lord Mostyn, proveniente da una cavalla che con un 
quagga avea prima partorito un puledro. Questo cavallo è 
isabellino, con una fascia nera lungo il dorso, fascie deboli 
sul davanti della testa tra gli occhi, fasce distinte alla fac-r 
eia interna degli arti anteriori, ed altre assai più deboli ai 
posteriori; manca una fascia scapolare. La criniera sul 
davanti della testa è più piccola che nel cavallo, mentre 
gli zoccoli sono proporzionatamente più lunghi. 

Fra i varii esempi di questo genere citasi anche il se-r 
guente [2]. Giles fece coprire una troia della razza nera e 
bianca d'Essex di lord Western da un cignale selvaggio di 
colore castagno oscuro; i porci nati partecipavano ai ca-? 
ratteri esterni tanto del cignale che della troia, in alcuni 
però prevaleva assai il colore castagno del cignale. Quando 
il cignale era già morto da qualche tempo, la troia fu co- 
perta da un verro della propria razza bianca e nera, la 
quale si riproduce assai fedelmente e non presenta mai il 
colore castagno. Tuttavia la troia, dopo questa unione, pror 
dusse dei giovani porci, che presentavano chiaramente la 
tinta castagna, come quelli della prima portata. Un altro 
fatto è raccontato dal Darwin [3]. Una cagna berbera nera 
nuda fu a caso la prima volta fecondata da un cane da 
caccia metìccio di pelo lungo e bruno. Essa partorì cinque 
cagnetti, di cui tre erano nudi e due avevano pelo corto e 
briino. Successivamente si accoppiò con un cane berbero 



[1] Variazione, trad. ital., p. 3W. 

[2] Darwin. Variazione» trad. ital., p. 360. 

[3J Variazione, p. 366, in not€u 



142 CAPITOLO VI. 



affatto nero o nudo, o la progenie somigliava per metà al 
cane berbero, e per Taltra metà ai giovani a pelo corto dei 
primo padre. Si asserisce anche che nei parti di cavalle, 
che hanno generato muli, non di rado s'incontrano, se an- 
che poi accoppiate col cavallo intero, prodotti somiglianti 
all'asino; e perfino che nei piccioni l'influenza del primo 
maschio si manifesta qualche volta nelle covate susse* 
guenti. 

Questi ed altri consimili fatti debbono avere il loro signi- 
ficato, e non si possono spiegare semplicemente col caso. 
Fa quindi meraviglia il vedere, come un autore cosi serio 
quale è il Settegast, respinga in modo assoluto la teoria 
deirinfezione. Al dire del Settegast [1], questa teoria « con- 
traddice apertamente alle esperienze raccolte nell'allevare 
gli animali, e le manca per verità ogni ombra di fonda- 
mento. » Ma i fatti succitati, e quelli di cui parlano Harvey, 
Orton, Walker, Sedwick, Bronn e Martin [2], possono pur 
dirsi almeno un' ombra di fondamento. Il Settegast, in altro 
luogo, ricorda con compiacenza le parole del dottor Fùr- 
stenberg, essere cioè la teoria dell'infezione un insulto alla 
fisiologia; e soggiunge che questa teoria < svanisce come 
fantasmagoria all'occhio del critico, tanto maggiormente se 
questi osservi senza prevenzione il ricco campo della pra- 
tica, e veda come fra migliaia e migliaia di casi, ne' quali 
avrebbe dovuto necessariamente manifestarsi infezione, non 
riscontrossi il più breve indizio di essa. » 

Il Darwin [3] accetta questa teoria dell'infezione, e dice: 



[1] L'alleoamento del bestiame, trad. ital.« pp. 151, 152, 156. 
[2] V. Darwin. Variazione, p. 386, in nota. 
L3] Variazione, pp. 367, 704. 



EBEDITARIETÀ DEI CARATTERI UZ 



« L'analogia coniazione del polline straniero suH'ovario, su- 
f»li involucri seminali e su altre parti della pianta madre, 
sostiene fortemente Tidea, che negli animali l'elemento ma- 
schile agisce direttamente sulla madre, e non per mezzo 
deirembrione incrociato. » Egli trova questa teoria esplica- 
bile col mezzo della pangenesi. Fra molti altri, Taccetta 
pure il Valdonio [1], e consiglia di scartare dalla riprodu^ 
zione quelle femmine che hanno già figliato sotto Tinfluenza 
di stalloni non migliorati. Il Lemoigne [2] non la respinge, 
e non l'accetta, trova per altro, che quando fosse accertata, 
potrebbe spiegarsi colla sua ipotesi della neuralizzazione. 

Dal complesso dei fatti, che oggi si conoscono su questo 
argomento, noi non possiamo trarre un' induzione precisa. 
Certo é che la teoria non può respingere la dottrina del- 
l'infezione; ma è certo altresì chela pratica non l'ha finora 
sufficientemente appoggiata. In tale stato di cose sembra 
prudente attendere ulteriori prove prima di dare un giudizio. 

Sulla eavsa che determina 11 sesso. 

Coll'argomento della ereditarietà dei caratteri si collega 
strettamente una questione assai importante, tanto dal lato 
teorico che pratico, e che concerne le cause determinanti 
il sesso. È supponibile che ambedue i genitori tendano a 
riprodurre nella progenie ciascuno il proprio sesso ; si può 
quindi domandare, quali sieno le cause che dieno la vitto- 



li] Zootecnia» Parma, 1875, p. 75. 

[2] Delle cause e delle circostanze che injluiscono sulla trasmise 
sione ereditaria negli animali, nei Rendiconti del r. Istituto Lom» 
bardo f ser. II, voi. XI, 1878. 



Ul CAPITOLO V7. 



ria ora al sesso maschile ed ora al sesso femminile. Ma 
pur troppo dobbiamo confessare, che non siamo in grado 
di rispondere con certezza a tale domanda. 

Il Lioy, pochi anni fa, scrisse un volume sulla produ- 
zione dei sessi, e giunse a questo solo risultato, « che se 
il padre è troppo giovane o troppo vecchio in confronto 
della madre, ne nasce una femmina ; che se il padre è nella 
piena energia e vigore dell'età sua adulta, in confronto della 
madre più giovane di lui, ne nasce un maschio. » Un con- 
cetto simile ha espresso anche il Berti Pichat [1], il (Juale 
dice : « Dall'unione di maschi troppo giovani o troppo vec- 
chi con femmine vigorose e nel fiore dell'età nasce mag- 
gior numero di femmine ; da quella di femmine troppo gio- 
vani o troppo vecchie con maschi adulti, maggior numero 
di maschi. E lo stesso avverrebbe da maschi relativamente 
deboli con femmine robuste, e viceversa da maschi ga- 
gliardi con femmine fievoli. » La regola enunciata dal Berti 
Pichat non ha un valore assoluto, perchè si tratta soltanto 
di un maggiore o minore numero di maschi o di femmine; 
ma quand'anche a quella regola si potesse dare un carat- 
tere assoluto, il quesito non- sarebbe ancora sciolto, perché 
resterebbe sempre aperta la domanda, in quale modo e con 
quali mezzi agiscano l'età ed il vigore nel riprodurre il 
sesso. 

Il Berti Pichat non tiene conto soltanto dell'età dei geni- 
tori, ma anche della robustezza; il Settegast [2] nega a 
quest'ultima ogni influenza. « L'opinione, egli dice, che ac- 
coppiando animali diversi per robustezza di costituzione, 

[1] Istituzioni, voi. VI, p. 515. 

[2] L'allegamento del bestiame p. 77. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 145 



rindividuo più robusto determini il sesso della prole, non é 
giustificata dal fatto. » AUlncontro egli dà grande valore 
all'età, come risulta dalle seguenti sue parole. « Dai risul- 
tati di tutte le osservazioni che ci stanno innanzi si può 
dedurre la regola (per verità accompagnata da molte ec- 
cezioni), che genitori di non dispari età producono in me- 
dia tanto di prole mascolina quanto di femminina. Al con- 
trario suole prevalere nei figli il sesso mascolino, quando 
il padre ò molto più anziano della madre; ed il sesso fem- 
minile, quando la madre 'è molto più vecchia del padre. 
Quindi il figlio di genitori di età differente segue d'ordina- 
rio il sesso del genitore più attempato. Questo spiegherebbe 
la prevalenza che nel numero dei nati appartiene negli stati 
civili dei nostri tempi al sesso maschile, poiché di regola 
Tuomo si dà al matrimonio più tardi che la donna. » An- 
che il prof. Mantegazza ha parlato di questo argomento [1], 
ma molto brevemente e senza giungere a nuove conclu- 
sioni. 

Le opinioni del Lioy, del Berti Pichat e del Settegast non 
hanno che un limitato valore scientifico, e sono Tespres- 
sìone più o meno corretta di credenze volgari. Il sesso non 
può dipendere direttamente né dalFetà, né dalla robustezza 
dei genitori, come lo provano gli animali multipari, nei quali 
la femmina, dopo un unico accoppiamento, partorisce pa- 
recchi figli, in parte maschi ed in parte femmine. 

Più precisa è la teoria del Thury [2] di Ginevra, che in 
breve è la seguente. Il sesso dipende dal grado di matu- 



[1] Igiene delVamore. Milano 1878, cap. XV. 

[2] Mémoire sur la loix de production des sexes chcz Ics piante,^. 
Ics animaux et Vhomnie, Paris 1863. 

La teoria di Darwin. io 



i43 CAPITOLO VI. 



razione delFuovo al momento in cui viene fecondato ; quindi 
se l'uovo viene fecondato prima di aver raggiunto il grado 
di perfetta maturità, diventa femmina, si ha invece il ma- 
schio, quando l'uovo s'incontra col liquido fecondatore dopo 
di aver raggiunto od oltrepB?f=^ ito il grado di maturità per- 
fetta. Secondo il Thury basta che la fecondazione segua al 
principio del calore perché ne nasca una femmina, ed alla 
fine del calore perchè ne derivi un maschio. 

La teoria del Thury, cosi espressa, non fu confermata 
dalla pratica, e fu assolutamente rigettata da Pringsheim, 
Mentzel, Coste ed altri. Più riservato nel giudicarla fu il 
fisiologo Albini [1], il quale dice: « Io sono di avviso che 
abbia un certo che di vero. » 

L'Albini [2], dopo aver asserito che nella maggior parte 
dei nidi degli uccelli comuni (Sylvia, Fringilla, Parus, Tur- 
dus, ecc.), l'ultimo nato, quello cioè che nel nido si trova 
meno sviluppato, è d'ordinario un maschio, ciò che avviene 
anche a suo credere nei mammiferi multipari (cani, gatti, 
conigli, topi, maiali, ecc.), espone i risultati di alcuni suoi 
sperimenti. Egli constatò il sesso di tre categorie di uova, 
e cioè: 

1* categoria, uova deposte dalle galline nel 3**, 4**, 5** 
e 6® giorno che si trovavano col gallo; 

2* categoria, uova comuni, cioè di galline che erano 
col gallo da qualche tempo; 

3*^ categoria, uova deposte dalle galline dal 10® al 15® 
giorno dopo la uccisione o Talìontanamento del gallo. 

[1] Ragionamenti e ricerche sulla determinandone del sesso negli 
animali. Rendiconto della r. Accademia delle Sciente fisiche e ma- 
tematiche di Napoli, settembre 1867, estrotto p. 8. 

[2] V. la memoria sopra ciluln. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI U7 



Ecco i risultati che ottenne. Le uova della 1* e 2* cate- 
goria diedero in media egual numero di maschi e femmine. 
Gli parve però di aver osservato costantemente, che il nu- 
mero dei maschi supera quello delle femmine a preferenza 
nella stagione calda, per esempio nel luglio e nell'agosto; e 
che la quantità e qualità delFalimento esercitino un'influenza 
sul numero dei maschi e delle femmine. Nelle uova della 
3* categoria predominarono le femmine sui maschi, molle 
uova incominciarono a svilupparsi, ma poi facendosi ane- 
miche si arrestarono nello sviluppo ed abortirono. 

Su quest'argomento v'ha un'asserzione del Coste [1], il 
quale stabilisce che sopra 7 uova fecondate nella gallina, 
le più vicine all'ovidotto saranno maschi, le più lontane 
femmine; ma non mi consta che questa asserzione sia stata 
sufiScientemente dimostrata, essa fu anzi accolta con dif- 
fidenza dall'Accademia delle scienze di Parigi. 

Un' idea nuova fu recentemente esposta dal prof. Lemoi- 
^6 [2]. Egli crede di dover ammettere nell'atto dell'accop- 
piamento e della conseguente fecondazione una generale 
azione del sistema nervoso del maschio su quello della fem- 
mina, una vera neurUizzazione. < Il sistema nervoso di un 
uomo, egli dice, può imporsi, anche senza alcun contatto, 
al sistema nervoso d'altra persona, e assoggettarlo alla 
propria influenza. È un' azione che si esercita a distanza 
fuori dell'organismo, è un modo di elettrizzazione per in- 
fluenza, ma alla quale per la sua specificità crediamo più 
appropriato il nome di neurilizzazione. » E più oltre sog- 

ti] V. Co»mo8, 1864. Paris, ann. xni, pp. 509, 5io. 
' [2] Delle cause e delle circostanze che injlaiscono sulla trasmiS' 
-Mione ereditaria negli animali* Rendiconti del r. Istituto Lombardo, 
«ep. II, 1878, voi. XI, fase. IX-XV. 



148 CAPITOLO VL 



giunge: « Se i fenomeni che precedono F accoppiamento 
fanno prova deirazione nervosa del maschio sulla femmina, 
e anzi non possono essere completamente spiegati se non 
per questa via, a più forte ragione è d'uopo ravvisare nel- 
l'atto stesso delFaccoppiamento il massimo grado della neu- 
rilizzazione. Le alterazioni del cìrcolo, del respiro, della 
termogenesi, della digestione, la insensibiUtà periferica, eia 
evanescenza o sospensione, sebbene fugace, della coscienza 
di sé, sono fatti suflBcienti che dimostrano la generale e 
profonda partecipazione del sistema nervoso nella feconda- 
zione. » Dopo aver esposto le ragioni, per le quali la ma- 
dre trasmette ai suoi figli le proprie qualità individuali, ata-» 
viche ed acquisite, il Lemoigne ricerca la parte che prende 
il padre nella generazione, e dice: cÈ bensì vero che i ne* 
maspermi danno l'impulso evolutivo all'ovulo, e recano ai- 
medesimo il contributo materiale della loro sostanza; e che 
per questa via si può spiegare la eredità delle forme tìpi- 
che e zoologiche della specie, e fors'anche la ereditarietà; 
di taluni altri caratteri, mancando le prove di negar loro 
quest'ultima virtù; ma la maggiore ereditarietà paterna, 
e quella pure degli avi paterni, non trova adeguala solu- 
zione se non nella modalità della partecipazione del si- 
stema nervoso maschile sulla fecondazione. Questa parte- 
cipazione consiste nella generale azione per influenza, da 
noi chiamata neurilizzazione, analoga alla magnetizzazione 
fisica e a quella animale, che profondamente scuole e per- 
manentemente modifica l'indirizzo proprio deir^ttività ner- 
vosa femminile, a segno di darle l'indirizzo paterno. Il nuovo 
atteggiamento dato al sistema nervoso femminile lo costi- 
tuisce in uno stato neurilico diverso da quello che era prime 
della fecondazione, e analogo più o meno a quello del ms 



EREDITARIETÀ DEI CARA TTERI 149 



Schio; e l'ovulo risente gli effetti della influenza nervosa 
piiterna coirintermezzo della modificata influenza nervosa 
materna. » 

Ammessa questa teoria, il Lemoigne indaga, quale luce 
essa porti sulle cause determinanti il sesso. Egli ritiene og- 
gimai provato che il sesso dipende dal vigore e dalla forza 
dei padre e della madre, e quindi prosegue : « Se ciò è vero, 
lo si spiega benissimo collo ammettere, che la neurilità del 
padre o della madre promuove nel prodotto non solo lo 
sviluppo delle forme materiali tipiche della propria specie, 
ma anche quelle del proprio sesso, che in certo modo può 
dirsi una specie nella specie. » 

La teoria del Lemoigne é certamente assai attraente, 
tanto più che l'autore Tha vestita di una forma poetica; 
ammetto anche volentieri, che in essa vi sia molto di vero: 
ma prima di accettarla nella piena sua estensione, si ha 
l'obbligo di esigere, che altri e più decisivi fatti vengano 
recati in di lei appoggio. Certo è che quella teoria non fa 
progredire la questione delle cause determinanti il sesso, 
ed il Lemoigne stesso si limita a metterla in accordo col- 
Topinione volgare, secondo cui il sesso dipenderebbe dalla 
prevalente robustezza del maschio o della femmina. 

Come si vede dalle considerazioni sopra esposte, la que- 
stione, di cui ci occupiamo, è tuttora insoluta. Se si fa una 
sintesi dei fatti che vi si riferiscono, non si può allontanare 
dalla mente il sospetto, che il sesso dipenda dalla quantità 
dei nemaspermi che penetrano nell'uovo. Questa idea s'ac- 
corda parzialmente con ciascuna delle varie ipotesi messe 
avanti dagli autori; ossia ciascuna ipotesi è incompleta, e 
tutte insieme convergono verso l'opinione sopra citata, che 
fa dipendere il sesso dal numero degli spermatozoidi che 



150 CAPITOLÒ VI. 



agiscono sull'uovo. Ma qui devesi fare una riflessione. Il 
numero dei nemaspermi, che possono fecondare l'uovo, di- 
pende da due cause, che sono la ricchezza dello sperma 
emesso dal maschio, e la qualità del muco vaginale che 
può lasciar passare i nemaspermi tutti vivi, od ucciderne 
una gran parte od anche tutti colla sua acidità, od impe- 
dirne i movimenti coU'eccessiva densità, o trarli seco al- 
Testerno col soverchio scolo. Potrebbe anche darsi che pic- 
cole differenze nella grossezza della membrana involgente 
jiruovo avessero un' influenza sul sesso, poiché l'ingressa 
dngli spermatozoldi riesce tanto più diffìcile quanto più 
' nella membrana è grossa. Vediamo quali ragioni militino 
in favore dell'idea ora esposta. 

1. Molti fatti c'insegnano che gli uomini robusti hanno - 
di preferenza dei figli maschi, tant'è vero che alcuni autori 
fanno dipendere il sesso dalla robustezza dei genitori. Il 
fatto si spiega facilmente, perchè gli uomini robusti so- 
gliono produrre maggiore quantità di sperma che non i de — 
boli. Noi vediamo tuttavia spesso uomini robusti procreare 
soltanto delle femmine, od almeno maggiore quantità di.- 
femmine che di maschi, ciò che potrà dipendere o dallfl^ 
qualità del muco vaginale, come sopra si è detto> od anch^ 
da copule troppo frequenti del maschio, per cui lo sperma- 
riesce depauperato degli elementi attivi o nemaspermi. Con», 
questa idea direttiva potrebbero farsi degli speriménti sugli* 
animali; ad esempio, condurre uno stallone uh giorno tr^ 
volte al salto, poi lasciarlo riposare, poi un altro giorno- 
condurlo nuovamente tre volte al salto, e cosi di seguito- 
Se furono scelte cavalle di costituzione uniforme, si vedr^ 
se il primo salto dei giorni di monta diede a preferenza uti 
maschio, ed il terzo una femmina. È però ben naturalo. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 



151 



che una conclusione non potrà trarsi che da numerosi spe- 
rimenti fatti nello stesso modo. Alcune osservazioni di que- 
sto genere sono raccolte nelle tabelle di Martegoute, dalle 
quali risulta che nelle mandre di pecore gli accoppiamenti 
al principio del calore della mandra, essendo l'ariete ancor 
vigoroso, danno più maschi che femmine; nella foga del 
calore, essendo eccessivamente occupato nei salti Tariete, 
più femmine che maschi; ed in fine del calore, quando 
Tariete può riposarsi di frequente, nuovamente più maschi 
che femmine [i]. 

2. L'influenza dell'età dei genitori sul sesso della prole 
fu soggetto di lunghe discussioni. Alcuni dati i*recisi sono 
raccolti dal chiarissimo mio collega Filippo Lussana [2] 
nel suo Manuale dì fisiologia. Ecco questi dati. 



ETÀ RELATIVA E MEDIE 


RAPPORTO 

delle nascite maschili 
colle femminili 


Padre dìù ffiovane deHa madre 


86 a 100 
94 a 100 
103 a 100 
126 a 100 
147 a 100 
163 a 100 
105 a 100 
121 a 100 


> e madre della medesima età 

» più vecchio di 1 a 6 anni 

» » di 6 a 11 > 

> » di 11 a 16 » 


> » di 16 anni e più 

Media in Inchilterra 


» in Australia 





Fatti simili furono osservati anche negli animali [3]. Questa 
tabella non è per noi concludente, perchè non è indicata 



[1] V. Pagensteeher, Ueber das Gesets der Erseugung der Gesch- 
lechter, Zeitschrfft fiir wiss. Zool., voi. XIII, p. 544, 1863. 

[2] Manuale pratico di fisiologia, Padova 1875, p. 861. 

[3] V. Settegast. L'allecamentOj trad. ital., p. 77. — V. inoltre Pa- 
g'enstecher, Zeitschrift fiir loiss. Zoo!., voi. XIII, p. 544, 1863. 



iò2 CAPITOLO VI. 



reta del padre. Se Tidea suesposta intorno alla causa, che 
determina il sesso, è vera, noi dovremo attenderci, che i 
maschi giovanissimi e forse anche i molto vecchi generino 
a preferenza delle femmine, perché il loro umore sperma- 
tico sarà scarso, o almeno povero di nemaspermi; all'in- 
contro i maschi nel fiore delFetà virile daranno di prefe- 
renza una prole maschile. Nella tabella sopra riportata, un 
padre che abbia 16 anni più della madre, potrà trovarsi an- 
cora nel fiore dell'età virile, avere, ad esempio, 40 anni, 
avendone 24 la madre. Quindi la nostra opinione può ac- 
cordarsi coi dati della tabella. 

3. La suesposta opinione può accordarsi anche colla 
teoria del Thury, perchè se la femmina è fecondata nei 
primi momenti del calore, Tuovo essendo appena fuoruscito 
dairovisacco oppure trovandosi molto alto nelle trombe, 
non sarà cosi facilmente raggiunto da numerosi nema- 
spermi, come nel caso di fecondazione verso la fine del 
calore, nella quale epoca l'uovo si sarà avvicinato all'utero. 

4. L'opinione medesima è avvalorata dalle osservazioni 
dell'Albini, secondo cui le uova deposte dalle galline dal 10° 
al 15** giorno dopo la uccisione o l'allontanamento del gallo 
diedero un eccesso di femmine, essendosi resi sempre più 
scarsi i nemaspermi, i quali entro l'ovidotto non vivono che 
un numero assai limitato di giorni. 

5. La predetta opinione non è in disaccordo con quella 
del Lemoigne, perché la potenza neùrilizzante del maschio 
dipenderà in gran parte dalla sua robustezza fisica, la quale 
alla sua volta determinerà una abbondante produzione di 
Umor'e spermatico. 

6. E^a infine é sostenuta dal fatto verificato da diversi 
naturalisti, che cioè la quantità di materia formativa spe- 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 153 

ciale, contenuta negli spermatozoi e nei grani pollinici, eser- 
cita un' azione importante sull'atto fecondativo, ed influisce, 
non solamente sullo sviluppo completo del seme, ma anche 
sulla robustezza della pianta prodotta da tale seme [1]. Qua- 
trefages [2] ha dimostrato che nella Teredo occorre più di 
un nemasperma per fecondare Tuovo, e Prevost e Dumas 
aveano già prima dimostrato la stessa cosa per altri ani- 
mali. E Newport ha provato, che alloraquando si mettono 
in contatto le uova dei ba traci con un piccolo numero di 
spermatozoi, esse non restano che parzialmente fecondate, 
e Tembrione non si sviluppa mai completamente. Analoghe 
osservazioni furono fatte sulle piante dal Kòlreuter, dal 
Gàrtner e dal Naudin [3]. Anche Tosservazione sopra ac- 
cennata deir Albini appartiene in questa categoria di fatti. 
Le parole testuali dell'Albini [4] sono le seguenti: « Nelle 
uova della terza categoria predominano le femmine sui 
maschi; molte uova incominciano a svilupparsi, ma poi fa- 
cendosi anemiche si arrestano nello sviluppo ed abortiscono. 
Questo fatto che ho osservato per la prima volta nel 1865, 
e constatato nel QQ, non mi fu dato di riprodurlo nell'anno 
corrente (1867), perchè me n'é mancata l'opportunità del 
locale. Però anche quest'anno le uova della terza categoria, 
poste nella macchina d'incubazione, furono quelle che più 
spesso falhrono arrestandosi nello sviluppo. » 
Non intendo di esporre una nuova teoria, la quale non 

[1] V- Darwin. Variazione, trad. ital., p. 693. 

£2] V, AnnaleB des se» nat., voi. XIII, 1850. 

[3] V. Dabwin. Variazione, pp. 692, 693. 

[4] Ragionamenti, ecc., estratto p. 7. V. anche i lavori di Fol {Co-' 
mencement de Vhénogénie. Genève 1877) e di Hertwig {MorphoL Tahr» 
buch, voi. IV, 1878). 



154 CAPITOLO VI. 



potrebbe ora essere avvalorata da un numero sufficiente 
di prove; ma nondimeno noi siamo autorizzati dalle consi- 
derazioni che precedono e seguono, a concepire un'idea 
che ci guidi nelle ulteriori osservazioni e sperimenti. E 
ridea direttiva sarebbe ([uesta : Occorrono negli animali su- 
periori uno o pochissimi nemaspermi, affinchè Fuovo per- 
corra i primi stadii di sviluppo; un numero maggiore di 
essi deve incontrarsi coiruovo, perchè questo compia l'in- 
tero suo sviluppo e diventi femmina; ed un numero ancora 
maggiore, perchè si abbia un maschio. 

Oltre che dalle considerazioni sopra esposte, questa con- 
clusione ò sostenuta da un fatto che si può spesso verifi- 
care nella specie umana. E cioè, le donne, che sono molto 
soggette all'aborto, quand'hanno figli, partoriscono più di 
frequente delle femmine che dei maschi. Sarebbe utile rac- 
cogliere molti dati precisi a conferma di questa asser- 
zione; ammesso che sia vera, come credo, parmi che se 
ne possa dare la seguente spiegazione. Quando in una 
donna sussiste un impedimento alla libera salita degli 
spermatozoidi nell'utero e nelle trombe, raramente essa 
concepirà, e nel caso di concepimento, essendo minimo il 
numero dei nemaspermi saliti, e di quelli penetrati nel- 
l'uovo, si avrà facilmente l'aborto per difetto di energia 
dell'embrione, oppure, nel caso migliore, la produzione di 
una femmina. 

Se poi, per una fortunata condizione temporanea, i ne- 
maspermi, raggiungenti l'uovo, avessero ad essere suffi- 
cientemente numerosi, per determinare il sesso maschile, 
possiamo prevedere che di poco oltrepasseranno il minimo 
numero che occorre a produrre questo sesso; il maschio 
quindi sarà di debole costituzione, come, negli sperimenti del. 



EREDITARIETÀ DEI CARA TTERI 155 



Naudin [1], le piante nate da semi, fecondati con un solo e 
due budelli pollinici, non toccarono punto le loro dimensioni 
ordinarie e non produssero che fiori notevolmente piccoli. 

Che la quantità dello sperma debba avere un' azione sullo 
sviluppo dell'embrione, fu già ammesso dal Pagenstecher [2] 
molti anni fa. Avendo quest'autore osservato, che il Vespe- 
rugo pipistrellus maschio introduce nella femmina una 
enorme quantità di sperma, suppose che tale materiale do- 
vesse essere impiegato alla nutrizione delle uova. 

Si potrebbe temere col dottoj? Kleinenberg [3], che la pre- 
senza di più spermatozoidi nell'uovo, invece di agevolare 
lo sviluppo, cagioni un grave disturbo nell'ordine degli ag- 
gruppamenti molecolari, producendo una molteplicità di 
centri d'azione, il che condurrebbe ad' un solcamento disor- 
dinato ed infine alla completa distruzione del materiale em- 
brioplastico; ma tale timore non é fondato, se è vero che, 
almeno in una gran parte di animali, occorre più che un 
nemasperma perchè l'embrione giunga a maturità. 

È opinione vecchia che il ricco nutrimento dei genitori e 
le stagioni abbiano un' influenza sulla produzione dei sessi, 
ciò che fu constatato anche dall'Albini sui polli. Se questo 
fatto è vero, esso trova una facile spiegazione nella espo- 
sta ipotesi, perchè un maschio riccamente nutrito produrrà 
molto sperma efficace, al quale risultato potrà contribuire 
anche la buona stagione. 

Contro l'idea che il sesso dipenda dal numero degli sper*- 
matozoidi, incontratisi coll'uovo, potrebbero sollevarsi molte 



[1] Nouoelles Archioes da Muséurrij voi. I, p. 27. 

[2] V. Zeitschrift fùr wiss, Zool., voi. xni, p. 543. 

[3] Sullo sciluppo del Lumbricus trapezoides. Napoli 1878, p. 19. 



156 CAPITOLO VL 



obbiezioni; ma non ne conosco una sola che possa abbat- 
tere in modo assoluto quel concetto. 

Fu affermato da molti, che nei parti di primìpare le fem- 
mine superano i maschi, e Carus e Gerson assicurarono 
che in cento .famiglie il primogenito fu G5 volte femmina 
e 35 volte maschio. Ma noi dobbiamo ben guardarci dal 
generalizzare questo risultato; prima di trarne conseguenze 
sarebbe necessario estendere le ricerche ad un grande nu- 
mero di famighe di località diverse. Giova osservare che 
il Campbell, nelle sue indagini a Siam, ottenne un risultato 
alquanto diverso dal surriferito, ossia in 149 parti primìpari 
si ebbero 73 maschi e 76 femmine, dunque quasi Tequili- 
brio fra i due sessi. Attribuendo anche a questo fatto un 
valore maggiore di quello che non abbia, esso non infirma 
la nostra ipotesi; anzi, a mio parere, la convalida. E ciò 
per due ragioni. In primo luogo, perchè nei primi giorni di 
matrimonio la copula non è effettuata con quella facilità 
con cui si compie più tardi, e gran parte dello sperma può 
andare perduta; in secondo luogo, perchè in quell'epoca 
Teccessivo uso di Venere esaurisce i testicoli e rende po- 
vero Tumore spermatico della sua parte attiva. A tale pro- 
posito il Bertillon ci fa sapere che il primogenito nei parti 
illegittimi è più spesso una femmina che nei parti legittimi, 
per cui si può sperare di avere più facilmente figli primo- 
geniti maschi dal matrimonio, anziché dalle unioni illegit- 
time, ciò che deve attribuirsi al fatto che queste ultime 
unioni sono spesso compiute frettolosamente, ed in modo 
incompleto per evitare la fecondazione [1]. 



[1] V. LussANA. Nella Enciclopedia medica italiana, alla coce Donna, 
voi. Ili, parte I, fase. 140, p. 280. 



EREDITARIETÀ DEI CARA TTERI 157 



Sembra in contraddizione coll'idea qui espressa il fatta 
esposto da James Campbell, che a Siam la poligamia non 
produce una prevalenza di nascite femminili. Il popolo di 
Siam è cioè un popolo « monogamo poliginico, » ossia un 
uomo non ha che una moglie sola, ma può avere impune- 
mente una o più concubine. Ora le notizie statistiche di 
Siam provano, che le proporzioni dei due sessi sono a un 
dipresso le stesse di quelle date da Hufeland per Berlino, 
ed il sesso maschile eccede anzi in una misura superiore 
a quella che si nota in Inghilterra. Nemmeno questo risul- 
tato deve essere generalizzato, tanto più che altri osserva- 
tori giunsero a risultati opposti, per cui alcuni fisiologi ri- 
tengono che la poligamia determini realmente una preva- 
lenza delle nascite femminili sulle maschili [1]. In questa 
discussione noi dobbiamo tener conto delle condizioni ses- 
suali individuali ed etniche deiruomo, perchè in un dato 
individuo, od in un intero popolo, la produzione dello sperma 
può essere più copiosa che in un altro individuo o in un 
altro popolo. 

Le ricerche sulle piante nella direzione da noi proposta 
incontrano delle difficoltà, perchè non sappiamo con pre- 
cisione, quali prodotti delie antere corrispondano ai nema- 
spermi. Forse lo sono i somazii descritti dal Sacca rdo [2], 
ma è cosa dubbia perchè sono di natura amilacea e quindi 
privi di azoto. Mi consta però che il prof. Saccardo, affatto 
recentemente, vide i somazii nel canale stilare e negli ovuli 
di Matthiola annua, Habroihamnus elegans, H. faseieularis 

• fi] y. LUSSANA. L. e, p. 88a. 

[2] Saccardo. Negli Atti della Soc. Veneto Trentina di scienze noi; 
voi. I, 1873, p. 803; Q Sommario di un Cono diBotanica» Padova 1874, 
pag. 69. 



tòi CAPITOLO VI. 



e di altre piante, mentre non li vide nelle stesso parli della 
Viola tricolor (che è dicogama) in un' epoca (marzo), in 
cui gli insetti pronubi mancavano. Ma nemmeno questa os- 
servazione ci autorizza ad attribuire ai somazii il signifi- 
cato fisiologico dei nemaspermi. 

L'idea qui sviluppata, che il sesso dipenda dal numero 
dei nemaspermi penetrati nell'uovo, non é in contrasto colle 
ipotesi messe innanzi recentemente per spiegare i fenomeni 
che si riferiscono alla ereditarietà dei caratteri. Ammessa 
la pangenesi, come Tha esposta Darwin o colle modifica- 
zioni portatevi dal prof. Jager, è chiaro che se il numero 
dei nemaspermi, penetrati nell'uovo, è maggiore, lo é del 
pari il numero delle gemmule, e quindi più efficace sarà 
l'impulso che riceve l'uovo a produrre gli organi essen- 
ziali e secondari del sesso maschile; ed in modo analogo 
quell'idea s'attaglia alla teoria dinamica di madama Royer. 

Essendo necessario un numero maggiore di nemaspermi 
per produrre un maschio che non per produrre una fem- 
mina, segue che il sesso maschile debba considerarsi come 
il risultato di uno sviluppo più attivo e più inoltrato del 
femminile. Io potrei dimostrare che questo concetto è esatto 
per gli animali superiori o vertebrati; quanto alla specie 
umana in particolare, credo che ogni antropologo debba 
trovarlo esatto del pari. 

Quando, nella questione sulla produzione dei sessi, sarà 
stabilita la base scientifica, non riescirà difficile trarne 
delle importanti applicazioni. Ammesso il nostro concetto, 
conviene confessare che il caso avrà sempre una certa 
parte nel determinare il sesso maschile o femminile. E per 
caso intendo qui un insieme di fenomeni che sfuggono alla 
nostra attenzione ed al nostro calcolo. Cosi può darsi che 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI 159 



pochi neiiiaspenni, penetrati nella fenimina, producano il 
sesso maschile, se, per circostanze speciali, tutti s'incon- 
trano coU'uovo; e d'altra parte può succedere, che molti 
nemaspermi, penetrati nella femmina, non fecondino Tuovo 
affatto, o dieno origine ad una femmina, quando nessuno 
di essi o soltanto pochi s'incontrino colFuovo. Ma in re- 
gola generale il sesso potrà prevedersi. Poniamo che la 
femmina venga coperta verso la fine del calore, che il suo 
muco vaginale sia sano e normale, che sappia trattenere 
lo sperma debitamente e non presenti alcun vizio di con- 
formazione nell'apparato generatore; dippiù supponiamo 
che il maschio che la copre sia sano e robusto, ben nu- 
trito e da qualche tempo in riposo sessuale: allora noi 
dovremo aspettarci un maschio. È anche supposto che la 
copula si compia in modo perfetto, e che lo sperma sia ver- 
sato nella vagina; questa supposizione non è superflua, per- 
chè vi sono degli stalloni, che ritraggono troppo presto la 
verga e gettano il seme a terra. Suppongasi invece che la 
femmina sia coperta al principio del calore, o che abbia il 
muco vaginale acido o troppo denso o comunque inetto 
alla conservazione ed al libero passaggio dei nemaspermi, 
o che presenti dei vizi di conformazione nell'apparato ge- 
neratore, non sappia trattenere lo sperma ma lo lasci 
scolare all'esterno; oppure si supponga che una femmina 
che si trova in ottime condizioni per dare un prodotto ma- 
schile venga coperta da un maschio scarso di sperma, sia 
per malattia o per debole costituzione, o perché esaurito 
da copule precedute a breve intervallo, — allora noi do- 
vremo attenderci la nascita di una femmina [1]. 

[1] Quest*articolo fu da me pubbl. neUa Gazzetta medica italiana. 



i60 CAPITOLO VI. 



Meritano ancora di essere qui citati alcuni fatti recenti, 
che si riferiscono alla produzione dei sessi. E primiera- 
mente quello riferito dal dottor Swift [1], il quale ci fece 
conoscere le idee del dottor Heitzmann suirargomento in 
discorso. Il dottor Heitzmann giunse alle stesse mie con- 
clusioni, e vide confermata questa ipotesi da venti speri- 
menti, in dodici dei quali si verificò la predizione che fece 
intorno al sesso. Se negli altri casi non previde il sesso, 
ciò dipese dalla circostanza, che non ebbe a sua disposi- 
zione i dati precisi che all'uopo erano richiesti. 

Fu detto sopra che i maschi vecchi hanno una prole pre- 
valentemente maschile. Il fatto è confermato da esperimenti 
eseguiti nel Giardino di acclimatazione del bosco di Bou- 
logne [2]. Il Fairfax cioè ha trovato, che un gallo giovane 
accoppiandosi con una vecchia gallina produce più fem- 
mine che maschi; mentre un gallo vecchio produce più 
maschi che femmine. È ben inteso che quando si parla di 
maschi vecchi in questa questione, s'intendono maschi vec- 
chi come riproduttori, la cui età per conseguenza può es- 
sere non molto avanzata. Nella specie umana, ad esempio^ 
un uomo di 55 anni potrà dirsi un marito vecchio, mentre 
come individuo non è ancora entrato in quella età che di- 
cesi propriamente vecchiaja. Se il fatto è vero, come sem- 
bra, esso può essere posto in accordo colla ipotesi da me 
svolta in due maniere. Può darsi cioè che lo spernia col 
progredire dell'età si faccia sempre più concentrato, di guisa 

Provincie Venete, del 19 aprile 1879. E fu discusso dal dott. Benedetti 
nella Cassetta di Conegliano del 25 aprile 1879, e dai prof. KeUer nel 
Raccoglitore di Padova del 1° maggio 1879. 

[1] V. Giornale internaz. delle scienze mediche, anno I, fase. 2, 1879. 

12J V. Chronique scienttf. de la lieo. Britanique, fèbbrojo 1879. 1 



EREDITARIETÀ DEI CATiATTEBI 161 



che in una goccia di sperma di un marito vecchio (deiretà 
fra i 50 e 60 anni) vi siano più nemaspermi che in una 
goccia di sperma di un marito giovane. Se cosi fosse nella 
specie umana, potrebbe avvenire altrettanto negli animali. 
Ma non oso asserirlo, perché non ho fatto verun stadio su 
questo speciale argomento. Il fatto però è spiegabile anche 
in altro modo. Le copule dei mariti vecchi sono più rare, 
e quindi é ben possibile ch'essi versino nella femmina una 
maggiore quantità di nemaspermi ad ogni copula che non 
i mariti giovani, ciò che non mancHerebbe di far prevalere 
fra i prodotti il sesso maschile. 

Prendendo la questione da un punto di vista p'iù gene- 
rale, può dirsi, che l'uovo può svolgersi senza il concorso 
di nemaspermi, e noi abbiamo allora la partenogenesi, nella 
quale il sesso è sempre il medesimo, ora maschile ed ora 
femminile a seconda della specie di cui si tratta. Quando ò 
necessario l'intervento dei nemaspermi, la minima quantità 
di questi fa subire all'uovo le prime fasi di sviluppo, dopo 
le quali abortisce. Una quantità maggiore lo fa compiere 
una via più lunga, di guisa che nasce una femmina vitale; 
ed una quantità anche maggiore produce il sesso maschile. 
Non vorrei peraltro che alcuno mi attribuisse l'idea, che io 
creda tutti gli aborti dipendenti da una quantità insufficiente 
di nemaspermi che penetrarono nell'uovo. I medici e fisio- 
logi sanno che l'aborto può essere determinato da un nu- 
mero infinito di cause, e ch'esso può essere provocato anche 
artificialmente; quello che io sostengo si è, che in certi casi 
l'aborto avvenga per questa sola ragione, che l'uovo ebbe 
un impulso insufficiente allo sviluppo, perchè il numero degli 
spermatozoi, in esso penetrati, era troppo esiguo. 



La teorìa di Dartcin. H 



CAPITOLO VII. 

EREDITARIETÀ DEI CARATTERI (ContiflUazione). 
DI «leoBl nféi della trMunlaalene ereditarla. 

È certo che tanto il padre che la madre cercano di ri- 
produrre nei figli i propri caratteri; ma Tefifetto di questa 
doppia tendenza sarà diverso, secondo la natura dei ca- 
ratteri stessi, e secondo là forza che manifesta ciascun ge- 
nitore in questo atto di trasmissione. 

Gli zootecnici riconoscono per vero un assioma pratico 
che suona cosi: Le dissimìglianze, accoppiate, si compen- 
sano. Egli é coiraccoppiamento di animali dissimili che l'al- 
levatore cerca di far progredire la sua razza, di guisa che 
questa si accosti all'ideale che vuole raggiungere. Ciò però 
ha fatto credere a molti, che i difetti della madre, ad esem- 
pio, si possano correggere nella prole coi difetti opposti del 
padre ; ciò che non è. Ai difetti di un individuo noi dob- 
biamo contrapporre i pregi dell'altro, perché dalia fusione 
di difetti non può nascere altro che qualche cosa di nuo- 
vamente difettoso [1]. Supponiamo, ad esempio, che gli in- 

[1] V. Settegast. Vallccamento, trad. Ital., p. 88. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {Continuasione) 16 



dividui di una data razza di cavalli presentino le proprietà 
seguenti: 

Testa grossa e massiccia, 

Schiena lunga e debole, 

Croce corta e pendente, 

Stinchi sottili, rotondi e deboli sotto al ginocchio e sotto il garretto, 

Articolazione sottile e debole del garretto. 

Per ottenere un miglioramento nei figli, farà d'uopo che 
gli stalloni che si accoppieranno a cavalle di tal sorta, non 
manchino di tai pregi seguenti: 

Testa proporzionata e ben disegnata, 
Schiena breve e robusta, 
Croce lunga e diritta, 
Stinchi forti, asciutti ed ampi. 
Garretti vigorosi e larghi [l]. 

Del pari non si potranno condurre a perpendicolarità 
gambe montonine impiegando a taPuopo un animale che 
abbia il difetto di piegare colle sue gambe indietro; né si 
riescirà a correggere e rendere normale nei figli una lana 
merina liscia, snervata, disuguale, adoperando un ripro- 
duttore fornito dei difetti opposti, cioè che abbia lana troppo 
increspata ed intricata [2]. 

Vi sono per altro, come ha fatto osservare il Darwin [3], 
dei caratteri che non si fondono insieme, ma si trasmettono 
da uno dei genitori, o da tutti e due, senza modificazioni 
ai figli. Cosi nei galli combattenti, se s'incrocia la varietà 
bianca colla nera, s'hanno degli uccelli delle due varietà 

[1] V. Setteoast. L. c, p. 87. 

[2] Ulteriori esempi, v. nel Setteoast, 1. e-, p. 88 e succ. 

[3J Variazione, trad. ital., p. 455 e succ. 



164 CAPITOLO ViL 



di un colore il più schietto. Relativamente all'uomo, il Dar- 
win racconta questo esempio. Un signore di capelli chiar^ 
ed occhi neri sposò una signora a capelli neri; i loro tre 
figli ebbero dei capelli veramente chiari, ma esaminandoli 
esattamente, si trovarono in tutti e tre dei capelli neri, uno 
per dozzina, sparsi tra i chiari. Quando s'incrociano animali 
senza corna o senza coda con animali cornuti o caudati, i 
figli hannv le corna o la coda di perfetto sviluppo, o non ne 
hanno affatto. Secondo il Rengger, la mancanza dei peli 
nei cani del Paraguay può trasmettersi ai meticci perfet- 
tamente, non si trasmette affatto; il Darwin [1] però vtde 
un cane di quest'origine, in cui la pelle era in parte pelosa, 
in parte nuda, le diverse parti erano anche distintamente 
separate come lo sono i colori presso gli animali macchiati. 
Un esempio analogo a quest'ultimo ebbi io pure occa- 
sione di vedere in Padova, e l'animale trovasi impagliato 
nel Gabinetto zoologico dell'università. Trattasi di una ca- 
gna meticcia, proveniente da una cagna affatto nuda, di 
razza cosi detta turca, e da un cane cosi detto « pincio » 
o griffone. Ecco una breve descrizione di questa cagna me- 
ticcia. È di statura appena mediocre e piuttosto tozza. Muso 
breve ed acuto, orecchie di mediocre lunghezza e quasi 
interamente pendenti. La testa, il collo ed il petto sono dap- 
pertutto coperti di lungo pelo lanoso, il quale però sul petto 
è assai più lungo che sulla testa. Anche gli orecchi sono 
pelosi, ed i peli sono lunghi sugli orli, alla base ed alla 
faccia anteriore, scarsi e brevi alla faccia posteriore. Nelle 
gambe anteriori, la faccia posteriore è tutta pelosa, mentre 
la faccia anteriore è nella sua metà superiore quasi affatto 

[1] Variandone, traci, ilu: , p» 158. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {Continuazione) ifiS 



nuda. Nelle gambe posteriori, la superficie esterna è nuda, 
mentre il resto è coperto di peli. Tutto il tronco è comple- 
tamente nudo, ad eccezione della parte anteriore del ventre 
e della regione anale. La coda è nuda, soltanto alla radice 
vedonsi dei peli sulla faccia inferiore. 

Un fatto singolare, che si riferisce alla ereditarietà, si è 
questo che l'eccesso di forza ereditaria agisce talvolta in 
maniera contraria alle nostre previsioni. Cosi gli allevatori 
di canarini assicurano, che per ottenere un beiruccello di 
colore giunchiglia non conviene accoppiare due individui 
di questa razza, poiché il colore riescirebbe allora troppo 
intenso nei prodotti, perfino bruno. Medesimamente, se si 
accoppiano due canarini crestati, i pulcini raramente ere- 
ditano questo carattere, e talvolta, al luogo della cresta, 
apparisce nei figli perfino uno spazio nudo. 

Un fenomeno pure interessante è quello della preponde- 
ranza nella trasmissione dei caratteri, ossia vi sono degli 
individui, i quali nella trasmissione delle loro qualità eser- 
citano un'influenza maggiore dell'altro genitore. Cotali in- 
dividui trasmettono il loro tipo traverso a molte genera- 
zioni, ed abilmente" sfruttati dagli allevatori diventano ca- 
postipiti di nuove razze. Numerosi esempi, che confermano 
tale asserto, noi troviamo nelle opere del Darwin, del Set- 
tegast e di altri. Cosi un famoso veltro nero, Bedlamite, 
ebbe tutti i suoi dipendenti neri, senza segno del colore 
della cagna; esso avea dunque nel suo sangue una pre- 
ponderanza del nero per ambedue i sessi. I buoi a corte 
corna migliorati sono generalmente riconosciuti come aventi, 
nel massimo grado, il potere d'imprimere ad altre razze il 
proprio stampo, ed è appunto perciò che sono tanto ricer- 
cati come riproduttori. Il bue niata dall'America meridio- 



iOfl CAPITOLO VJL 



naie, nell'incrocio con altre razze, è sempre preponderante, 
sia che alla riproduzione si impieghi il maschio o la fem- 
mina; quest'ultima ha una potenza di trasmissione anco 
maggiore che quella del maschio. In altri casi però i due 
sessi non si comportano egualmente per tale riguardo. Cosi 
il gatto dell'isola di Man, che è anuro, incrociato colle gatte 
comuni, dà dei figli quasi sempre anuri; mentre invece la 
gatta deirisola di Man, incrociandosi con maschi comuni 
e caudati della sua specie, dà figli aventi una coda sebbene 
corta ed imperfetta. 

Molte delle nostre razze domestiche trassero origine da 
individui forniti di una potenza straordinaria di trasmis- 
sione. Il gregge merino di Chrzelitz, un tempo tanto cele- 
bre, deve il suo progresso rapidissimo e la sua fama al- 
Tariete Napoleone; Tariete Nicodemo operò in simil guisa 
nella razza Negretti di Lenschow; e la famosa razza dei 
cani di San Bernardo giunse all'apice dell'eccellenza prin- 
cipalmente per opera di Barry. Del pari, dice il Settegast [1], 
furono tre individui che dettero la sua impronta speciale al 
cavallo inglese pieno sangue, e generarono una serie di 
animali insigni, i cui nomi splendono nell'albero genealo- 
gico dei più cospicui cavalli di pieno sangue: furono il turco 
Byerly e gli arabi Darley e Godolphin. 

Anche in natura appariscono talvolta degli individui for- 
niti di una straordinaria potenza di trasmissione. Cosi il 
dottor Reinhold Hensel raccontò al Settegast di aver tro- 
vato in tre teschi di faina sopra cinque dei dintorni di 
Proskau un dente anormale e sopranumerario, ed anche 
nel quarto teschio tal dente era esistito. Questa particola- 
ri] Valleoamento, ecc., p. 142. 



EREDITABIETÀ DEI CABATfERI (Continuasione) 167 

rità non ebbe a verificarsi neppure una volta sola fra 64 
altri teschi di faina raccolti quasi tutti in Slesia. « Quindi 
è chiaro, dice il Settegast [1], che la detta deviazione, cioè 
il dente sopranumerario, prodottosi dapprima in un indi- 
viduo, si diffuse poi in molte faine nei dintorni di Proskau. » 
Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire e Darwin hanno fatto osser- 
vare che quando s'incrociano due specie diverse o due razze 
molto distinte, i caratteri dei due genitori si fondono sem- 
pre in maniera intima nei discendenti ibridi. « Io non ne 
conosco, dice il Darwin [2], che una eccezione, che si ri- 
scontra presso gli ibridi che si producono naturalmente fra 
due specie di cornacchie, il Corvus corone e cornix, le quali 
sono tuttavia due specie vicinissime, e non differiscono che 
nel colore. » Noi vedremo più sotto che esistono altre ec- 
cezioni a questa regola. 

Una speciale menzione meritano in questo luogo i feno- 
meni dell'atavismo e dello sviluppo. 

Degli esempi semplicissimi di atavismo noi ne abbiamo 
spesso nella specie umana, quando cioè in un individuo, 
anziché i tratti del padre o della madre, appariscono quelli 
del nonno o della nonna. E pu^ò considerarsi come un fe- 
nomeno di atavismo anche la trasmissione dei cai*atteri del 
sesso (essenziali o secondari) attraverso ad una genera- 
zione del sesso opposto. Poniamo il caso che un uomo ab- 
bia una figlia, e questa un figlio; i caratteri maschili del 
padre passarono certamente alla figlia, in cui rimasero la- 
tenti, e divennero manifesti solamente nel figlio di questa 
figlia, ossia nel nipote di quell'uomo. Talvolta però i ca- 
ri] L. e, p. 141. 
[21 Variazione, p. 457. 



iPH CAPITOLO VII. 

rnltcri mnscliili prorompono, in olà avanralA, nel sesso 
femminile, in cui per solito risiano latenti; cosi le dome 
veccliic ricevono una spccin di barl)a la vecchia gillina 




mette gli sproni e conta come il gallo, e la veccliia fagiana 
indossa la livrea del fagiano. Nei casi citali si ha una ri- 
versione ai caratteri di avi assai vicini: ma talvolta una 
specie, in determinate condizioni, ritorna parzialmente al 



ERFDITAFIETÀ DEI CAÌtATlERl IContinuailone) • 109 







O 





170 CAPITOLO \IJ. 



tipo di un avo o progenitore lontanissimo. Un esempio ci è 
fornito dal cavallo (fìg. 5), il quale, secondo le osservazioni 
del prof. Strobel e di Hensel, porta talvolta al lato interna 
dello zoccolo un dito sopranumerarìo, ossia un indice, avvi- 
cinandosi cosi al suo antichissimo progenitore, VHipparion 
dell'epoca terziaria che era triungulato [1]. È vero che il 
dottor Luigi Maschi [2] mette dubbio sulla discendenza del 
nostro cavallo àoWHipparion; ma il passaggio dal Pala- 
eotherium aWAnchitherium, siìVHipparion ed all'attuale ge- 
nere Equus è cosi graduato e chiaro (fig. 6), che il nesso 
genetico riesce evidente per ogni mente spregiudicata [3]. 

I fenomeni di atavismo sono assai importanti per le scienze 
naturali, perchè ci guidano nella costruzione dell'albero ge- 
nealogico degli organismi. Come nel caso sopra esposta 
noi siamo stati condotti a far discendere il cavallo doWNtp- 
parion, cosi i fenomeni di atavismo, che si riscontrarono 
nei colombi, ci indussero a far discendere tutte le razze di 
colombi da un'unica forma, il terraiuolo o Columba lioia^ 
e i fenomeni di peloria c'insegnano che la Linaria discende 
da una pianta che aveva la corolla regolare. 

Voglio citare un fatto di atavismo che potei osservare 
recentemente in un cranio umano proveniente da Levico, 
dove lo raccolse il mio assistente dott. Lamberto Moschen. 
Il cranio anzidetto, oltre i soliti due condili occipitali, ha 

[1] V. anche un esempio di questa anomaUa illustrato dal Gaudry^ 
nella sua opera Les Enchainements du Monde animai, Paris 1878^ 
p. 136. 

[2] Confutazione delle dottrine trasformistiche di Huxley, Darwin, 
Canestrini, Lyell, Db Filippi. Parma 1874, p. 63. 

[3] V. in proposito Joly, Les formes transitionnelles des espèceSr 
Eeoue scientfflque. Paris 1878, N. 41, p. 973. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {Continuazione} 171 

una terza faccia articolare che si trova nel mezzo del con- 
torno anteriore del gran foro occipitale (flg. 7). Questa terza 
faccia (ftg. 7, e) ha un contomo ellitlico, essendo l'asse 
maggiore, che corre in senso trasversele, lunga dodici mil- 
hmetri; mentre l'asse minore, che corre in senso longitu- 




dinale, è lunga nove millimetri. Altri cast di tale anomalia 
AiroQo osservati da Vitali Vitale [1] che ne comprese la 
grande importanza. Invero, qui non si tratta di uno scherzo 
di natura senza signiflcato, ma di un fenomeno di river- 
sione a quegli antichissimi antenati dell'uomo, ì quali, at 
pari degli uccelli e rettili odierni, presentavano una triplice 



II] V. Areh. per VAntropol. e VECnot-, Voi, IX. p. i 



172 CAPITOLO VII. 



articolazione cefalo-rachidiana. Imperocché in queste classi 
di vertebrati il cosi detto unico condilo in realtà è triplo, 
concorrendo alla sua formazione tre diverse ossa occipitalL 
Veniamo allo sviluppo, il quale, come dissi in altra oc- 
casione [1], è in istretto rapporto coir atavismo, anzi è un 
caso speciale di atavismo, ma non di atavismo che appa- 
risce a caso, irregolarmente, sibbene di atavismo che ap- 
parisce costantemente e con regolarità. Supponiamo che la 
specie D sia discesa dalla specie G, e G dalla specie B, e la 
specie B dalla specie A. Gli individui della specie D non na- 
sceranno direttamente coi loro propri caratteri, perchè i 
caratteri di A, B e G, pel principio della ereditarietà, cer- 
cheranno pure di apparire in quegli individui. E per la legge 
della ereditarietà in epoche corrispondenti, i primi carat- 
teri ad apparire saranno quelli di A, poi quelli di B, poi 
quelli di G, ed infine quelli della forma perfetta D. Gon al- 
tre parole l'individuo dovrà svilupparsi, ossia percorrere 
quegli stadi che ha attraversato la specie nel corso dei se- 
coli. Senonchè tutto questo processo di sviluppo non potrà 
essere utile all'individuo, ed essendo l'embrione, si bene 
come la larva, soggetto airelezione naturale, di cui più dif- 
fusamente parleremo tra poco, questa avrà accelerato lo 
sviluppo, e spesso in alcune parti soppresso o almeno mo- 
dificato. Se cosi non fosse, lo sviluppo dell'individuo, ossia 
l'ontogenesi, sarebbe una immagine perfetta della filogenesi, 
ossia dello sviluppo della specie. Invece, per gli effetti della 
elezione naturale, l'ontogenesi può dirsi una filogenesi ac- 
celerata e nelle varie specie diversamente modificata. 
^ Queste idee sullo sviluppo sono di grande importanza per 

[1] Teoria dell' Ecolazione* Torino 1877, p. 55. 



* 

i 



EREDITAHIEtX dei CARArTEni (Conflnitazloneì JTS 

la zoologia. Infalti la classitìcazioiia lonUuiiientale dell'Hae- 
ckel poggia sullo sviluppo. Egli divide il regno animale in 
due grandi gruppi, quello cioè dei Prolozoari e quello dei 
Metazoari. I primi sviluppandosi, non attraversano la forma 
dì Castrala (flg. 8), mentre invece i secondi l'attraversano 




tulli, gli zooliti così bene come i vermi, i molluschi, gli eclii- 
nodermi ed i vertebrati. La conclusione dì Haeckel [1] èia 
seguenle: L'uomo e tutti gli altri animali, i quali nel primo 
loro periodo di sviluppo individuale assumono la forma di 
Gaslrula, la quale è formata di due strati di cellule e mu- 
ti] Antropogenie. Leipzig 1674, p. ins. l'iii recenti notizie sulla teoria 
della Gastraea trovansi nel lavoro di Uihckel: Biologi he Sfadien, 
Zweiios llcft. Jeno 1877- 



Capitolo v,i- 




EREDITARIETÀ DEI CARA TTERI {Continuazione) 175 



nita di apertura orale, discendono da un'antica forma co- 
mune che ebbe il nome di Gastraea. 

La teoria della Gastraea avvicina i vertebrati a tutti gli 
invertebrati, eccettuati gli infimi, facendo discendere quelli 
da questi. A torre poi ogni dubbio sulla discendenza dei 
vertebrati dagli invertebrati, venne la scoperta del Kow^a- 
levsky, il quale dimostrò che TAmphioxus e le ascidie si 








Fig. IO. — Sviluppo della Medusa aurita. 



sviluppano in modo consìmile fino ad un certo periodo, tra- 
scorso il quale il primo progredisce ancora fino che tocca 
la forma perfetta, mentre le seconde regrediscono (fig. 9). 
Ed é di sommo interesse il sapere, che anche le ascidie, 
sebbene animali invertebrati, sono fornite allo stadio di 
larva della corda dorsale (ùg, 9, C, ed), che fino ad ora fu 
creduta propria dei soli vertebrati. Questo fatto, in appa- 
renza cosi semplice, può persuadere i più restii della verità 
della teoria evoluzionista, e vale assai più delle mille elu- 
cubrazioni dei teologi, e dei filosofi di antico stampo. 



J7i) Capitolo vii. 

Noi abbinino ilelto ii.'l secoiiilo cniillolo, clie la mcilusa 
nel suo sviluppo, assumo successivamente le forme dì infu- 
sorio, di polipo idpoide e la propria (fig. 9); ora possiamo 
soggiungere, die gli iiifusorii ed i polipi devonsi per conse- 
guenza considerare come stadii filogenetici della medusa. 
L'Auretìa aurita ci fornisce un noto esempio di tale svi- 




luppo (Hg. iO). Un altro esempio ci è fornito dalla specie 
Cladonema radialum, la quale nasce, coi mezzo di una 
gemma, da una forma polipoide, la quale era stata credula 
un animale perfetto, denominato Stauridìum (fig. Ji). 
È stato anche dimostrato recentemente dal Barrois fi] 



[1] Sur le imceloppemciit ik-s Araìgiiéei, Journal de l'Anatomie et 
de la Ph'iniol., ecc., pubbl. par Roois et ToùcnET. 137S, ann. XIV, p. n«. 



KBhDITAPIETA DEI CAPATTEIÌÌ (Continua:ione) m 

che i ragni attraversano, nel loro sviluppo, lo stadio limu- 
loide, durante il quale somigliano a certe forme dì crosta- 
cei (fig. i2) Questo fenomeno, e molti altri consimili, riescono 




affatto inesplicabili colla teoria della creazione, mentre d'al- 
tra parte vengono in appoggio della teoria evoluzionista. 



I Tenomeni che si presentano nell'incrocio delle specie 
hanno stretta relazione col soggetto della ereditarietà dei 
caratteri, o quindi ne parliamo in questo capitolo. 

Noi conosciamo molli esempi di accoppiamento fecondo 
fra individui (mascliio e femmina) di specie e perfino di 
generi diversi, ne citeremo alcuni. 

La teoria di D(u-tein. it 



178 CAPITOLO VII. 



1. Il CU Velilo e rasiiid producono il bardotto o la bar- 
dotta. Si ha un esempio di bardotta che coll'asino diede un 
ibrido, il quale fu descritto dal rev. Mucci [1]. Questa bar- 
dotta era slata fecondata dall'asino in Sepino nel Molise, 
e ribrìdo nacque precocemente, a cinque mesi, dopo fati- 
coso viaggio in cui la pregnante fu sorpresa da orribile 
temporale. Al dire del Mucci, l'ibrido era grande come un 
cane mastino; esso presentava la figura dell'asino, ma più 
brutta e schifosa, avendo la testa al di là del naturale, la 
parte superiore del muso un po' più sporgente dell'infe- 
riore e quasi rivolta in su, e la fronte con in mezzo un in- 
fossamento, da offrire una sinuosità orizzontale lunghesso 
la sua ampiezza. In tutto il- resto era normale, fino nelle 
parti sessuali femminili che erano visibilissime. 

2. L'asino e la cavalla danno il mulo o la mula; que- 
st'ultimo col cavallo genera il mionippo, coll'asino Tono- 
mione. Negli antichi tempi il parto delle mule si conside- 
rava come un prodigio annunziatore di grandi avvenimenti, 
ed è volgare in Oriente un proverbio arabo che dice: Nel 
giorno che avrà un figlio la mula, la donna diventerà uomo, 
e l'uomo diventerà donna. 

In questi incrociamenti l'asino ha una preponderanza sul 
cavallo, maggiormente pronunciata da canto del maschio 
che della femmina; infatti il mulo somigha più all'asino 
che il bardotto. Il mionippo, avendo tre quarti di sangue 
cavallino, mostra più somiglianza coi cavalli che colla ma- 
dre. L'onomione somigha più jall'asino che al cavallo; cosi 



£l] Ricista aoronomica Ae\ Corsi. Napoli 1857. V. anche la memoria 
del prof. Panceri stilla fecondità di una mula, negli Atti del r. Isti- 
tuto d'Incoraggiamento di Napoli, voi. XI, ser. II, 1874. 



EIÌEDITAIÌIETÀ DEI CAPATTEm {Continuazione) 179 



quello descritto dal Panceri aveva il capo relativamente 
grosso ed asinino, le orecchie considerevolmente lunghe, le 
falangi pure lunghe al pari degli nsinelli, e mancava, come 
questi, di castagne negli arti posteriori. 

3. Si conoscono anche altri esempi d'incrocio e di pro- 
duzione di ibridi fra le specie equine. Cosi il quagga e la 
cavalla diedero una femmina ibrida, la quale nuovamente 
incrociata con un cavallo arabo partorì un ibrido di se- 
conda generazione. Il Brelim parla di un ibrido di seconda 
generazione, nato cioè da un cavallo poney e da una fem- 
mina ibrida che era figlia dell'asino e della zebra. Egli cita 
anche ibridi di emione e zebra, di emione e quagga e di 
asino e dauw [1]. 

4. Quantunque il lepre ed il coniglio siano due specie 
ben distinte, tuttavia il loro incrocio é talora fecondo, e si 
ottengono non soltanto ibridi della prima generazione, ma 
di più generazioni cosi detti leporidi. Nessun zoologo du- 
bita intorno alla boutadi queste due specie; infatti, per ci- 
tare alcuni caratteri, il lepre nasce cogli occhi aperti e for- 
nito di pelo, vive soUtario alla superficie del suolo, manca 
di solco alla faccia superiore deirarlicolo ungueale delle 
dita ed ha il braccio più lungo dell'avambraccio; mentre il 
coniglio ^nasce nudo e con occhi chiusi, vive in società in 
covi sotterranei, ha un solco alla faccia superiore dell'ar- 
ticolo ungueale delle dita, e l'avambraccio si lungo circa 
del braccio. 

Non è facile ottenere l'incrocio fecondo delle due specie 
succitate. Io presi un lepre ancora giovanissimo e l'allevai 

[1] Altri esempi v. nella succitata memoria del Pangkri, Atti del r, 

•* 

Istituto di Incoraggiamento di Napoli, 1874. 



180 CAPITOLO VII. 



in caplivitù; messo insieme con delle coniglie, s'accoppiò 
con esse più volte, ma senza successo. Altri sperimentatori 
però, ad esempio il Gayot, ottennero con tale incrocio degli 
ibridi, e constatarono, che questi ibridi sono fecondi tra di 
loro. Il Gayot osservò questa fecondità fino alla settima 
generazione. È singolare che questi ibridi non hanno un 
tipo uniforme, ma costituiscono due gruppi; gli individui di 
un gruppo hanno il pelo sericeo e somigliano molto al le- 
pre, quelli deiraltro gruppo hanno il pelo del coniglio cui 
somigliano anche in altri caratteri [1]. 

Più recentemente s'è occupato dei leporidi il Mondar, ed 
ha trovato che la loro carne é meno filamentosa che quella 
del coniglio e più bianca che quella del lepre; il pelame, 
secondo il Mondar, sarebbe intermedio fra quello dei ge- 
nitori [2], 

5. Il lupo ed il cane diedero pure degli ibri<li. Cosi il 
Buffon ottenne quattro successive generazioni dalFaccop- 
piamento del cane col lupo, e gli ibridi riuscirono perfet- 
tamente fecondi tra di loro. Il Broca ed il Flourens hanno 
osservato recentemente dei fatti analoghi; sembra per 
altro che la fecondità degli ibridi non si estenda, almeno 
negli animali captivi, che ad un piccolo ' numero di gene- 
razioni. 

6. Il cane fu incrociato anche collo sciacallo, ed il Flou- 
rens ha constatato, che questo, nella trasmissione dei ca- 
ratteri, ha la preponderanza su quello; una simile osser- 
vazione ha fatto anche il Darwin [3]. 



Li] V. Nathusius. Uber die sogenannten Lepor, Berllnl878, p. 49,51^ 
[«] V. Bull, de la Soc. d'Hist nat de Toulouse, ann. IX, 1874-73, p.lOP» 
p] VariasionCi p. 454, 



EREDITARIETÀ DEì CARA TTERI {Coniinuazfone) ì%i 

m - — - ._■ .._ — 

7. Fra i mammiferi, molti altri animali di specie di- 
verse furono incrociati con successo, cosi il leone colla 
tigre, il jaguar colla pantera, la pecora col becco, la capra 
coira'riete e col muflone, ri yak collo zebù e lo zebù colla 
vacca, ecc. Ma nessun fatto ha l'importanza di quello re- 
centemente esposto dal prof. Lemoigne [1] all'Istituto Lom- 
bardo di Scienze e Lettere. Trattasi di una gatta di razza 
incrociata soriana, la quale si accoppiò con un cagnetto 
bastardo pine-barbino, ne rimase pregna, e dopo nove set- 
timane partorì due figli, di cui uno era mostruoso, mentre 
l'altro ha i caratteri del gatto, meno una lieve tendenza 
del pelo airarricciatura e alla riunione in pennelli acumi- 
nati. Questo gatto ibrido divenne più tardi lo sposo di sua 
madre, la quale con lui ebbe due volte dei figli. Il Lemoir 
gne ci dice ancora che una sorella della gatta sopra no- 
minata ebbe frequenti unioni con un piccolo cane inglese 
bianco a macchie nere, col quale conviveva. Una volta re- 
stò gravida, e partorì un piccolo gatto, che mori dopo ven- 
tiquattro ore, e non aveva altri segni che ricordassero il 
padre, fuorché la direzione di un orecchio in basso, men- 
trecche Taltro era volto in alto come nei gatti, e una pic- 
cola. macchia scura in fronte. Questi fatti, sebbene raccon- 
tali da un uomo così insigne come il Lemoigne, devono 
accogliersi con una certa riserva, sia perchè Taccoppia- 
mento non fu veduto dal Lemoigne stesso, sia ancora per- 
ché si tratta di incrocio fecondo fra animali di famighe di- 
verse, sia infine perché gli ibridi non hanno tali caratteri 
da offrirci le prove della paternità del cane. Ammesso che 

[1] Rendiconti del reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, 
Ber. II, voi. XII, 1S79, p. 210. 



182 CAPITOLO VII. 



quesli fatti sieno veri, ne risulterebbe la enorme prevalenza 
della gatta sul cane nella trasmissione de' suoi caratteri. 

8. La tortora ed il colombo furono incrociati con suc- 
cesso dal prof. Paolo Bonizzi di Modena. È sempre possi- 
bile ottenere Taccoppiamento di un colombo domestico, al- 
meno della razza triganina, colla tortora domestica, e tale 
accoppiamento è sempre fecondo. Nelle esperienze eseguite,^ 
molte volte Tembrione era già sviluppato nell'uovo, ma pe- 
riva nei primordi della sua vita. Gli ibridi provenienti da 
questo incrociamento partecipano dei caratteri della tortora 
e di quelli del colombo, ne hanno però alcuni proprii ad 
essi solamente; tuttavia si nota una certa prevalenza della 
specie madre tortora. L'ibrido maschio, proveniente dal- 
rincrociamento del colombo colla tortora, è dispostissima 
ad unirsi tanto colla tortora femmina, 'quanto colla colomba, 
ma quest'ultima non vi si unisce se non in certo modo 
forzata [1]. 

9. Il canarino fu incrociato con parecchie specie di 
Fringilla, e molti sono gli ibridi di questo genere che ven- 
nero descritti. È stato anche osservato che gli i])ridi sono 
fecondi per alcune generazioni. Nel Gabinetto zoologico del- 
Tuniversilà di Padova trovansi due ibridi, dei quali voglio 
fer menzione. Uno di essi, di sesso femminile, è figlio di 
una canarina e di un cardelino, e somiglia assai più alla 
prima che al secondo. Il colore giallo della canarina è evi- 
dente al collo, sul petto, al ventre ed al groppone ; la testa 
invece, le ali e gran parte delle timoniere presentano un 
colore misto di giallo, di bianco e di castagno chiaro, pre- 
dominando assai quest'ultimo colore sugli altri due. Il ro- 

(1] V. Paolo Bonizzi. 1 Colombi di Modena, Modena 1876, p. 157 e suco. 



ETfFDJTATffETX DET CATÌATTF^RJ {Con*inwxzlorìe) 183 



stro ò quasi identico a quello della canarina. Un fratello 
di questa ibrida, a quanto mi viene detto, che io non vidi, 
portava attorno al rostro, come il cardelino, delle penne 
volgenti al rosso. Il secondo ibrido, di sesso maschile, è 
figlio di una canarina e del verdone (Frlngìlla chloris). Esso 
è giallo al collo ed al ventre; la testa, la schiena e le ali 
sono colorate ad un dipresso come nel verdone, prescin- 
dendo però dalle tre prime remiganti che sono bianche. Le 
timoniere di mezzo sono in parte gialle ed in parte bian- 
che, le due esterne in ciascun lato sono invece nere. Il ro- 
stro è simile a quello della canarina. La influenza del ver- 
done sembra essersi limitata alla modificazione del colore, 
per cui, in complesso, si ha anche qui un predominio della 
canarina sul verdone nella trasmissione dei caratteri. 

10. Il gallo s'incrocia con successo col tacchino, quan- 
tunque questi due uccelli appartengano a due generi di- 
versi. Ecco quanto ci racconta in proposito il Frutat [1] 
sulla fede di Delhom. Un gallo della razza Lauraguaise 
aveva molta affezione per una tacchina, dalla quale era 
vivamente corrisposto. Le uova della tacchina , una ven- 
tina circa, furono sottoposte ad una covatrice, ma tutte fu- 
rono trovate sterili ad eccezione di uno, da cui si sviluppò 
l'ibrido, di cui discorriamo. Quest'ibrido ha l'aspetto gene- 
rale del tacchino e grida come questo; ma la testa, il collo 
e le piume lanceolate che coprono queste parti, sono del 
gallo, col quale divide anche la statura. Si conosce anche 
un altro ibrido fra i generi Gallus e Meleagris, questo se- 
condo ibrido era figlio di un tacchino e di una gallina. 

[1] V. Bull, de la Soc, d'Hist. nat. de Touiouse, ann. X, 1875-76, pi* 1» 
P- US. 



184 Capitolo vii. 



11. Anche allo stuto di natura Irovansi degli ibridi. Un 
esempio ce- ne possono fornire i pesci, e fu principalmente 
il Siebold [1] che rivolse la nostra attenzione su questo 
soggetto. Il Carpio Kollarii è un bastardo, proveniente dal 
Gyprìnus carpio e dal Carassius vulgaris. VAbramidopsis 
Leuckartii è probabilmente un ibrido generato da un Ahra- 
mis ed un Lenciscus. Del pari le specie Bliccopsis àbramo- 
rutiUis, Alburnus dolabratus e Chondrostoma rysela sono 
dal Siebold considerate come forme ibride, ed io ho dimo- 
strato nel 1864 che V Alburnus fracehia è assai probabil- 
mente un ibrido àoiV Alburnus alborella e del Leucos aula [2]. 

Degli ibridi esistono pure fra gli insetti, e più volte gli 
entomologi videro accoppiate insieme delle specie diverse. 
Cosi, ad esempio, il Fanzago [3] trovò un maschio della 
Libellula sanguinea accoppiato colla femmina della Libel- 
lula vulgata. È probabile che molte forme fra gli insetti, 
che mettono in imbarazzo il sistematico, non sieno che 
forme ibride. 

Dai fatti sopra esposti noi vediamo che neirincrocio di 
due specie, sia che appartengano ad un medesimo genere 
oppure a due, ciascuna specie cerca di trasmettere ai di- 
scendenti i propri caratteri. Talvolta l'ibrido tiene air in- 
circa il mezzo fra i due genitori, altre volte, e questo sem- 
bra il caso più frequente, uno dei genitori è preponderante 
nella trasmissione dei suoi caratteri. Noi vediamo ancora 
dai fatti succitati, che non solo due specie di un medesimo 
genere, ma anche due specie di generi e di famighe di- 

fi] Die Sùsswasserflsche con Métteleuropa Leipzig 18S3, p 20. 
[2] V. le mie Note ittiologiche^ nelPArchivio per la ZooL, VAnat. e la 
Fisiol., voi. Ili, fase, l^ Modena 1864, p. 101. 
18] V. la sua Prelezione al Corso di Zoologìa, ecc. Sassari 1878, p 15, 



EREDITATIIETÀ DEI CARA TTERI {Continuazione) 185 



verse, possono accoppiarsi insieme con successo, e che 
inoltre anche gh ibridi sono talvolta fecondi, sia che si uni- 
scano con una delle forme genitrici, oppure fra di loro. Lo 
studio dei vegetali sotto questi diversi punti di vista con- 
durrebbe a risultati analoghi. 

L'antico assioma, che soltanto individui di una medesima 
specie possano accoppiarsi fra di loro con successo, non 
ha dunque un valore assoluto; molte essendo le eccezioni, 
quell'assioma non esprime che la regola dominante. La 
quale regola può, almeno in parte, trovare una spiegazione 
nell'asserto di R. Wagner, esposto già nel 1836, secondo 
cui gli spermatozoidi hanno forma diversa nei diversi gruppi 
di animali, asserto che fu anche recentemente confermato 
dal dottor G. Grobben [1], 

EfTelli delie nozze consanguinee. 

Questi effetti cadono soltanto in parte sotto le leggi della 
ereditarietà dei caratteri; noi vogliamo tuttavia discutere 
questo argomento con qualche dettaglio, perché è di grande 
inaportanza pratica, e perchè, secondo il Darwin, può es- 
sere subordinato ad una massima più generale, come ve- 
dremo in appresso. 

Nessuno nega che le nozze consanguinee debbano avere 
degli effetti dannosi, quando in una famiglia domini qual- 
che malattia ereditaria; perchè contribuendo due membri 
della medesima famiglia, Tuno in qualità di padre e l'altro 



[1] Beitràge zar Kenntniss der mdnnlichen Geschlechtsorgane der 
Dekapoden, Arbeiten. aus dem ZooU Institute der Unioers. Wiea 
und der Zool. Station in Triest. 1. Heft 1878, p. 41. 



183 CAP.TOLO VII. 



come madre, alla generazione dei fiorii, in questi la tendenza 
alla malattia di famìglia dovrà essere aumentata, e il morbo 
stesso, per poco che le condizioni esterne gli sieno favorevoli, 
apparirà con maggiore intensità, e sarà inoltre difficile al- 
Tarte medica o veterinaria lo sradicarlo, e guarirne l'indi- 
viduo affetto. Ma quando si escludano le malattie ereditarie, 
la cosa cambia aspetto, e può sembrare che le nozze consan- 
guinee in tale caso non possano avere degli effetti sinistri. 

Questa è difatti la conclusione, alla quale sono arrivati 
alcuni medici, veterinari ed allevatori. Fra i medici, il dot- 
tor Gallard [1], dopo aver passato in rivista varii fatti rac- 
colti dagli autori,- conclude che le unioni consanguinee fra 
sposi sani non sono punto dannose, e che gli effetti di tali 
nozze sono perniciosi soltanto allora, quando lo stato sa- 
nitario delia famiglia, cui gli sposi appartengono, non è 
perfetto. I veterinari e gli allevatori del bestiame s'appog- 
giano principalmente sul fatto, che molte razze di animali 
si sono formate e crebbero col mezzo deirincesto, come, ad 
esempio, il bue Durham, il montone Dishley, il cavallo da 
corsa puro sangue ed il porco New-Leicester. 

I fatti, che furono raccolti per sciogliere questo quesito^ 
sono assai numerosi; ma il maggior numero di essi manca 
di quella precisione che permette di trarne esatte conclu- 
sioni. Non è quindi cosa sorprendente, se noi vediamo gli 
autori divisi in due partiti, quasi eguali per forza ed auto- 
rità, di cui l'uno sostiene Tinnocuità delle nozze consangui- 
nee, Tal Irò gli effetti dannosi delle medesime, ambedue pre- 
scindendo dalla ereditarietà morbosa che nessuno può met- 
tere in dubbio. 

[1] N. Dict. de Méilecine et de Chir. Paris 1809, t. IX. 



EREDITARIETÀ DEI CARA TTERI {Continua sionc) 487 



Prima di passare a delle conclusioni, noi dobbiamo esa- 
minare alcuni gruppi di fatti che riscontransi nei regni ve- 
getale ed animale. 

Si possono addurre molte prove per dimostrare cl^e le 
piante rifuggono da una continua, mai interrotta autofe- 
condazione. Se cosi non fosse, la struttura dei fiori e quella 
degli insetti visitatori dei fiori non potrebbero essere spie- 
gate. Noi sappiamo infatti che i fiori attirano gli insetti co- 
gli alimenti che loro offrono, colla protezione che loro pro- 
curano contro gli agenti esterni, colla grandezza e col co- 
lore spesso vivissimo delle corolle, coi profumi, ecc. Perfino 
il fetore putrido ed il lezzo cadaverico, che mandano alcuni 
fiori (ad esempio quelli . dell' Arum dracunculus, delle Sta- 
pelie, di alcune Aristolochie, ecc.), servono a questo scopo, 
giacché attirano quelle mosche, ingannandole, che sono so- 
lite andare sui cadaveri [1]. E mentre gli insetti sono adat- 
tati a trarre profitto di tutto ciò che loro offrono i vegetali, 
questi e quelli sono conformati in guisa da promuovere la 
fecondazione incrociata tra fiore e fiore d*una stessa pianta, 
o di piante diverse d'una stessa varietà, od anche di va- 
rietà e perfino di specie diverse. In tale guisa Tautofecon- 
dazione è resa rara ed anco impossibile [2]. 

Un beir esempio e di facile osservazione ó quello che ci 
offrono alcune specie di salvia, per esempio Salda sclarea e 
Salvia pratensis {^g, 13). In queste piante il nettare è secreto 
in fondo al fiore. Da questo fondo parte lo stilo, il quale scor- 
ci] V. Delfino nel Ballettino della Soc. entomoL ital., 1870, p. 231, 
in nota; inoltre la mia teoria à^W Ecoluzione, Torino 1877, p. 39. 

[2] V. numerosi dettagli neiropera di Erm. Mùlleb, Die Befruchtung 
der Blumen durch Insekten un die gegenseitigen Anpassungen bei" 
der, Leipzig 1873. 



CAPÌTOLO VII. 



rendo nel labbro superiore della coralla, l'oltropassa, ed 




oU'cpice si divide in due branclie. Lo stimma si rende allo 
« ricevere il pollino soltanto dopo cbe le antere si sono 



ERLDITAR'ETÀ DEI CARATTERI {Continuazione) 189 



vuotate, per cui rmcrocio avviene (luabi sempre. Le salvie 
non hanno che due stami ben sviluppali; ora nella Salvia 
sclarea e pratensis (fìg. 13) le due metà della antera di cia- 
scun »tame sono assai discoste Tuna dall'ai tra; una metà 
cioè trovasi all'apice dello stame e produce il polline, l'altra 
metà, essendo estremamente lungo il connettivo, trovas 
all'ingresso della corolla, è sterile, e chiude colla sua com- 
pagna dell'altro lato l'ingresso della corolla. Ambedue gli 
stami sono mobili sui loro brevi filamenti in una linea ver- 
ticale, e quando un insetto, nell'atto che penetra nel tubo 
della corolla, solleva le due metà inferiori delle antere, gli 
stami si piegano in basso e coprono di polline il dorso del- 
l'insetto. Questo recandosi sopra un altro fiore e posandosi 
sul labbro inferiore della corolla, fregherà col suo dorso 
contro lo stimma e vi lascierà il polline, di cui erasi ca- 
ricato sui fiori precedentemente visitati [1]. 

Mentre la fecondazione incrociata è in alcune specie as- 
sicurata dalla separazione dei sessi, il più delle volte lo ó 
perchè la maturità del polline e dello stigma non avviene 
contemporaneamente. Tali piante si chiamano dieogame^ e 
farono divise in due gruppi, cioè le proterandre, nelle quali 
• il polline matura prima dello st'gma, e proterogìne, nelle 
quali avviene il contrario. Questa seconda specie di dico- 
gamia è assai meno comune delle^ prima. La dicogamia è 
di somma importanza perle piante; al dire di Delpino [2] 
•è cosa di tale entità da avere subordinati a sé tutti quei 
caratteri florali di adattamento a circostanze esteriori, che 

[1] V. DoDKL-PoRT. Anatomìsch'physiol, Atlas der Botanik, Erste 
Liefemng.. Esslingen 1878, tavola e testo della Salvia sclarea. 

[2] Naooo giornale botanico italiano, diretto da T. Caruel, voi. X, 
nqra. 3. Pisa 187$, p. idi. 



190 CAPITOLO VII. 

hanno per inevitabile effetto di conseguire più o meno fre- 
quentemente le nozze incrociate. 

Allo stesso scopo mira Yeierostilia delle piante, Vlianno 
cioè delle piante ermafrodite, in cui alcuni esemplari pos- 
siedono un lungo stilo e brevi filamenti degli stami, mentre 
altri portano un breve stilo e lunghi filamenti. Esempi di 
questa natura ci forniscono il Pohjgonumfagopijrum (lìg. 14), 




il Linum pérenne e la Prìmula sinenais. Dalle osserva- 
zioni del Darwin e deirHildebrand risulta, che la feconda- 
zione solo allora si compie, od almeno dà buoni risultati, 
quando il polline del fiore a lunghi stili cade sugli stimmi 
del fiore a brevi stili, oppure quando il polline del fiore a 
brevi stili é portato sugli stimmi in un fiore a lunghi stili. 
La buona riuscita della fecondazione dipende dunque dal- 
rihcrocio," 

Esistono perfino delle piante, per esempio Lyihrum sali- 
cariò, Oxalia gracilia, ecc., che hanno tre qualità di fiori, 
e cioè fiori a stili lunghi, a stili mediocri ed a stili brevi, 
ed ogni qualità di fiore porta due verticilli di stami, i quali 
stanno all'altezza degli stimmi delle altre due qualità ^i 
fiori. Anche qui deve avvenire un incrocio, perchè la fe- 
condazione dia buoni risultatij e cioè il polline deve essere 



EUEDlTATìIErÀ DEI CMÌATTERI {Cuntinuazionc) 191 



portato sopra uno stimma, che in un altro fiore sia all'al- 
tezza dell'antera da cui proviene [1]. 

Siccome dunque queste piante si prestano con mezzi tanto 
diversi quanto efficaci alla fecondazione incrociata, cosi 
bisogna concludere col Darwin [2], € ch'esse abbiano a 
trarre gran profìtto da questa maniera di essere. » Questa 
conclusione è avvalorata da numerosi sperimenti fatti dal 
Darwin, i cui risultati sono deposti in molte tabelle, di cui 
é ricca la sua opera sugli effetti della fecondazione incro- 
ciata e propria nel regno vegetale. Riassumendo i fatti espo- 
sti in quest'opera, il Darwin [3] dice: « La prima e più im- 
portante conclusione, che deriva dalle osservazioni raccolte 
in questo libro, è che la fecondazione incrociata è general- 
mente vantaggiosa, e l'autofecondazione è svantaggiosa. 
Tale conclusione apparisce dalla differenza in altezza, in ' 
peso, in vigore costituzionale e in fecondità, fra la discen- 
denza dei fiori incrociati e degli autofecondati, come pure 
dal numero dei semi che producono le pianto generatrici. 
Riguardo alla seconda parte di questa conclusione, cioè 
allo svantaggio che ordinariamente deriva dall'autofecon- 
dazione, noi ne abbiamo larghissime prove [4]. » 

Noi conosciamo degli animali che corrispondono alle 
pianle dicogame e che quindi possono portare il nome di 
dicogami. Tali animali sono ermafroditi; dippiù la coslru- 
zione dei loro apparati sessuali è tale che potrebbe avve- 

[1] V. Darwin. The dìjferent forms of Flowers. London 1877; e Do- 
DEL, Neuere Schdpfungsgeschichte. Leipzig 1875, p. 261. 

[2J Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno ce' 
getale, trad. ital. Torino 187S, p. 6. 

rsj L. e, trad. ilnl , p. 309. 

[4] Sf consultino le labeUe nell'opera sopra citata del Dar>vin. 



CAPITOLO VII.' 



nire un'outolecondBzione, la quale tuttavia non avviene, 
perché le uovo e lo sperma non meturano allo stesso tempo. 
Pe n gu n d ve riprodursi col mezzo del- 



lU (I 



1 ac pp n n 

eoa con un a o nd 

r ó a e n emp n appo 



ermafrodito, ossia deve in- 
uo della propria specie. Rife- 
o della mia asserzione. 

Un beli' esempio ci forni" 
SCOBO i Cestodi fra i vermi 
lìg. 15), Un tenia o verme so- 
itario non è considerato come 
un individuo solo, ma come 
una colonia di individui, es- 
sendo ogni anello o proglottide 
un individuo a sé. Il prof. Pan- 
ceri [1] non era favorevole a 
questa interpretazione del te- 
nia, ma 6 nondimeno oggi ac- 
cettata dalla maggioranza dei 
nalurnlisti.Une interpretazione 
simile può darsi al botriocefalo. 
Ogni segmento 6 un ermafro- 
dito, il quale sarebbe atto a 
S, oLrioi i.Vio Mermic; fecondape sé stesso, se ì pro- 

c. Orifizio uuu'ic. ^pjjj sessuali maturassero con- 

temporaneamente. 
Nello Noti di Anatomia comparata del prof. Panceri, rac- 
colle da Antonio Della Valle [2], trovasi un passo che non 




(1] Note di Anat. eomp., raccolte dalle lezioni del prof, Panceri, da 
Anionio Della Volle. Napoli 1S79, p. S5i. 
1*] L. e, p. 858. 



EIìLDITATÌIETX di I CARATTERI [Contf minzione) 193 



mi sembra esatto, e nel quale ò detto che nei Gestodi per 
la disposizione speciale degli organi sessuali « il cirro si 
ripiega nella vulva vicina, e quindi avviene fecondazione 
delle uova per opera dello sperma segregato dalFapparec- 
chio genitale maschile di uno stesso segmento; ossia, in 
altri termini, che ciascun segmento è ermafrodito suffi- 
ciente. » Non so se il Panceri abbia fatto positivamente 
questa osservazione; io ne dubito, e credo piuttosto che il 
discorso surriferito sia una semplice deduzione fatta a priori. 
Certo è che gli autori che hanno studiato quest'argomento 
di proposito, affermano il contrario; cosi il dott. Stieda [1], 
che ha scritto una delle più belle monografìe sul botrioce- 
falo, dice esplicitamente di non aver mai visto ripiegarsi 
il cirro verso rapertura vaginale allo scopo della copula. 
E tale asserzione non è smentita dai professori Sommer e 
Landois [2] che trattarono il medesimo argomento. 

L'autofecondazione in molti Gestodi è resa impossibile 
da un fenomeno di dicogamia, ossia dal fatto che i prodotti 
sessuali non toccano la maturità allo stesso tempo. Av- 
viene invece che prima maturano gli organi sessuali ma- 
schili, e più tardi i femminili [3]. Da ciò segue che una 
data, proglottide non può fecondare sé stessa, ma può in- 
vece, fecondare le uova dì quelle proglotlidi che nella forma 
slrobilacea la seguono. Cotali animali, per adoperare due 
termini già applicali ai vegetali, sarebbero dicogami e pro- 
lerandri. 

[1] V. 'Archio fùr Anat und PhysioL, 1864, p. 191. 

[21 V. Zeitschrift f. wiss. Zool. di Siebold e KòUiker, voi. XXn, 1872, 
fase. i\ 

[3] V. Claus. Grundzuge der Zoologie, 1863, p. 124; ed i! mio Coni' 
pendio di Zool, ed Anat, òòfhp., porte III. Milano 1871, p. 05. 

La teoria di Darwin. 13 



iC4 CAPITOLO yjl. 



Un altro esempio ci forniscono alcuni Gasteropodi erma- 
froditi, nei quali Tautofecondazione sarebbe possibile, se 
la natura non avesse altrimenti provveduto. Sebbene in 
essi rincontro dello sperma colle uova, prodotte dal mede- 
simo individuo, possa avvenire neirinterno della ghiandola 
ermafroditica dello stesso, pure si verifica l'accoppiamento 
di due individui, perchè i prodotti sessuali non maturano 
allo stesso tempo. Un fat'to che ha qualche attinenza coi 
precedenti osservasi nelle ostriche, delle quali il Panceri [1] 
dice quanto segue: « Nelle ostriche ed in pochi altri La- 
mellibranchì la glandola genitale maschile è riunita con la 
femminile; e risulta di un certo numero di fondi ciechi, nei 
quali tròvansi filamenti spermatici e uovipini. Questi pro- 
dotti si svolgono contemporaneamente nelle pareti del 
fondo cieco glandolare, ed in quantità pressoché eguali, 
onde Tanimale ò hi quel tempo un vero ermafrodita; ov- 
vero prevalgono più gli uni che gli altri, e quindi l'animale 
si deve considerare in quel tempo come un vero maschio , 
'O come una vera femmina. » 

• Studiando gli animali sotto questo pùnto di vista, noi ve- 
diamo che moltissimi sono unisessuali, essendo separati i 
sessi, e gli organi essenziali della riproduzione ripartiti so- 
pra individui diversi. Ora una tale costituzione pecca con- 
tro Teconomia, e non potrebbe sussistere in natura, se l'in- 
crocio non portasse tali vantaggi da compensare ampia- 
mente lo spreco di uova e di sperma che accompagna la 
unisessualità. Questo spreco è grande sopratutto nei casi 
di fecondazione esterna, come succede in molti pesci ed 
Anfibi fra i vertebrati; ma si verifica anche nel caso di fé- 



f *(i 



[1] Note di AnatoiìXia comparata, p.^^30. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {Continuazione) 195 



condazione interna, ossia nei rettili, negli uccelli e nei mam- 
miferi, non escluso l'uomo. Alla fecondazione dell'uovo ba- 
sta un numero limitato di sperma tozoidi, e tuttavia ad ogni 
copula molte migliaja sono portate nell'utero e negli ovi- 
dotti, di cui soltanto pochi raggiungono il loro intento. È 
stato sostenuto anche recentemente dal prof. Moriggia [1], 
che alla fecondazione basta forse un solo spermatozoide ; 
ma tale idea non è confermata dagli sperimenti; in ogni 
modo può asserirsi senza tema di errare, che la massima 
parte dei nemaspermi segregati dal sesso maschile non 
giunge mai a contatto dell'uovo. Quando si tratta di con- 
servare la specie, la natura non sembra conoscere l'eco- 
nomia, e come negli animali produce uova e sperma in 
grande quantità, cosi nelle piante, e sopra tutto nelle dioi- 
che, produce una enorme quantità di polline, di cui soltanto 
una parte, che potrebbe quasi dirsi infinitesimale, rag- 
giunge il fine cui è destinata. 

Relativamente agli animali ermafroditi, la maggior parte 
<ìi essi sono insufficienti od eterogami, ossia non possono 
^prodursi senza accoppiamento, e quindi senza incrocio, 
-l'autofecondazione in questi animali è resa impossibile dalla 
-stessa struttura degli organi sessuali, le cui ghiandole es- 
senziali sono talvolta riposte in parti fra loro assai lon- 
tane del corpo, e mettono all'esterno per mezzo di aper- 
4;ure molto distanti l'una dall'altra. 

' Venendo finalmente agli animali ermafroditi sufficienti od 
integami, è certo che alcuni di essi si riproducono tuttavia 



« \iy EJfetti del muco acido genitale della donna sui nemaspermi. 

i ^ttù della r- Accademia dei , Lincei, tom. H, ser. IL IVoma 1875, pag. 

<ieU'estratto 9. -, 



196 CAPITOLO vi:. 



per incrocio, ctl è probabile ebe gli altri s'incrocino nlmeno- 
ad intervalli, cosi che si avrebbe di quando in quando ci6 
che gli allevatori del bestiame chiamano il rinfrescamentà 
del sangue. E senza entrare qui nelle teorie speculative del 
dottor Jàger [1] intorno all'essenza della fecondazione, noi 
possiamo constatare il fatto, generalmente ammesso, che^ 
il rinfrescamento del sangue accresce l'energia e la fecon- 
dità della discendenza. È appunto perciò che tutti gli esseri 
organizzati, al dire del Darwin [2], s'incrociano occasional- 
mente, benché in alcuni casi a lunghi intervalli. 

In questo luogo non sarà inutile conoscere il risultata 
finale, cui giunse il Darwin [3] nella sua opera sui diversi 
apparecchi, col mezzo dei quali le Orchidee sono fecondate 
dagli insetti. Ecco le ultime parole di quest'opera : « Se si 
considera quanto sia prezioso il polline, e quanto dispendio* 
vi sia nel produrlo, come pure se si pensa alle parti ac- 
cessorie fra le Orchidee; se si riflette quale grande quan- 
tità di polline sia necessaria per la fecondazione degli ovuli 
quasi senza numero prodotti da queste piante ; se si riflette 
che l'antera sta immediatamente dietro o sopra lo stigma: 
si vedrà, quanto l'autofecondazione sia un processo incom- 
parabilmente più facile e più sicuro che il trasporto del 
polline da un fiore all'altro. Se non avessimo in mente i 
favorevoli effetti che si verificano, come fu dimostrato, nella 
maggior parte dei casi di incrociamento, noi saremmo al- 
tamente meravigliati nel vedere che i fiori delle Orchidee 

[1] Zoologische Briefe. Wien 1376, p. 137. 

[2] Variazione^ trnd. ital., p. 454. 

[3] / dioersi apparecchi col mezzo del quali le Orchidee cengono 
fecondate dagli insetti. Seconda edizione, cap. IX. La trad. ital. è ìa 
«orso di stampa. * 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {Continuazione) 197 



non si fecondano normalmente da sé. Ciò indica di certo, 
che vi deve essere qualche danno in quest'ultimo processo, 
il quale fatto fu da me dimostrato con prove dirette in altro 
luogo. Senza quasi punto esagerare, possiamo dire che qui 
la natura ci avverte nel modo il più evidente che essa ha 
orrore di una autofecondazione continua ». Il Delpino [1] 
conferma esplicitamente quest'ultima affermazione. 

Da quanto abbiamo finora esposto, noi possiamo conclu- 
dere che l'autofecondazione porta degli effetti dannosi. Le 
nozze consanguinee differiscono in questo dall'autofeconda- 
zione, che in esse due individui si incrociano e producono 
dei figli. Ma questi due individui essendo consanguinei in 
grado molto ristretto, si ha nelle nozze consanguinee un pro- 
-cesso assai affine a quello dell'autofecondazione. E quindi noi 
-dovremo attenderci dalle nozze consanguinee, prescindendo 
affatto dalla ereditarietà delle malattie, degli effetti sfavore- 
voli. Forse non si avranno delle conseguenze cosi dannose 
oome quelle dell'autofecondazione; ma non possiamo rite- 
nere che la natura agisca con due pesi e due misure, e che 
xin processo dannoso negli animali inferiori non lo sia negli 
animali superiori e nell'uomo. Questa idea è confermata 
-enche dagli studii del prof. Jager [2] sul protoplasma, ed è 
in accordo colla sua asserzione, che «l'energia delle forze 
vitali, svegliate dalla fecondazione, dipenda dal grado della 
<lifferenza chimica dei due prodotti sessuali ». 

In natura, le nozze consanguinee raramente si compiono, 
^ed è quasi impossibile che si ripetano per molte genera- 
wtioni perché i figli si allontanano per tempo dai loro geni- 



ci] Nuovo Giornale botanico italiano ^ voi. X, 1878, p. 209. 
[2] Zoologische. Bricfe, p. 138. 



ICS CAPITOLO VII. 



tori e tra di loro, né in seguito si cercano a vicendn, cosi 
che non può succedere che per caso che il padre, all'epoca 
del calore, s'imbatta nella figlia, o la madre nel figlio, o il 
fratello nella sorella. Ma allo stato domestico la cosa è 
diversa, perché gli allevatori, allo scopo di conservare pure 
le razze, provocano i matrimonii in parentela. Anzi, Talle- 
vatore deve ricorrere a questa specie di matrimonii se- 
vuole ottenere delle razze uniformi. Il Settegast[l] dice in 
proposito: «La produzione in parentela o consanguineità 
è un mezzo efficace per T allevatore, affine di promuovere 
la concordia delle forme e delle qualità negli individui di 
una razza; ossia, in altri termini, ottenere l'uniformità di 
una mandria in minor tempo che seguendo altro metodo 
di produzione. Evidentemente si raggiungerà tanto più pre- 
sto siffatto vantaggioso risultato, quanto più stretta la pa- 
rentela degli individui accoppiati. Quindi, T allevatore che 
intende condurre ad uniformità una razza nel più breve 
tempo possibile mediante l'affinità, potrebbe ritenere ottimo 
il metodo degli accoppiamenti in parentela o consangui- 
neità o per incesto, se considerazioni d'altro ordine non 
prevalessero ». 

Potrebbe citarsi una lunga serie di autori che sostengono 
essere dannose le nozze consanguinee, e dei fatti che con- 
fermano tale idea. « Attinsi » dice il Darwin [2] « informa- 
zioni da molti allevatori, e non rinvenni fino ad oggi uno 
solo che non fosse profondamente convinto che un incro- 
ciamento occasionale con un'altra famiglia della medesima 
soltovarietà, non sia assolutamente necessario ». Molti fattìr 

[1] L'alleoamento del Bestiame, trod. itol. p. 263. 
£2] Variazione, p. 477. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {Contìnua;;^ ione) 199- 



che si riferiscono a quest'argomento, trovansi raccolti nel 
Capit. XVII dell'opera di Darwin sulla variazione degli 
animali e delie piante allo stato domestico, e molti altri 
furono raccolti dal Settegast nella sua opera suiralleva- 
mento del bestiame. 

Anche in Italia predomina Tidea che le nozze consan- 
guìnee producano degli effetti dannosi. Cosi il dott. Val- 
donio[l] dice: «Sbagliano coloro i quali sostengono che 
Taccoppiamento consanguineo solamente è nocivo, quando 
esistono nei genitori germi, tendenze morbose, vizii^ difetti; 
dal canto nostro non accettiamo tale veduta ». In modo 
eguale la pensa il cav. Giulio Sandri [2], il quale ritiene 
che r incesto portò T avvilimento in molle razze francesi e 
italiane. Un'osservazione che conferma questo modo di ve- 
dere, fu fatta nel r. stabilimento sperimentale di Zootecnia 
in Reggio nell'Emilia. Nel rapporto [3] di questo Istituto è 
detto: «Nei suini, a motivo di aver dovuto cedere molte 
volte come riproduttori, in un dato luogo, due figli della 
stessa madre e dello stesso parto, si riscontrarono esempi 
di scarsa produttività o di infecondità, alcune malattie cu- 
tanee, la rachitide, il rimpicciolimento della taglia e infine 
la degenerazione; ciò che appunto viene a conferma della 
legge scientifica, essere la consanguineità nociva in sommo 
grado alla buona riuscita della futura progenie ». Più volte 
nei Congressi degli allevatori del bestiame, interpellai uo- 
mini pratici sul loro metodo di produzione, e tutti mi dis- 
se^o che si astenevano dall'accoppìare il padre colla figlia 



[1] Zootecnia. Parma 1S75, p. 95. 

[2] Manuale di Veterinaria. Milano 1S7J, p. 53. 

[3] V. L* Italia Agricola, 1878, N. 5. 



20O CATITOLO VII. 



o la madre col figlio, e più ancora il fratello colla sorella. 
Soltanto, al Congresso degli allevatori, tenutosi in Bassano, 
una minoranza sostenne T innocuità delle nozze consan- 
guinee, mentre la maggioranza pronunciò un voto con- 
trario. 

Dal complesso dei fatti fino ad oggi conosciuti, noi dob- 
biamo inferire che le nozze consanguinee producono degli 
effetti nocivi. A chi non ammette questa massima, restano 
inesplicati molti fenomeni naturali, come la dicogamia ve- 
getale ed animale, Teterostilia delle piante, ecc.; dippiùnon 
sa rendersi conto del giudizio di tanti uomini pratici, i quali 
tulli sarebbero caduti in errore, perseverandovi malgrado 
il contrario avviso degli avversari. Ma noi non dobbiamo 
trascurare l'opinione di questi ultimi, e molto meno igno- 
rare i fatti sui quali si appoggia il parere contrario al no- 
stro. Quando la riproduzione consanguinea non avvenga 
fra strettissimi parenti, o non sia continuata, senza inter- 
ruzione, per molti anni, gli effetti non riescono tanto dan- 
nosi come da taluno si è creduto. Ce lo provano alcune 
razze celebri, e sopratutto quella de' buoi a corte corna 
(Durham). e quella de* cavalli inglesi da corsa di puro san- 
gue. Cosi il famoso toro Favorito fu successivamente unito 
a sua figlia, alla sua nipote e pronipote, e si ebbero ani- 
mali di merito. Nondimeno il Collins, allevatore di questa 
razza e sostenitore delle unioni consanguinee, incrociò il 
suo tipo con un Galloway e ottenne da tale incrociamento 
delle vacche che toccarono i prezzi più alti. ' La mandila 
di Bates era considerata come la migliore del mondo; per 
tredici anni questo allevatore la riprodusse con accoppia- 
menti consanguinei i più prossimi, ma nei diciassette suc- 
cessivi, quantunque avesse la massima stima dellia sua 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {ConUnuasione) 201 



razza, vi introdusse, in tre differenti fiate, del sangue nuovo 
per innpedire la diminuzione di fecondità [1]. La razza Dur- 
liam, con tale metodo di produzione, si è bensì mantenuta 
costante, ma fu resa delicata; la sua propagazione è in- 
certa, e le vacche producono maggior quantità di vitelli 
deformi che quelle di ogni altra razza. Gli effetti dunque 
delle nozze consanguinee non furono cosi disastrosi, come 
potevano aspettarsi; ma non si può concludere che quelle 
nozze fossero innocue. 

Quanto agli allevatori di cavalli, il Settegast afferma che 
« in giornata non evvi un solo allevatore, sia in Inghilterra, 
sia nel Continente, non convinto delle inevitabili perniciose 
conseguenze della produzione in famigha e per incesto »; 
ma d'allra parte sta il fatto che il cavallo inglese pieno 
«angue costituisce una delle migliori razze europee, seb- 
bene sieno spesso praticate delle nozze consanguinee. 

In mezzo a questi fatti apparentemente contraddittorii, 
sembra doversi concludere che le nozze consanguinee sono 
•dannose; che però gh effetti perniciosi sono tanto minori, 
quanto più è lontana la parentela; che inoltre, quando si 
voglia ricorrere air accoppiamento fra parenti strettissimi, 
:gli effetti possono essere attutili coU'esporre i riproduttori, 
iìno dalla loro gioventù, a condizioni di vita diverse, e rin- 
.frescando il sangue ad intervalli col mezzo deir incrocio 
•con sottorazze affini. 

Il quesito che ci occupa è di diffìcile soluzione col mezzo 
della sola esperienza acquistata dagli allevatori; noi dob- 
biamo quindi risalire ad un principio scientifico e gene- 
rale. La vita ha la sua sede nel protoplasma, che è una 

ili V. Darwin, Variasione, p. 473. 



202 CAPITOLO VII. 



miscela di sostanze albuminoidi, le cui differenze chimi- 
che producono delle tensioni elettriche. E sembra che da 
queste tensioni elettriche entro il protoplasma e fra esso 
e l'ambiente in cui si trova, scaturisca la vita con tutti 
i suoi fenomeni. La quale vita sarà tanto più energica, 
quanto, entro determinati limiti, sarà maggiore il grado 
dì differenza chimica fra i prodotti sessuali. Se questo 
concetto è giusto, noi siamo condotti a condannare le 
nozze consanguinee; e siccome a tali nozze noi dobbiamo 
nondimeno ricorrere per ragioni zootècniche, vi troviamo 
r eccitamento a tenere i riproduttori nelle condizioni di 
vita più diverse che sia possibile, per determinare in 
essi quella differenza reciproca che non sortirono dalla 
natura. 

Venendo ora alla specie umana, conviene confessare che 
le conclusioni dei medici furono assai diverse. Cosi il Gal- 
lard [1] sostiene con grande ardore la innocuità delle nozze 
consanguinee, e raccolse molti fatti per avvalorare la sua 
opinione; ma non sarebbe difficile raccoglierne altrettanti 
.che la infirmano. Recentemente s'è occupato di questo ar- 
gomento Giorgio Darwin [2], figlio di Carlo Darwin, e trovò 
che su 4822 alienati, 170 (ossia 3 a 4 per cento) discende- 
vano da cugini germani; e che su 366 sordomuti, 8 (ossia 
2,2 per cento) avevano la stessa provenienza consanguinea. 
Queste cifre hanno un certo valore perché raccolte con 
circospezione, e mentre non confermano le idee esagerate 
di alcuni igienisti sulle funeste conseguenze dei matrimoni* 



[0 Kouceau Dictionnalrc de MéJccine et de Chirurgie praùqae^ 
rarìs, voi. IX, 18J9, p. 112. 
[2J Journal ofthe statistical Societt/- Giugno 1575. i 



EBEDITABJETÀ DEI CARATTERI {Continuazione) 20? 



consanguinei, provano tuttavia che queste nozze non sono 
innocue. 

La legge che domina negli animali, domina certamente 
anche nella specie umana; e quindi dobbiamo concludere 
che le nozze consanguinee sieno anche qui dannose. Il 
prof. Mantegazza, nella sua Igiene dell'amore (Milano 1878^ 
p. 294) crede essere molto probabile l'opinione che anche 
indipendentemente dalla somma o dalla moltiplicazione delle 
disposizioni patologiche già esistenti nei genitori, si produ- 
cano nuove condizioni dannose per il solo fatto che la ge- 
nerazione si compie tra consanguinei, e sostiene questo 
suo asserto con una lunga lista di fatti. Se tuttavia questi 
danni non sono considerevoli, lo si deve attribuire a due 
cause: primieramente al fatto che le nozze, nei paesi civili^ 
non si compiono che fra cugini o parenti anche più lon- 
tani, e non vengono quasi mai ripetute per molte genera- 
zioni; in secondo luogo al fatto che la civiltà mette la donna 
in condizioni assai diverse da quelle dell'uomo, e quindi 
aumenta la già esistente differenza di costituzione che at- 
tutisce gli effetti di quelle nozze. Ma qualunque sia il risuV 
tato dei medici e naturalisti su questo argomento, la legge 
fa bene a vietare l'unione fra stretti parenti, sia perché al- 
trimenti 1 matrimoni si compirebbero in età precoce con 
scapito della salute dei genitori e della robustezza dei figli, 
sia perché le malattie manifeste o latenti dei genitori gua- 
sterebbero la prole per gli effetti della ereditarietà dei ca- 
ratteri, sia perché in certe famiglie le ricchezze diverreb- 
bero stagnanti, e forse per altre ragioni ancora che qui 
non è il luogo di esporre. 



«01 CAPITOLO VII. 



Pangenesl. 

I fenomeni della ereditarietà dei caratteri, come si è po- 
tuto vedere nelle linee che precedono, sono svariati e mol- 
loplici; quindi non ci reca sorpresa il vedere che alcuni 
autori hanno cercato di adunarli sotto un unico punto di 
vista, ed hanno proposto delle ipotesi destinate a spiegarli. 
Per vero dire, nessuna di queste ipotesi ci soddisfa, e con- 
tro ognuna di esse si possono sollevare delle obbiezioni più 

meno gravi. Nondimeno questi tentativi sono lodevoli, e 
se oggi non è raggiunto il nostro intento, lo sarà forse tra 
non molto mercè le discussioni che furono sollevate dal 
Darwin colla sua ipotesi della pangenesì. Le discussioni, 
quando sieno impersonali e sostenute all'unico scopo di 
scoprire il vero, riescono sempre utili alla scienza. 

Veniamo alla pangenesi del Darwin [1]. Si ammette ge- 
neralmente che le cellule od unità del corpo si propaghino 

1 er divisione spontanea o prolificazione, conservando la 
stessa natura e trasformandosi da ultimo nei vari tessuti 
e sostanze del corpo. Ma oltre tale maniera di moltiplicarsi, 
il Darwin suppone che le unità emettano dei minuti gra- 
nuli, che sono dispersi in tutto il sistema, e allorquando 
!ianno ricevuto una sufficiente nutrizione, si moltiplicano 
per divisione e si sviluppano da ultimo in cellule simili a 
quelle da cui derivano. Questi granuli chìamansi gemmule. 
Esse sono raccolte da tutte le parti del sistema per costi- 
tuire gli elementi sessuali, ed il loro sviluppo nella pros- 
sima generazione costituisce un nuovo essere; ma esse 

fi] Variazione, trad. ita!., p. 687 e succ. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI (Continuazione) eo^ 



possono Irasmettersi in uno stalo dormente alle future ge- 
nerazioni, e poi svilupparsi. Il loro sviluppo dipende dalla 
unione con altre gemmule parzialmente sviluppate che le 
precedono nel corso regolare della crescenza. È supposto 
che le gemmule sieno emesse da ciascuna cellula non solo 
allo stato adulto, ma in ogni stadio di sviluppo deir orga- 
nismo. Infine il Darwin immagina che nel loro stato dor- 
mente le gemmule sentano le une per le altre una mutua 
affinità, da che risulta la loro aggregazione in gemme od 
elementi sessuali Per cui non sono punto gli elementi ri- 
produttivi, né le gemme che producono i nuovi organismi, 
ma le cellule od unità stesse delP intero corpo. 

In alcuni organismi devesi ammettere che le gemmule, 
le quali derivano da ogni parte od organo, sieno disseminate 
nell'intero sistema; altrimenti non si potrebbe spiegare come 
una piccola e qualsiasi porzione di idra sia capace a ripro- 
durre r intero animale, oppure come ogni minuto frammento 
di una foglia di Begonia possa produrre Finterà pianta. 
Né senza tale premessa si comprenderebbe il processo di 
rigenerazione, conie noi lo vediamo, ad esempio, nella lu- 
maca che riproduce la testa, o nella salamandra che ripro- 
duce gli occhi, la coda e gli arti nel posto preciso dove 
furono asportati. 

Negli animaU superiori, dove una piccola parte non ri- 
produce il corpo intero e dove la rigenerazione è confinata 
"entro limiti ristretti, la pangenesi suppone che ogni organo 
ed ogni lessulo juaiidioo delle gemmule agli organi sessuali, 
le quali penetrano nelle uova o nei nemaspermi che sono 
in via di maturazione, cosi che ogni uovo ed ogni spermalo- 
zoide sarebbero la quintessenza delFintero organismo. V'ha 
di più: negli organi sessuali s'accumulano le gemmule di 



203 CAPITOLO VII. 



ciascun organo in ogni stadio del suo sviluppo, per cui 
ogni uovo o nemasperma sarebbe il futuro organismo in 
miniatura, formato di un numero infinito di gemmule. Du- 
rante lo sviluppo embrionale, queste gemmule entrano in 
attività nello stesso ordine di successione nel quale si sono 
accumulate, e riproducono la parte precisa da cui de- 
rivano. 

Neir ipotesi della pangenesi, la variabilità dipende almeno 
da due gruppi di cause distinte. Primieramente, dalla defi- 
cienza^ sovrabbondanza o trasposizione delle gemmule, e 
dal risveglio di quelle che hanno potuto starsene latenti 
per lungo tempo. In questi casi le gemmule stesse non fu- 
rono modificate nella loro natura, ma i cambiamenti si 
sono estesi al numero, ai reciproci rapporti ed allo stato 
di azione o d'inerzia delle medesime. In secondo luogo, dai 
cambiamenti avvenuti nelle gemmule stesse per effetto 
delle cambiate condizioni di vita, dell'uso delle parti au- 
mentato o diminuito, e di altre possibili cause. 

La riversione, secondo il Darwin, dipende da ciò che 
rantenato trasmette ai suoi discendenti delle gemmule dor- 
mienti, le quali possono poi svilupparsi sotto l'influenza di 
cause note ed ignote. « Ciascun animale » dice Fautore [1] 
« può essere paragonato ad un terreno pieno di semi, di cui 
la maggior parte germoglia prontamente, una parte dimora 
alcun tempo in uno stato latente, mentre altri muoiono. 
Quando sentiamo dire che un uomo porta nella sua orga- 
nizzazione i germi di una malattìa ereditaria, quest'espres- 
sione ò. letteralmente vera». 
. Il nostro Mantegazza ha forse preceduto il Darwin nel 

f • . . . ' 

, [1] Variazione, If ad. ìiaU iB7Q; li. 725. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI {Continuazione) 207 



concepire il germe di quest'ipotesi; infatti, la sua materia 
formativa rappresenta le gemmule del Darwin. È forse 
questa la ragione per la quale il Mantegazza accolse con 
entusiasmo la pangenesì, chiamandola la più grande 'sco- 
perta filosofica del naturalista inglese. Su questa via il 
Mantegazza fu seguito da Gabriele Buccola [1], che sembra 
accettare la pangenesi senza riserve. 

L'entusiasmo però del Mantegazza non fu diviso da tutti 
i naturalisti, e nemmeno da lutti coloro che ammirano Tin- 
gegno del Darwin. Invero la pangenesi è una ipotesi an- 
cora molto imperfetta, ciò che il suo autore stesso confessa 
colla sua abituale modestia. Madama Royer [2] V ha chia- 
mata fantastica, perchè le gemmule non sono che imma- 
ginarie, mai percepite con alcuno dei nostri sensi; ma il 
Mantegazza [3] osserva benissimo che se dovessimo cre- 
dere soltanto a ciò che toccano le nostre mani e vedono i 
nostri occhi, dovremmo negare tutti quelli stati della ma- 
teria che chiamansi luce, elettricità e pensiero. 

Molte obbiezioni furono sollevate contro la pangenesi da 

.parecchi autori, e infatti essa ha molti punti oscuri. Le 

gemmule, nel concetto di Darwin, sono minimi granuli, se 

cosi si vuole, mìcrocellule. Ora, non è ben chiaro per quali 

_vie questi granuli giungano agli organi sessuali, essendo 

, questi forniti di solidi involucri che li chiudono da ogni 

parte. Si potrebbe ritenere che la corrente sanguigna cen- 

, Iripeta li raccolga in un dato organo, e la centrifuga li 

[1] G. Buccola. La dottrina dell* eredità e i fenomeni psieolooieU 

Palermo 1879, p. 73 e seg. 
- [2] Reo. d'Anthropol , voi. VI, 1877, p. 443. 
, [8] Arckicio per l'Antropologia e la Etnologia, voi. vili; 1878, 

p. 185. 



203 Capitolo v.j. 



trasporti poi agii organi sessuali; ma allora conviene am- 
mettere ch'essi possano transitare inalterati pei polmoni, 
pel fegato e per altri organi, e che gli organi sessuali ab- 
biano la speciale facoltà di trattenerli. Si spieghi la cosa in 
questo od in altro modo, l'ipotesi viene a complicarsi con 
altre ipotesi. 

Lo sviluppo delle gemmule nel dovuto ordine di crescenza 
è un altro punto oscuro. Invero, noi non sappiamo che cosa 
induca alcune a svilupparsi prima, ed altre a svilupparsi 
dopo. E questo è un punto importante, perchè ogni leggiera 
anticipazione od il mìnimo ritardo dello sviluppo di una 
parte, sconvolgerebbero tutto il processo evolutivo e si 
avrebbero delle forme mostruose. Ma v'ha dippiù: l'ap- 
parsa degli organi sessuali è preceduta in ogni animale da 
una serie più o meno lunga di forme embrionali; ora si 
può domandare dove queste forme mandino le loro gem- 
mule. E se gli organi sessuali non ricevono da esse alcuna 
gemmula, non si comprende perchè tuttavia queste forme 
embrionali si ripetano. L'obbiezione può estendersi alla me- 
tamorfosi, e si può domandare dove la larva mandi le sue 
gemmule. 

Né può dirsi esente da obbiezioni la spiegazione che dà 
il Darwin dell'atavismo. Questo passaggio di gemmule at- 
traverso a poche o molte generazioni, non è di facile in- 
telligenza. Il confrontare un organismo con un terreno pieno 
di semi non chiarisce la questione, perchè quando un seme 
non germoglia nel terreno, noi sappiamo più o meno esat- 
tamente indicarne le cause; ma il perchè in un organismo 
vivente, nel quale tutto in ogni istante si muta e trasforma, 
resti inalterato un gruppo di gemmule per anni e secoli, 
noi non sappiamo nemmeno da lontano intravvedere. 



EREDI TARJETA DEI CARATTERI {Continuazione) 20» 



Io SO bene che la critica è facile e l'arte difficile; e non 
intendo, colle osservazioni che precedono, di respingere la 
ipotesi della pangenesi. Ma mi sembra anche provato da 
queste considerazioni, e più ancora da quelle di altri au- 
tori, che l'ipotesi di cui discorriamo è ancora assai imper- 
fetta, quantunque sia probabile che per spiegare da un 
punto di vista generale i fenomeni della ereditarietà dei 
caratteri, sia necessario ricorrere ad elementi anche più 
semplici delle cellule nucleate e delle cellule non nucleato 
citodi nel senso di Haeckel. 

Mad. Royer [1], dopo di aver respinto la pangenesi del 
Darwin, ci propone una sua teoria, la dinamigenesi, in cui 
parte dal concetto che Y eredità dei caratteri organici non 
sia dovuta ad una trasmissione di materia. Essa crede che 
la trasmissione delle forze e del moto senza trasmissione 
di materia, sia la regola e non l'eccezione, e mette l'eredità 
in confronto col moto trasmesso fra di loro dalle palle di 
bigliardo e colla elettricità che attraversa un filo metallico 
senza muoverlo. Per lei la vita é un movimento, null'altro 
che un movimento, benché un movimento molto complesso. 
Per la Royer, lo sperma maschile non ha altra missione 
che di comunicare una certa quantità di quel movimento vi- 
tale, di cui l'ovulo non ha ritenuto nell'organo femmineo che 
una dose insufficiente. In questa interpretazione dei feno- 
meni genetici, essa giunge fino ad assicurarci che la fe- 
condazione non è infine che una Miquenaude organisatriee. 
Il Mantegazza [2] ha giudicato questa teoria come si con- 
viene. 

[1] Reoue d'Anthropol., voi. VI, 1877, N. 3 e 4. 
[2] V. Archicio di AntropoL, ecc., i878, p. 166. 

La teoria di Darwin, 14 



210 CAPITOLO VII. 



Nemmeno Haeckel[l] accetta la pangenesi del Darwin, 
e dice di aver tentato inutilmente di rendersi conto, col 
mezzo della ipotesi predetta, dei vari fenomeni e processi 
biogenetici. Egli sostiene ancora che la propagazione e la 
eredità, la nutrizione e V adattamento, la riversione e la 
metagenesi, Y ibridismo e la rigenerazione non possono 
spiegarsi in modo semplice e plausibile col mezzo della 
pangenesi. E propone quindi una nuova teoria che chiama 
perigenesi. Egli chiama plastiduli le molecole del plasma 
organico, e attribuisce loro tutte quelle proprietà che la fi- 
sica assegna alle molecole in generale, ossia agli atomi 
composti; un plastidulo non sarebbe quindi decomponibile 
in plastiduli minori, ma soltanto ne' suoi atomi, e precisa- 
mente negli atomi dei seguenti cinque elementi: carbonio, 
idrogene, azoto, ossigene e zolfo. 

Haeckel suppone che i plastiduli abbiano un movimento 
ondulatorio ramificato, il quale, dai plastiduli della cellula 
madre, viene comunicato a quelli delle cellule figlie. Ma in 
(luesti ultimi accade che il movimento originario plastidu- 
lare venga modificato per adattamento, ossia dalle condi- 
zioni esterne della vita, per cui si avrebbe, dal concorso di 
quei due movimenti, un movimento rappresentato dalla dia- 
gonale nel paralellogrammo delle forze. Cosi continuando, 
si avrebbe nelle successive generazioni un movimento pla- 
stìdulare sempre simile, perchè derivato da quello della 
cellula originaria, ma non eguale, perchè alterato dalla ne- 
cessità di adattamento alle condizioni esteriori. La somi- 
glianza delle forme afiìni, la mancata loro identità e la di- 
vergenza dei caratteri sarebbero i necessari effetti delle 

[1] V. Gesammeltc populùre Vortràge» % Heft, Bonn 1879, p. 74. 



EREDITARIETÀ DEI CARATTERI (Continuazione) 211 



condizioni suesposte. L'eredità non sarebbe che il passaggio 
del movimento plaslidulare proprio della madre alle cellule 
figlie. 

Le differenze fra la pangenesi e la perigenesi, sono es- 
senziali. Le gemmule sono aggregati di molecole, e cre- 
. scono, si nutrono e sì moltiplicano per divisione al pari 
delle cellule; mentre i plastiduli sono singole molecole 
che non hanno tali proprietà. Questi ultimi possono sol- 
tanto trasmettere ai contigui il loro movimento individuale 
e crescere per assimilazione come un cristallo entro una 
soluzione. Darwin ammette che agli organi sessuali arri- 
vino gemmule da tutte le parti del corpo, in ogni stadio 
di sviluppo, le quali gemmule riproducono poi la parte da 
cui derivano; Haeckel ricorre semplicemente alla trasmis- 
sione del movimento plaslidulare, e dice[l]: «Darwin so- 
stiene esplicitamente che tutte le forme della riproduzione 
dipendono da una aggregazione di cellule, le quali derivano 
da tutte le parti del corpo. Io invece asserisco che tutte le 
forme della riproduzione dipendono dalla trasmissione del 
movimento plaslidulare, il quale, dalla parte generante del 
corpo, passa direttamente ai plastidì generati, ed in seguito 
col mezzo della memoria e della divisione del lavoro dei 
plastiduli riproduce in parte o per intero nei discendenti il 
movimento ondulatorio degli antenati». 

Fra la teoria sopra accennata di Mad. Royer e questa 
di Haeckel, v'ha una certa somiglianza; né Tuna nò Taltra 
ebbero una buona accoglienza per parte dei naturalisti, e la 
più. plausibile sembra ancora sempre quella del Darwin, mal- 
grado i difetti che la rendono oscura in molte sue partL 

[1] GesammeUe populàre Vortràge. Zweltes Heft, Bonn 1879, p. 74. 



212 CAPITOLO VII. 



Il prof. Jager [1] ha recentemente modificato la pangenesi 
del Darwin. Egli non accetta l'idea delle gemmale conside- 
rate come piccoli corpi solidi, perchè non si saprebbero 
indicare le vie per le quali potessero giungere agli organi 
sessuali. Jager sostituisce alle gemmule le esalazioni spe- 
cifiche e gli aromi, che considera come i portatori della 
ms formatica, e che dice solubili nei liquidi del corpo, op- 
pure aeriformi. Ecco la sua idea in succinto, com'egli stesso 
la riassume: «Ogni organo differente ed ogni diverso tes- 
suto di un animale (o di una pianta) contiene nella mole- 
cola del suo albume almeno una sostanza odorosa od aro- 
matica, di che noi possiamo convincerci assai facilmente 
coi nostri sensi chimici, essendo affatto particolari l'odore 
ed il sapore d'ogni organo di uno stesso animale. Imma- 
giniamoci, ad esempio, un animale adulto: quand'esso ha 
fame, avviene in tutti i suoi organi e tessuti una decompo- 
sizione dcH'albumina, nella quale le varie sostanze odorose 
ed aromatiche diventano libere e penetrano in tutto il corpo. 
Ora, se nel corpo v' ha una specie di protoplasma atta a 
fissare queste sostanze, essa giunse in quella maniera nel 
possesso delle loro oires formatioce t^. 

Come si vede, i tentativi fatti per raccogliere sotto un 
unico punto di vista i fenomeni della eredità, sono parecchi, 
incominciando da quello del Darvsrin fino a quello del Le- 
moigne. Ma allo stato presente dei nostri studi, nessuna delle 
ipotesi sopra esposte può essere accettata senza riserve. 
Si può dedurre da ciò che quei tentativi erano precoci, e 
che la soluzione del problema è riservata airavvenire. 

[1] Kosmos. Leipzig, II Jahrg., Il Heft., p. 377 e seg. 



CAPITOLO Vili. 



ELEZIONE NATURALE. 



Gli animali domestici, come fu detto in un articolo pre- 
cedente, sono adattati ai bisogni, alle idee di bellezza ed ai 
capricci dell'uomo; questo adattamento non è già dovuto 
all'intervento di un essere sopranaturale, come vuole la 
teoria della creazione, ma invece all'elezione artificiale. Ma 
nessuno dubita che anche negli organismi allo stato di na- 
tura vi sia un adattamento, e cioè un adattamento alle con- 
dizioni di vita in cui si trovano. Questo adattamento non 
può essere un effetto delFelezione artificiale, perchè esisteva 
anche prima che l'uomo apparisse sulla terra e perchè 
l'azione dell'uomo è assai limitata. L'attribuirlo ad una po- 
tenza creatrice sarebbe un metodo molto comodo e spic- 
ciativo, ma non scientifico; noi vedremo in appresso che 
■esso è dovuto all'elezione naturale. 

Rapida rlprodnsloiie degli organlfliiik 

È un fatto incontestabile che gli organismi si riproducono 
con grande rapidità, di guisa che non tutti quelli che na- 
scono possono vivere alla superficie della terra. La mag- 
gior parte di essi deve soggiacere alle numerose cause di- 



214 CAPITOLO VIIL 



strutlrici, dalle quali sono circondati. Voglio citare alcuni 
esempi di questa rapida riproduzione, la quale si compie 
in progressione geometrica. 

NelFuomo, specie non molto feconda, può, in condizioni 
favorevoli, raddoppiarsi il numero degli individui in 25 anni. 
L'elefante si riproduce lentamente; nondimeno, ammessa 
che ogni paio generi otto individui (4 maschi e 4 femmine), 
alla undicesima generazione si conterebbero un milione di 
paja. Alcuni pesci, come il persico, la carpa, l'aringa, ecc., 
depongono annualmente un milione e più di uova; ognuno 
comprende che, se le uova ed i pesciolini non venissero 
in gran parte distrutti, in pochi anni le acque dell'orbe ter- 
restre sarebbero insufficienti ad albergare tutti questi ani- 
mali. Il ienÌQi' (Taenia mediocanellata), secondo il prof. Per- 
roncito [1], produce annualmente cento milioni di uova, per 
cui si comprende, come malgrado ne muoiano moltissime, 
a qualcuno sia sempre dato di svilupparsi ed assicurare alla 
specie una estensiva propagazione. L'ascaride (Asearis lum- 
brieoides) può produrre 64 milioni di uova; se tutte giunges- 
sero a svilupparsi, in pochi anni la progenie sarebbe tanto 
numerosa, che non potrebbe trovare posto nemmeno in tutti 
gli uomini della terra. La Vorticella può, per divisione, rad- 
doppiarsi in un'ora; con tale moltiplicazione, ripetuta da 
ogni discendente, il numero degli individui salirebbe dopo 40 
ore a moltissimi milioni, e dopo tredici giorni sarebbe si 
grande che occorrerebbero oltre novanta cifre per espri- 
merlo. Un' alga verde delle acque dolci si compone di mi- 
lioni di fili sottilissimi, ognuno dei quali in pochi giorni può 

[1] Della grandine o panicatura nell'uomo e negli animali. To- 
rino 1877, p. 31. 



ELEZIOSE NA TURALE 2 15 



produrre 200,000 ed anche mezzo milione di ?pore. 11 Do- 
del [1] ha calcolato che un'unica foglia del felce maschio 
(Aspidium Jilix mas), all'epoca della sua riproduzione, può 
generare oltre quattordici milioni di spore [2]. 

Questa rapida riproduzione spiega l'apparsa di numero- 
sissimi individui di una specie in quegli anni, ne' quali sono 
diminuite le cause di distruzione. Cosi la carruga, in certi 
anni, apparisce numerosa. Al dire di Ratzeburg, nel 1855 
e nel 1856, le carrughe spogliarono e distrussero una grande 
quantità di alberi in diverse località della Prussia, e sol- 
tanto nei dintorni di Quedlinburg se ne raccolsero oltre 33 
milioni di individui. Il Bostrichus tipographiis apparve tal- 
volta in inifìniti stuoli nei boschi della Germania, i quali 
stuoli al volo sembravano piccole nuvole; secondo il Rat- 
zeburg, un solo tronco conteneva spesso venticinquemila 
coppie. Nel 1839 la Liparis monacha era numerosa nel du- 
cato di Saxen-Altenburg, e dalle persone alFùópo impiegate 
furono distrutti ben venti milioni di individui. Ogni femmina 
deponendo circa cento uova, supponendo che la metà degli 
individui distrutti fossero femmine, sarebbero altrimenti 
nate oltre un miliardo di uova. Negli anni 1837 a 1839 ap- 
parve numerosissima nei dintorni di Tolosa la Liparis di-' 
8par, le cui larve spogliarono le quercie completamente e 
si distesero in breve sopra uno spazio di 25 leghe quadrate. 
Nel 1872 io vidi la città di Padova infestata doMoi Lithosia 
eaniola, i cui bruchi trova vansi in grande quantità nei cor- 
tili e sui muri delle vie, e penetravano anche nelle stanze, 
negli armadi e* perfino nei letti, recando incomodo agli abi- 

[1] Die Keuere Sehòpfungsgeschichte. Leipzig 1875, p. 104. 

£2] y. altri esempi nella mia Teoria delVEcoluzione, pp. 10, 20 e 21. 



210 CAPITOLO VIJJ. 



tanti. Essa suol apparire in grande numero ogni tre anni, 
da che si rileva, come non abbia nessun fondamento il pre- 
giudizio, che la di lei numerosa apparsa sia foriera di ma- 
lattie epidemiche. Il Lioy [1] osservò nel 1864 una straor- 
dinaria invasione di Ditteri della famiglia degli Empiti, e 
più precisamente della Empis salicina. « Per una estensione 
di circa un miglio, egli dice, tutti i ramoscelli dei salici 
erano popolati da un brulichio di codesti Empiti, che len- 
tamente e gravemente, come sogliono altri Ditteri, quali i 
Ghironomi, aggiravansi tra le gemme ». Nel 1865 la Cecido- 
mya frumentaria comparve numerosissima nel Modenese e 
recò gravi danni al frumento [2]. 

La rapida difTusione della fillossera {Phylloxera vasta- 
irix) è nota a tutti. Questo terribile insetto fece parlare di 
S3 nel 1808, sebbene sia provato che fu introdotto in Fran- 
cia nel 1858 mediante viti americane. Dapprima apparve 
nel dipartimento del Gard, poi in quello delle Bocche del 
Rodano, poi presso Bordeaux, e nel 1872 erasi esteso ad 
otto dipartimenti; oggi il numero dei dipartimenti invasi 
sale a 34. Volendo precisare, per quanto possibile, il danno 
subito dalla Francia sino al 1878 per l'invasione dèlia fillos- 
sera, si può dire in via di larga approssimazione, che ven* 
nero finora distrutti 300,000 ettari di vigneti, e per altri 350,000 
può calcolarsi che il prodotto sia dimezzato [3]. 

È rinomato Tacridio migratorio (Oedipoda migratoria) per 

[1] Conferenze scientifiche. Torino 1877, p. 224. 

[2] V. Archicio per la Zoologia, ecc., voi. HI. Modena 1865, p. 317 e 
seg., e voi. IV, 1S66, p. 189. 

[3] V. la memoria del sen. Luigi Torelli, negli Atti del r. Istituto 
Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, ser. V, tom. V, Venezia 1878-79, 
p. 3 e seg. V. anche il Rapporto del dottor Victor Patio, Étdt de la 
question phylloasérique en Europe en 1877. Genève, Baie, Lyon 18». 



ELEZIONE NATURALE 217 



le migrazioni che imprende e pei donni che reca; in Oriente 
v*ha una specie afììae, YOedlpoda cinerascens. In certi anni 
questi acridi, comunemente detti locuste, compariscono in 
stormi cosi numerosi che sembrano nuvole ed oscurano il 
sole, e siccome il luogo ove nascono non può nutrirli che 
per un tempo assai breve, imprendono migrazioni, ferman- 
dosi in ciascuna località finché ogni verzura sia distrutta. 
Nel 1748 un' immensa squadra attraversò l'Europa occi- 
dentale, toccò l'Olanda e si spinse fino in Inghilterra. Tra 
molte altre invasioni è notevole quella osservata a Bozjako- 
vina (Impero Ottomano) il 24 agosto 1848. Il sole si oscurò 
improvvisamente come per una specie di nuvolone, che im- 
pauri gli abitanti; era uno stuolo di locuste, che si videro 
volare per due ore continue, poscia calarono come gran- 
dine, ed in pochi minuti più non si scorgeva su quella pia- 
nura un filo di erba, del grano turco non restarono che i 
nudi gambi, ed il miglio pareva divorato dalla terra stessa. 
Anche altre specie di acridii possono, in condizioni favo- 
revoli, moltiplicarsi straordinariamente e devastare le Pro- 
vincie che percorrono. 

Rapporti fra gli organiflinl. 

Si potrebbe credere che la frequenza di una specie di- 
penda unicamente dalla rapidità, con cui si riproduce; ma 
cosi non è. Di un altro fattore devesì tener conto, e sono 
le cause di distruzione, le quali, insieme colla facoltà ge- 
nerativa, determinano il numero degli individui di ciascuna 
specie animale e vegetale. In tale guisa vengono a costi- 
tuirsi quei rapporti, ora semphci ed ora complessi, che la 
teoria evoluzionista ha il merito di averoi falto conoscere 



213 CAPITOLO Vili. 



ed apprezzare. Spesso questi rapporti sfuggono alle nostre 
indagini, e noi allora non conosciamo la ragione, per la 
quale un animale sia frequente in una località e raro in 
un'altra, né sappiamo indicare il posto che una data spe- 
cie tiene neireconomia della natura; ma man mano che co- 
testi studii progrediscono, si scoprono quei rapporti spesso 
meravigliosi ed interessanti. 

Spesso sono cause minime ed apparentemente insignifi- 
canti che determinano l'esistenza o la frequenza di una 
specie in una data località. Nel Paraguay, ad esempio, né 
il bue, nò il cavallo, né il cane sono ridivenuti selvaggi, 
quantunque lo siano verso il nord e verso il sud di quel 
paese. Ora Azara e Rengger hanno provato che ciò dipende 
da una certa mosca, comune in quella regione, la quale de- 
pone le sue uova neirombelico di questi animali appena nati. 

Il tenia dovrebbe ritenersi animale frequentissimo, perchè 
depone una grande quantità di uova; ma fortunatamente 
non lo è, perchè subisce una complicata metagenesi, con- 
giunta con migrazioni, durante le quali gli individui imper- 
fetti o scolici vanno soggetti a numerose cause di distru- 
zione, che""ne uccidono la maggior parte. 

Finora si è ignorato da molti il posto, che le formiche 
occupano nella economia naturale; ma ora sappiamo che 
esse contribuiscono a mantenere l'equilibrio nelle classi de- 
gli insetti fitofagi, massime nell'ordine dei lepidotteri. E men- 
tre prima le formiche si consideravano come animali dan- 
nosi all'agricoltura, oggi si credono animali utilissimi, poi- 
ché sono i nemici più terribili dei bruchi e di altri insetti 
nocivi, [i] 

[1] V. un riassunto néìV Agricoltore di Trento, ISSO, n9 di febbraio. 



ELEZIONE NA TURALE 2i9 



Che i parassiti servano del pari a mantenere codesta 
equilibrio, nìuno potrebbe negarlo. Gli studi sul parassi- 
tismo hanno quindi un grande interesse, non soltanto scien- 
tifico, ma eziandio pratico; ed i lavori del prof. Rondani di 
Parma sui parassiti degli insetti e sui parassiti dei paras- 
siti sono molti importanti per Fagricoltura. [1] 

Un esempio interessante dei reciproci rapporti fra gli or- 
ganismi è quello che ha portato il Darwin nella sua opera 
sull'Origine delle specie; è vecchio, ma sempre interessante. 
Il numero dei gatti, in un dato luogo, determina il numero 
dei topi campagnuoli. Questi distruggono i nidi dei pec- 
chioni, e quindi col crescere della quantità dei topi diminuirà 
quella dei pecchioni, e viceversa. Ma i pecchioni visitano il 
trifoglio rosso (TrìfoUum pratense) e promuovono Tincrocia- 
mento di individui distìnti, da cui scaturiscono il maggior 
numero, la maggiore robustezza e la maggiore fertilità della 
discendenza. È dunque credibilissimo che la presenza di un 
grande numero di animali felini in un distretto determini, me- 
diante l'intervento dei sorci e delle api, la quantità di certi 
fiori nel distretto stesso. Questo esempio si può rendere 
anche più complicato, riflettendo che il trifoglio è un ottimo 
foraggio, e che la sua abbondanza può rendere florida la bo- 
vicoltura, la quale, alla sua volta, può influire sulla robu- 
stezza fisica dell'uomo, fornendo carne buona e in grande 
quantità. Per dare un altro esempio, in certe isole oceani- 
che l'uomo si ciba principalmente del frutto di una data 
palma. Ora la vita della palma dipende dall'esistenza di 
insetti pronubi, per cui un piccolo insetto può rendere pos- 

[1] Il prof. Rondani è morto neU*estate testé decorsa; ritalia ha 
erduto in lui un valente entomologo. 



«20 ' CAPITOLO VJIJ. 



sìbile alFuomo, col mezzo dei frutti delle palme, di vivere 
in una data isola. Questi insetti, alla lor volta, possono es- 
sere distrutti da uccelli insettivori, e questi da acari pa- 
rassiti, e gli acari parassiti da funghi parassiti, ecc. Noi 
vediamo qui una serie di rapporti, e possiamo compren- 
dere, come le molteplici e svariate forme organiche costi- 
tuiscano una rete complessa, in cui ogni maglia è indisso- 
lubilmente legata alle altre; nessuna forma può quindi mo- 
dificarsi o scomparire, senza far sentire intorno a sé gli 
effetti di tali cambiamenti. 

Con quest'argomento si collega una questione pratica. 
Sembra cioè che nei tempi moderni il numero degli insetti 
dannosi alFogricoltura sia cresciuto oltre misura. Molti uo- 
mini pratici attribuiscono questo fenomeno alla diminuzione 
del numero degli uccelli, sopratutto insettivori, e per porre 
rimedio alla calamità propongono delle severe misure con- 
tro la caccia smodata. Altri autori attribuiscono poca in- 
fluenza agli uccelli, perchè distruggono indifferentemente 
insetti fitofagi e carnivori e i parassiti degli uni e degli al- 
tri. Io trattai quest'argomento in altro luogo [1], qui basta 
riferire la conclusione che è la seguente: Gli uccelli e gli 
insetti parassiti, nella loro azione complessiva, sono ani- 
mali fra loro alleati a vantaggio delFagricoltura ; con que- 
sta aggiunta, che i secondi superano in attività i primi tutte 
le volte che gli insetti fitofagi aumentano in proporzioni 
straordinarie. Allora succede che gli insetti fitofagi, per 
mancanza di abbondante cibo, subiscono un indebolimento, 
mentre invece i parassiti, per la quantità di vittime che 

[1] V. Rastegna d'Agricoltura, Industria e Commercio, Padovn» 
-anno III, febbrajo 1875. 



ELEZIONE NATURALE 291 



possono invadere, prosperano più che mai e si moltiplicano 
oltre Tordinaria misura. 

Nel 1875 è avvenuto nella provincia di Verona, e preci- 
samente a Villafranca, un fatto che merita di essere rife- 
rito in questo luogo, sia perchè dimostra la numerosa ri- 
produzione delle cavallette, sia ancora perchè ci fa vedere 
i buoni uffici degli uccelli. Nell'anno suddetto apparve a 
Villafranca Tacridio italico in grandissimo numero. Il De 
Betta [1] dice: « Sulla strabocchevole e spaventosa quan- 
tità di cavallette, che invasero Tagro veronese, nessuno po- 
trà forse mai avere un' adeguata idea se non chi si trovò 
sui luoghi all'epoca stessa della invasione. » E soggiunge 
che un solo passo fatto nella campagna bastava a sollevare 
milioni e milioni di acridii, che con ingrato ronzio si get- 
tavano confusamente di qua e di là sulle piante, sul vicino 
terreno e perfino sugli abiti e sul viso delle persone. Una 
fitta nuvola sorgeva intorno agli incaricati della cacciaballe 
cavallette e pochi minuti secondi bastavano a renderne 
tutta coperta la larga tela, colla quale quegli incaricati le 
raccoglievano. Pochissimi giorni furono sufficienti per rac- 
cogliere e distruggere nei diversi Comuni quasi 400 quin- 
tali di questi insetti. Ora avvenne che precisamente nel- 
l'epoca della maggiore invasione delle cavallette comparve 
a Villafranca lo storno roseo (Paaior roseus) in tale quan- 
tità che il numero degli individui fu calcolato a nientemeno 
di dodici a quattordicimila. E questi storni portarono la di- 
struzione fra le cavallette, e si resero cosi benemeriti del- 
Fagricoltura. Il De Betta [2] disse con ragione: « La com- 

[1] V. Atti del r. Istituto Veneto di Scienze^ Lettere ed Arti, ser. V, 
voi. II, 29 novembre 1875. 
[2] Atti sudd., estratto, p. 20* 



«22 CAPITOLO VJJI. 



parsa del Fastor roseus in tante migliaia q migliaia di in- 
dividui e la sua nidificazione cosi largamente avvenuta fra 
noi, devono riguardarsi come un vero beneficio per la cam- 
pagna di Villafranca, dove immensa fu la strage da essi 
operata delle cavallette. » . - 

E.oUa per la viia e eonflcgaentc cleslone nalurale* 

Qui sta l'essenza della teoria di Carlo Darwin. Il Lamack 
ha già sostenuto al principio del secolo presente (1809) la 
trasformazione delle specie, ma le ragioni e i modi di que- 
sta trasformazione non furono da lui intravveduti abilmente, 
e la sua teoria rimase trascurata. La concorrenza per la 
vita e la elezione naturale costituiscono il perno del darwi- 
nismo. 

Siccoms non tutti gli esseri organici possono vivere e 
giungere a maturità, perchè non troverebbero le condizioni 
necessarie alla loro esistenza, cosi s'impegna fra loro una 
lotta che il Darwin chiamò lotta per la vita. Ma questo ter- 
mine va preso in senso largo e metaforico, come risulta 
dai seguenti esempi [1]. Può con sicurezza asserirsi, che 
in un' epoca di carestia due cani lotteranno fra loro per 
carpirsi il nutrimento necessario alla vita. Una pianta, al 
confine d'un deserto, deve lottare contro la siccità, anzi più 
acconciamente potrebbe dirsi, ch'essa dipenda dall'umidità. 
Di una pianta, che produce annualmente un migliajo di semi, 
de' quali in media uno solo giunge a maturità, può dirsi che 
deve lottare contro le piante di specie simili o diverse, che 
già cuoprono il terreno. Il vischio dipende dal pomo e da 

£l] V. Darwin. Origine delle specie, trad. ital. Torino 1S75, p. «5. 



ELEZIONE NA TURALE V23 

alcuni altri alberi; in senso assai lato, egli lotta contro di 
essi; perchè se un numero troppo grande di questi paras- 
siti si -sviluppa sul medesimo albero, questo deperisce e 
muore. Parecchie sementi di vischio, che crescono vicine 
sul medesimo ramo, lottano fra di loro. Il vischio poi di- 
pende dagli uccelli, perchè viene sparso dai medesimi; e 
può dirsi per metafora, ch'egli lotta con altre piante, of- 
frendo come queste i suoi semi all'appetito degli uccelli, 
affinché li spargano a preferenza di quelli di altre specie. 
In tutti questi varii significati va inteso il termine generale 
di lotta per l'esistenza. Un organismo può quindi lottare 
contro un altro per procurarsi il nutrimento necessario; o 
contro gli agenti esterni, come il caldo, il freddo, la siccità, 
l'umidità ed altri; o contro quei parassiti che cercano di 
distruggerlo; o contro i suoi compagni per essere preferito 
dagli uccelli o dagli insetti, i primi dei quali ne promuovono 
la diffusione spargendo i semi, mentre i secondi favoriscono 
le nozze incrociate, ecc. La lotta può essere cruenta, e spesso 
è tale; ma nel maggior numero dei casi è incruenta, e piut- 
tosto che una lotta o battaglia può dirsi una concorrenza. 

Secondo il Darwin, il mondo è un vasto campo di batta- 
glia, e l'uomo stesso lotta di continuo per la sua esistenza 
e prosperità, sia cogli agenti esterni, sia cogli organismi 
di gruppi diversi che l'assalgono apertamente o s'insinuano 
di soppiatto ne' suoi tessuti, sia cogli individui della propria 
specie. 

La severità di questa lotta dipenderà principalmente dalla 
scarsezza del nutrimento, sia essa assoluta, oppure relativa 
al numero degli individui che lo cercano. Per conseguenza 
in anni di carestia la lotta sarà più accanita che in anni 
di abbondanza; e se per una quailsiasi ragione il numero 



- -'---" ."- • 



2-1 CAPITOLO Vili. 



degli individui di una specie avesse ad aumentare in modo 
straordinario, la lotta fra questi numerosi individui si farà 
del pari assai viva. La scveritil della lotta ó in un certo 
rapporto coir affinità sistematica, perchè gli individui di 
una stessa specie e le specie di un medesimo genere, ecc., 
hanno spesso, quantunque non sempre, abitudini somiglianti, 
e sempre poi una maggiore o minore somiglianza nella 
struttura. Qiiesta regola può estendersi anche alla specie 
umana, dove la concorrenza fra i vari individui è tanto 
più viva, quanto più simili sono le loro aspirazioni; da che 
deriva ciò che noi chiamiamo gelosia di mestiere. 

Questa lotta spinge gli organismi ad occupare i posti 
vuoti della natura, cioè i posti non ancora occupati da altri 
organismi, perchè qui la lotta dapprincipio mancherà affatto 
e si svilupperà solo più tardi fra i discendenti del primo 
occupante. Un pesce, ad esempio, il quale potesse prendere 
gli insetti che volano sopra il livello dell'acqua e cibarsene, 
avrebbe un grande vantaggio sopra i suoi compagni nella 
lotta per resistenza ; e infatti noi sappiamo che alcuni pesci, 
appartenenti ai generi Chaetodon, Chelmo e Toxoies, rag- 
giunsero questa meta, avendo tale struttura da poter get- 
tare colla bocca dell'acqua in alto, con cui colpiscono gli 
insetti in modo da farli cadere nel mare. Altri pesci pos- 
sono perfino abbandonare Tacqua per un tempo più o meno 
lungo, e vivere in terraferma; dicasi ciò dei Labtjrinihld 
e particolarmente deir^naòas scandens delle Indie orientali, 
di cui si racconta perfino che possa salire sugli alberi, e del 
Calliehthf/8 asper dell' America, il quale, secondo Joberl[l], 
può vivere parecchie ore fuori dell'acqua. L'immunità con- 
ci] V. Comptes rend, de VAcad. fr., voi. 8 p. 809. 



« ■ 



ELEZIONE NATURALE 225 



tro i veleni può del pari tornare utilissima ad un animale 
nella lotta per V esistenza, perchè V animale viene in certa 
guisa ad occupare un posto vuoto; noi sappiamo che il 
coniglio non sente l'azione della belladonna, che in generale 
le solanacee sono innocue ai roditori ed ai marsupiali, e 
che i sorci possono tollerare senza danno manifesto una 
forte dose di cicuta. Sembra anche che il riccio senta assai 
poco gli effetti del morso della vipera. 

Gli individui mostruosi sono generalmente in svantaggio 
di fronte ai loro compagni nella lotta per l'esistenza; essi 
muoiono quindi quasi sempre in età precoce, a meno che 
non sieno protetti dall'uomo. Da ciò però non segue che 
qualche individuo mostruoso non possa, in condizioni ecce- 
zionali, raggiungere un'età avanzata. Cosi si pescarono dei 
caccialotti in cui le mascelle erano torte in guisa che non 
potevano chiudersi, e si videro dei salmoni del peso di 
12 libbre e più privi di mascella superiore. I lepri, i conigli 
ed altri roditori, hanno talvolta gli incisivi cosi lunghi che 
la masticazione sembra impossibile, e che nondimeno tro- 
vano modo di campare la vita. Il Tegetmeier [1] fece co- 
noscere un fagiano in cui la mascella superiore era tal- 
mente curvata in basso che perforava l'inferiore; ed uno 
stornello a mascella inferiore assai allungata e sporgente 
oltre la superiore; tuttavia questi animali sono vissuti per 
un certo tempo. • Ma siffatti individui non hanno, in gene- 
rale, alcuna probabilità di uscire vittoriosi da una lotta per 
l'esistenza alquanto severa co' loro compagni normalmente 
costruiti. 

La lotta per V esistenza avviene anche fra i membri di 

[1] La Nature, 1875, anno IV, p. 48. 

La teoria di Daricìn, 15 



226 CAPITOLO Vili. 



una stessa famiglia. Cosi in ogni nido vi ha un individuo 
più deboia degli altri, il quale, siccome grida meno e pro- 
tende meno il collo, riceve un nutrimento più scarso e 
spesso perisce. Alcunché di simile osservasi fra i giovani 
degli animali multipari. E rispello agli invertebrati, il pro- 
fessor Jager, osservando il Bomhyx mori e il B. Pernyiy 
ha trovato che non solo vi sono degli individui deboli e 
degli individui forti fino dalla nascita, ma anche che i 
primi sono dai secondi attivamente respinti dal nutrimento. 

La lotta per resistenza avviene non solo fra gli individui 
distinti, ma anche fra le parti di uno stesso individuo. Fra 
le varie cellule di un organismo impegnasi certamente una 
concorrenza vitale, e quelle fornite di qualche carattere 
vantaggioso la vinceranno sulle altre e riprodurranno quel 
carattere. Ma sì può andare più oltre. Eguale concorrenza 
deve succedere perfino fra le molecole delle cellule più 
semplici, come hanno supposto Pfaundler nel 1870 e più 
recentemente Haeckel [1]. Quest'ultimo dice in proposito: 
« Quelle molecole (plastiduli) che sono megho adattate alle 
esterne condizioni di vita, ossia che più facilmente raccol- 
gono il liquido materiale di nutrizione che viene dal difuori 
e più prontamente operano il consecutivo spostamento degli 
atomi, conseguiranno una più attiva assimilazione, e sa- 
ranno preponderanti nella riproduzione dei plastidi». 

Nella lotta per resistenza la vittoria sarà delForganismo 
meglio provveduto, del più adattato alle condizioni di vita, 
di quello insomma che ha un qualsiasi vantaggio sopra i 
suoi competitori. Ora, la natura di questi vantaggi può es- 

[1] V. Gesammelte populàre Vortràge ans dem Gcbiete der Eni- 
wickefung$lehre. Zwcites Ileft, Bonn, 1879, p. 56. 



ELEZIONE NA TURALE 227 

sere assai diversa. In un caso, sarà la forza fìsica che 
procura la vittoria; in un altro, la velocità della fuga; in 
un terzo, la vivacità del colore che attira gli insetti e pro- 
muove le nozze incrociate; in un quarto, la possibilità di 
occupare un posto nuovo nella natura essendo concesso, 
ad esempio, ad un animale acquatico di far preda in terra- 
ferma, oppure ad una pianta di nutrirsi di insetti; in un 
quinto caso, il colore simpatico o la forma mimica che 
sottrae un animale alla vista de' suoi nemici. In un altro 
caso ancora la vittoria potrà essere determinata da una 
peculiare struttura dell' animale, per la quale va immune 
da qualche veleno o da qualche parassita, sia animale 
oppure vegetale. 

È impossibile enumerare tutte le strutture che possono 
decidere della vittoria nei singoli casi; certo però è che 
talvolta una leggerissima modificazione di struttura può 
riescire di somma importanza per un essere organico. Sup- 
poniamo che in un insetto fornito di proboscide, questo 
organo si allunghi anóhe leggermente; questa modificazione 
di struttura potrà essere di grande vantaggio al portatore, 
perchè gli rende possibile l'accesso ai nettarli di molti fiori, 
ai quali prima non poteva accedere. Oppure si supponga 
che in un ruminante il collo si allunghi di alcuni millimetri. 
Nelle epoche di abbondanza od anche nelle ordinarie, que- 
sta variazione non recherà forse alcun vantaggio; ma nelle 
epoche di carestia, quando scarseggia Terba, il lieve allun- 
gamento del collo potrà recare un vantaggio notevole, ren- 
dendo agli individui cosi provveduti accessibili le foglie di 
molti alberi, dove non giungono gli individui a collo normale. 

La lotta per l'esistenza*, la quale scaturisce dalla rapida 
riproduzione degli organismi, fa si che soltanto le forme 



228 CAPITOLO Vili. 



più adatte sopravvivano, e periscano le meno adatte. Ecco 
il principio della elezione naturale o della sopravvivenza 
del più adatto, su cui il Darwin fondò la sua teoria intorno 
airorigine della specie [1], teoria che fu pubblicata la prima 
volta il 24 novembre 1859. 

Il termine di elezione naturale può dar luogo ad un con- 
cetto erroneo, facendo credere che vi sia stata una scelta 
nel vero senso della parola. Ma una elezione propriamente 
detta, non si compie, perchè nessuno sceglie le forme più 
adattale alle condizioni di vita in cui si trovano. Ciò che 
realmente succede si è, che le modificazioni di struttura 
utili sono preservate nella lotta per resistenza, mentre pe- 
riscono le meno utili o dannose; a questa sopravvivenza 
delle strutture più adatte, fu dato il nome di elezione na- 
turale che va inteso in senso metaforico. «Certamente» 
dice il Darwin [2] « nel senso letterale della parola, rele- 
zione, naturale è un controsenso; ma chi ha mai eccepito 
ai chimici che trattano delle affinità elettive dei vari ele- 
menti? Tuttavia non può dirsi strettamente che un acido 
elegga la base colla quale si combina di preferenza. Si è 
asserito che io parlo deir elezione naturale come di un. 
potere attivo o della divinità; ma chi contrasta ad un au- 
tore il dissertare delFattrazione di gravità come regolatrice 
dei moti planetari? Tutti sanno quale significato racchiu- 
dano queste espressioni metaforiche, le quali sono presso- 
ché indispensabili per la brevità del dire». 
. Come abbiamo visto nei capitoH terzo e quarto, l'elezione 



[1] Origine delle specie, sesta edizione, trad. italiana. Torino 1875, 
pag. 77. 
; i?] Origine delle specie, p- T3. 



ELEZIONE NA TURA LE 229. 



artificiale ha prodotto dei grandi effetti; ma l'elezione na- 
turale fu immensamente più efficace. E lo si comprende 
facilmente, perché la prima fu esercitata dall'uomo per un 
tempo che può dirsi breve, ha agito direttamente soltanto 
sui caratteri esterni e visibili degli organismi e nel solo inte- 
resse dell'uomo, ed ebbe a disposizione un numero ristretto 
di individui; mentre invece l'elezione naturale è attiva da 
tempi remotissimi, si estende sull'intero meccanismo delia- 
vita, non esclude le più piccole differenze di costituzione, 
opera pel bene di ciascun essere e dispone di un numero 
quasi infinito di individui. L'opera dell'elezione naturale fu 
esposta dal Darwin [1] con queste poche, ma calzanti pa- 
role: «Metaforicamente può dirsi che l'elezione naturale 
va scrutando ogni giorno e ogni ora pel mondo intero 
ciascuna variazione anche minima: rigettando ciò che è 
cattivo, conservando e accumulando tutto ciò che é buono. 
Essa lavora insensibilmente e silenziosamente in tutti i 
luoghi e sempre, quando si presenti l'opportunità, al per- 
fezionamento di ogni essere organizzato in relazione alle 
sue condizioni di vita organiche ed inorganiche ». 

È poi importante l'osservare che la elezione naturale non 
agisce soltanto sopra l' individuo adulto, ma abbraccia tutte 
le forme e tutti gli stadii della specie. Essa agisce sull'uovo 
cosi bene, come sulla larva e sull'individuo sessuato; agisce 
tanto sul maschio che sulla femmina e sugli individui ste- 
rili, come, ad esempio, nelle api e nelle formiche; e nelle 
specie polimorfiche agisce sopra tutte le forme, nessuna 
eccettuata. L' elezione naturale però non modifica mai la 
struttura di una specie senza darle qualche vantaggio, e 

[1] Origine delle specie, p. 80. 



S80 CAPITOLO Vili. 



per rutile esclusivo di altre specie. Si dice spesso che que- 
sto quell'organismo possiede un determinato carattere, 
perchè possa tornare di vantaggio ad un'altra specie; ma 
tale interpretazione della natura organica è erronea. Quando 
l'elezione naturale modifica una specie, essa lo fa nel!' in- 
teresse di questa specie stessa; ciò che non impedisce che 
le altre specie si modifichino, per opera della stessa ele- 
zione naturale, in guisa da trarre profitto pel proprio 
benessere delle modificazioni sorte in esseri che le cir- 
condano. 



CAPITOLO IX. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE. 



AdaMamenio alle eondlalont di wìim» 

L'adattamento alle condizioni di vita è l'effetto principale 
della elezione, e quindi noi vediamo gli organismi adattati 
alle condizioni in cui si trovano. Questo adattamento costi- 
tuisce la cosi detta sapienza che regna nella natura, e nylla 
abbiamo da dire contro quest' espressione, purché non sia 
intesa in senso assoluto, e purché non si ritenga che fu 
importata da un essere estraneo. Il quale ultimo pensiero 
però facilmente si presenta alla nostra mente, e non è 
quindi da meravigliarsi se è stato per lungo tempo creduto 
esatto. Un esempio immaginato ci farà vedere come nasca 
r illusione. Supponiamo che oggi nei prati vivano delle lo- 
custe verdi e delle locuste rosse scarlatte. Egli è certo che 
queste ultime, pel loro colore, saranno viste meglio e più 
spesso, dai nemici che non le verdi, le quali sono protette 
da questo colore cosi detto simpatico, ossia concordante 
con quello del luogo dove vivono. Ogni anno sarà distrutto 
un numero maggiore di locuste scarlatte che non di locuste 
verdi, e, per modo di dire, dopo tre secoli le locuste scar- 



CAPITOLO IX. 



latto snrfinno scomporse, mentre vivernnno copiose ie verdi. 
Clii, a efTettf) compiuto, entrasse in un prato, diffìcilmente 
potrebbe astenersi dal dire: Quanta sapienza! Non vi esi- 
stono che locuste verdi, che pel loro colore sfuggono alla 
vista dei propri nemici! Difficilmente questo osservatore 
potrà allontanare da sé 
i] pensiero che qui sia 
una diretta creazione av- 
venuta, opera di un es- 
sere sopra naturale. Ep- 
pure, nel caso da noi 
immaginato, cosi non fu; 
le cose procedettero na- 
turalmente, come avvie- 
ne tutti i giorni, senza 
che siasi ingerita una 
potenza estraneo , so- 
prannaturale. 

Gliadattamenticlienoi 
troviamo in natura, sono 
spesso sorprendenti, e 
come nei tempi andati 
h h ■ I ^^^' fecero ammirare la 

potenza e la sapienza del 
Creatore; oggi invece sono testimoni della potenza della 
elezione naturale, e ci insegnano che questa elezione, che 
é lenta nell'operare, deve aver agito durante una lunghis- 
sima serie dì secoli. 

Ad illustrazione di questi adattamenti, citerò alcuni pochi 
esempi, alcuni semplici ed uno assai complicato, 
Neir allodola furono più volte riscontrati dei tumori di 




01 ALCUN! EFFETTI DELIA ELEZIONE NATURALE SM 



ezza diversa, ad esempio, come un grosso fagiuolo 
le un ceee. Aprendo uno di questi tumori, si trovano 




degli acari (vedi flg. 16) (Harpyrhynchus niduUkn») 
li furono osservati, descritti ed illustrati già nel i872 



234 CAPITOLO IX 



dal (lott. Giorgio Roster [1], e più tardi dal dottor Pietro 
Mégnin [2]. In questi animali, tanto le zampe del primo e 
secondo paio, che sono terminate da uncini, come anche il 
rostro, che porta sei uncini, tre per parte, rendono possi- 
bile l'adesione alla vittima, e l'acaro è quindi adattato a 
questa vita. Un fatto analogo ci presenta la Myohia muscoli 
(vedi fìg. 17), la quale è da lungo tempo conosciuta e vive 
sul sorcio fra i peli. Le zampe del primo paio (fìg. 17, 6) 
sono mirabilmente atte ad abbracciare i peli e tenervi 
quindi attaccato l'animale [3]. Queste strutture non sono 
del resto isolate, offrendocene numerosissimi esempi il pa- 
rassitismo. Quasi tutti i parassiti sono più o meno forniti 
di organi, col mezzo dei quali si tengono stretti alla loro 
vittima; si pensi al tenia colla sua cosi detta testa fornita 
di uncini e di ventose, od ai crostacei parassiti, ecc. 

Un beli' esempio di adattamento alla raccolta del polline 
ci forniscono le api colla loro spazzola e cestella. La spaz- 
zola (fìg. 18, a) trovasi nelle zampe posteriori sul primo 
articolo del tarso, la cui faccia interna porta moltissimi 
peli robusti e rigidi, disposti in serie trasversali, in guisa 
da assumere l'aspetto di una spazzola. Quest'organo ha 
una funzione corrispondente al suo nome, serve cioè 
all'ape per adunare il polline che resta attaccato sui peli 
della superfìcie del corpo. La cestella (fìg. 18, 6) è formata, 
nelle stesse zampe posteriori, dalla tibia, la quale ha forma 



[1] V. Ballettino della Società EntomoL italiana, anno IV» 1872, 
p. 169, tav. 3. 

[21 Cheylétides. Journal d'Anat et de Phys», 1878, tav. XXX, estr. 
pag. 14. 

[3] V. MÉGNIN, 1. e, tav. XXXI. 



DI ALCUSI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 235 



triangolare ed è liscia ed incavata alla faccia esterna, 
mentre i margini sono vestiti di peli lunghi, rivolti verso 
la predetta cavità, per cui viene a costituirsi una specie di 
canestro nel quale l'insetto ripone il polline che raccoglie. 
Quando la cestella è piena. Tape vola all'alveare per de- 
porvi il frutto delle sue fatiche. 




Fig. i8. — Zampa 3<> pajo di ape. sp, spazzola; h^ cestella. 

Sono del pari interessanti gli adattamenti alla vita acqua- 
tica, di cui il Gyrinus natator ce ne offre un belF esempio. 
Mentre le sue zampe anteriori sono organi prensili o loco- 
motori con appoggio sui corpi subaquei, le medie e le po- 
steriori sono natatorie, ed affinchè corrispondano al loro 
ufficio, hanno gli articoli allargati e la tibia fornita di la- 
mine che rendono anche più manifesto tale allargamento. 
Altri esempi di adattamento alla vita acquatica noi li tro- 
viamo nei pìnnipedi, come nella foca; e nei cetacei, ad 
esempio, nel delfino e nella balena. 



1^30 CAPITOLO 7X 



Alcuni animali vivono nelle caverne, oppure sotto terra, 
e la loro struttura è adattata a questa dimora. La talpa è 
scavatrice esimia, ed ha all'uopo le estremità anteriori brevi 
ma robuste, colla porzione finale allargata per la presenza 
di un osso speciale. Questo animale ha occhi rudimentali, 
ossia possiede il bulbo oculare, il quale però non può ser- 
vire alla vista chiara e distinta, perchè è coperto dalla 
pelle e nascosto fra i fittissimi peli. Ciò che per T animale 
è un vantaggio, perchè non ha bisogno nella sua dimora < 
ipogea di vista distìnta, e rocchio non è esposto ad infiam- 
marsi per rentrata di corpi stranieri. Ma in ciò non pos- 
siamo vedere un atto di sapienza creatrice, poiché sarebbe 
bastato un apparecchio visivo assai più semplice per dare 
alla talpa la sola percezione della luce o dell' oscurità. In- 
vece la teoria evoluzionista ci fa conoscere che la talpa 
deve discendere da un animale epigeo, fornito di occhi re- 
golari, il quale divenne ipogeo per occupare un nuovo posto 
nella natura, ed i cui occhi si nascosero sempre più sotto 
al pelo ed alla pelle per effetto della elezione naturale. 

Uno degli organi più meravigliosi del corpo umano, è 
certamente rocchio. Davanti a questo modello di perfezione, 
occorre un profondo convincimento della teoria evoluzio- 
nista per non cadere nello scoraggiamento. « Io confesso 
liberamente > dice il Darwin [1] < che mi pare il più alto 
assurdo possibile supporre che rocchio sia stato formato 
per mezzo delFelezione naturale, con tutte le sue inimitabili 
disposizioni ad aggiustare il suo fuoco alle varie distanze, 
ad ammettere diverse quantità di luce e a correggere l'a- 
berrazione sferica e cromatica. Quando si proclamò per la 

[1] Origine delle specie, trad. ital., 1875, p. 155. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELL'ZlONE NATURALE 237 



prima volta che il sole è immobile e che la terra gira in- 
torno ad esso, il senso comune degli uomini dichiarò falsa 
questa dottrina ; ma la vecchia sentenza Vox populi vox 
Det, come ogni filosofo sa, non può sostenersi nella scienza. 
La ragione mi indica che, se può dimostrarsi che esistano 
numerose gradazioni, dall' occhio perfetto e complesso al- 
l'occhio più semplice ed imperfetto, e che ogni grado di 
tale perfezionamento sia utile all'individuo; se di più roc- 
chio deve variare, sia pure insensibilmente, e le variazioni 
sono trasmesse per eredità, come appunto si verifica; e se 
infine ogni variazione o modificazione di un organo, sotto 
condizioni mutabili di vita, è sempre utile all'animale, al- 
lora la difficoltà di ammettere che un occhio perfetto e 
complesso possa formarsi per elezione naturale, quantunque 
insuperabile alla nostra immaginazione, può vincersi; e 
questa ipotesi può ritenersi vera ». Un analogo concetto ha 
espresso recentemente il prof Haeckel [1].. 

Si può infatti dimostrare, anche senza entrare in molti 
dettagli anatomici, che negli animali odierni l'occhio è ora 
semplicissimo ed ora assai complicato, con numerose gra- 
dazioni fra questi due estremi. Negli animali inferiori l'oc- 
chio è spesso una semplice macchia, generalmente nera o 
rossa, che apparisce sulla pelle bianca. Un tale occhio non 
può percepire che il caldo o il freddo, il chiaro o l'oscuro, 
pel semplice fatto che un corpo oscuro assorbe meglio i 
raggi calorifici o luminosi di un corpo bianco; ma questo 
occhio non potrà avere una immagine degli oggetti che lo 
circondano, perchè mancano due cose, e cioè : l'espansione 
del nervo senziente (la retina) e la lente cristallina. Questo 

[1] Gcsammelte populàre Vortràget 2 Ileft, Bonn, 1879, p. I53. 



23S CAPITOLO 7X 



stato di progresso ò raggiunto già in alcuni bassi animali, 
come, ad esempio, nei vermi e negli artropodi; e la lente 
cristallina ó formala ora da una sola cellula cutanea am- 
piamente sviluppata, ora da un gruppo di tali cellule, ora 
da una secrezione chitinosa. Da questi occhi a quelli dei 
vertebrati superiori v'ha però ancora una grande distanza 
che è occupata da parecchie forme intermedie. Si perfe- 
ziona dapprima l'apparato destinato alla rifrazione della 
luce, e la semplice lente è sostituita da due o più corpi 
atti a rifrangere la luce ed a correggere i difetti ottici. Al 
semplice integumento si sostituisce la coroidea, formata di 
più strali, co' suoi pigmenti e colle sue appendici, come la 
ensiforme, il pettine, ecc. Finalmente si perfeziona l'appa- 
recchio nervoso, e noi vediamo complicarsi la retina, la 
(]uale neir uomo è formata di non meno di dieci strati 
diversi. 

È notevole l'assenza di occhi in alcuni animali viventi a 
grande profondità, e il loro pieno sviluppo in altri della 
medesime specie. Cosi VEthusa granulaiay quando vive nelle 
acque poco profonde, ha tanto gli occhi come i loro pedun- 
coli bene sviluppati; ma quando vive in acque profonde, 
per esempio, 300 a 400 metri, possiede bensi i peduncoli, 
ma mancano gli occhi, i quah sono sostituiti da concre- 
zioni calcaree. Gli esemplari della stessa specie che vivono 
a profondità ancora maggiore, per esempio, di 1000 e più 
metri, mancano pure di occhi, ed i peduncoli sono diven- 
tati immobili, e terminano in un rostro acuto. Qui si os- 
serva dunque una modificazione graduale degli occhi, di- 
pendente dalla diminuzione graduale della luce. Nella famiglia 
degli Astaci, esistono generalmente occhi picciuolati; ma 
neìVAstaeus pellueidus, il quale è cavernicolo, gli occhi 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE N ATUBALE £39 

mancano, e tuttavia esistono due deboli peduncoli oculari. 
Nella Willemoesla non v'ha traccia né di occhi, nò di pe- 
duncoli. Tutto ciò si spiega bene colla teoria dell'elezione 
naturale: dove gli occhi sono inutili scompariscono per 
non-uso, e i 'peduncoli stessi si rendono più deboli e fini- 
scono essi pure collo scomparire [1]. Ma che diranno di 
fronte a questi fatti i sostenitori della creazione delle spe- 
cie ? Noi vediamo variare gli occhi, che sono organi impor- 
tantissimi, e vediamo sussistere i peduncoli oculari mentre 
mancano gli occhi! 

Colori di proieslone e nilmlsino. 

I colori simpatici ed il mimismo sono modi particolari di 
adattamento alle condizioni d.i vita, e caratteri vantaggiosi 
nella lotta per resistenza. Il modo di azione dei colori sim- 
patici risulla dall'esempio immaginario sopra esposto delle 
locuste verdi e scarlatte viventi in un prato; in generale 
diremo, che un animale, il quale abbia un colore simile a 
quello degli oggetti che lo circondano, sfugge più facilmente 
alla vista dei suoi nemici che non un altro animale colo- 
rato in modo da rendersi evidente. Noi vediamo per con- 
seguenza spesso gli animali adattarsi all'ambiente in cui 
sono coirassumere il colore di questo ambiente. Ciò non 
può essere conseguito volontariamente dall'animale, ma è 
l'elezione naturale che produce tale effetto. È certo per al- 
tro che questo non è Tunico modo, di cui si serve l'elezione 
naturale (metaforicamente parlando), per proteggere gli or- 

[1] V. e. Wyville Thomson. Voyage of the Challenger, Atlantic, 
London 1877, p.p. 190, 191. 



240 CAPITOLO IX. 



ganìsmi; essa ricorre ai colori simpatici soltanto allora, 
quando può raggiungere il fine con una certa facilità, os- 
sia quando è aiutata nell'opera sua da una somiglianza, 
tuttoché lontana, già preesistente, o da una particolare at- 
titudine dell'animale a cambiare colore. Oltre i colori sim- 
patici v'hanno degli altri colori di protezione, e sono i mi- 
natorii. Questi ultimi colori sono evidenti, ed impediscono 
che un animale nocivo sia scambiato con un innocuo. Nel 
caso di mimismo l'animale somiglia ad altri di specie di- 
versa e per qualche loro particolarità poco perseguitati dai 
nemici, oppure ad esseri vegetali od emche a corpi inor- 
ganici. Molte sono le osservazioni che furono pubblicate 
su quest'argomento, ed io stesso ne parlai con qualche 
dettaglio nella mia Teoria dell'Evoluzione (p. 3i e seg.); 
qui riferirò intorno a pochi esempi atti a chiarire il prin- 
cipio dell'adattamento. 

Le larve dei lepidotteri, nei primi stadii del loro sviluppo 
sono colorate in verde come le foglie su cui vivono. Non 
v'ha dubbio che questo sia un colore di protezione, e tutti 
sanno quanto sia difficile vedere questi piccoli bruchi verdi 
sopra le foglie di ugual colore. Né si creda che il loro co- 
lore verde sia prodotto dalla clorofilla che trasparisce at- 
traverso agli integumenti ; ciò può ammettersi per le larve 
piccolissime, ma in seguito la cute stessa assume il colore 
verde. Un esempio ci fornisce la Chaerocampa elpenor [i\ 
la quale fino alla prima muta é uniformemente verde, avendo 
nero soltanto il cornetto caudale, e vive SMÌVEpilohium par- 



[1] V« Weismann. Studien sur Descendens- Theorie. Leipzig iS76,i^.iO 
e seg.; inoltre Lubbock Bart., in Bulletin de la Société d'études scien- 
tlf, de Lyon, tom. Ili, 1878, p. 81 e seg. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 241 



vìftorum. Dopo la prima muta appariscono nei bruchi verdi 
delle linee longitudinali, le quali sono bianche, ed il cornetto, 
che era nero, si colora di un rosso vivo alla base. Quale è 
il significato di queste linee bianche? Queste linee sono cer- 
tamente un'eredità degli antenati, come ritiene il Weismann, 
e tornano quindi utili per stabilire la filogenesi della specie; 
ma esse dovevano essere vantaggiose a quegli antenati, altri- 
menti né in essi né nei discendenti non si sarebbero con- 
servate. Il Lubbock [1] crede che alFanimale digià ingran- 
dito e che per le sue dimensioni attirerebbe l'attenzione, 
convenga « dissimulare i contorni del proprio corpo, » ciò 
che sarebbe appunto raggiunto colle linee longitudinali so- 
pra descritte. « Queste linee, dice il Lubbock, somigliano 
tanto nel colore, come nella larghezza, a quelle che si ri- 
scontrano sulle foglie (specialmente delle piante erbacee), 
meglio ancora ai raggi d'ombra proiettati dalle foglie. » 
In un ulteriore stadio di sviluppo queste linee longitudinali 
sogliono scomparire, ed appariscono invece delle linee ob- 
blique diagonali, le quali imitano la nervatura delle foglie 
e contribuiscono cosi a sottrarre l'animale all'attenzione 
altrui. Ma nei bruchi appariscono anche delle macchie ocu- 
liformi; ad esempio, nella Chaeroeampa elpenor esse inco- 
minciano a mostrarsi dopo la seconda muta, quando l'ani- 
male ha una lunghezza di 20 millimitri, si fanno più distinte 
dopo la terza muta, e sono distintissime nei bruchi che hanno 
superato la quarta muta. Tali macchie vedonsi ancora nella 
Chaeroeampa tersa ed in molte altre specie. Il loro signifi- 
calo non é ben chiaro; alcuni vogliono che servano come 

[1] Bulletin de la Société [d'études scientif. de Lyon, tom. Ili, 187S, 
pag. 90. 

La teoria di Darwin, 1« 



242 CAPITOLO JX. 



colori di protezione, somigliando alle macchie delle foglie 
secche, oppure ai frutti, ed in alcuni casi perfino ai, fiori 
delle piante su cui i bruchi vivono. Tale interpretazione è 
forse un po' azzardata, mentre non si può dubitare che in 
alcuni casi i colori vivi e le macchie a forma di occhio o 
di anello sono mezzi per intimidire i nemici, o per destare 
il loro ribrezzo. 

Quest'ultima asserzione può essere sostenuta dagli spe- 
rimenti fatti dal Weismann [1], il quale ha osservato che 
le passere ed i fringuelli temono i grandi bruchi a vivi co- 
lori. Vi sono poi dei bruchi a vivi colori, i quali sono re- 
spinti come alimento dagli uccelli e da altri animali inset- 
tivori, probabilmente perchè hanno un odore fetente o un 
sapore ingrato. Ad essi torneranno utili questi colori, affin- 
chè non sieno scambiati con altri bruchi commestibili , e 
d'altra part3 ai bruchi comm3stibili sarà di tornaconto as- 
sumere i colori vivi degli altri, perchè in tal guisa sfuggi- 
ranno spesso al rostro dei loro nemici. 

Riferirò due osservazioni del dottor Weismann. Egli pose 
un grande bruco di Chaerocampa elpenor nel truogolo di 
un pollaio aparto, dal quale erano stati allontanati i polli. 
Ben tosto vi entrarono dei piccoli uccelli selvatici, passere 
e fringuelli, s'avvicinarono uno dopo l'altro al truogolo, sa- 
lirono sulla parete di questo, guardarono quel bruco girando 
la testa a destra ed a sinistra, ma nessuno ebbe il corag- 
gio di discendere nel truogolo per prendere il grano che vi 
era contenuto. Questo sperimento fu più volte ripetuto, e 
sempre col medesimo successo. Anche gli uccelli maggiori 
hanno timore di questi bruchi, per esempio i galli. Il Weis- 

[t] Studien, ecc., 1376, p. lOO. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE %4» 

mann pose più volte cotali bruchi nel cortile ; i galli si av- 
vicinavano col rostro pronto a ferire, ma giunti in vici- 
nanza si ritiravano di nuovo, e giravano loro attorno per 
un certo tempo, finché, dopo cinque od anche dieci minuti, 
un gallo particolarmente coraggioso attaccava il bruco, l'uc- 
cideva e se lo divorava. 

Vi sono dei bruchi a colori vivi assolutamente incomme- 
stibili, i quali quindi non vengono mai attaccati nò dagli 
uccelli, né dalle lucertole. Cosi queste ultime (Lacerta vi^ 
ridis) rifiutano i bruchi di Euehelia Jacobeae e di Deilephila 
Oaliiy e gli uccelli, secondo il Lubbock, rifiutano la Deilephila 
Euphorbiae, I colori vivi eccitano per conseguenza Tavver- 
sione, e tornano utili anche ai bruchi innocui e commesti* 
bili, come fu già detto (hù sopra. 

Molti altri fatti potrebbero citarsi per provare l'impor* 
tanza biologica dei colori e delle forme nei lepidotteri. Cosi 
i bruchi, quando hanno raggiunto grandi dimensioni, vivono 
di giorno nascosti al piede delle piante di cui si nutrono, 
e noi li vediamo in quello stadio assumere colori oscuri, 
simili a quelli della terra o delle foglie secche. Alcuni bruchi 
hanno una evidente somiglianza con pezzi di legno, e per 
di più hanno T istinto di pendersi rigidi quando si trovano 
in pericolo. È stata citata recentemente la larva di Lipari» 
monaehay la quale si vede assai difficilnsente nelle fessm*;» 
degli alberi dove suol vivere, perché, al dire di Girard [1] 
€ die se confond par sa couleur avec celle des écorces ». 
Ciò che fu detto delle larve, può essere esteso alle imma** 
ginì. Per citare un solo esempio, il Wallace dice di avere 
osservato più voJte la KelUm» paraleeia, che vive neir i- 

[1] V. La Nature, 1878, p. 109. 



244 CAPITOLO IX. 



sola di Sumatra, posarsi sulle foglie secche, e di essersele 
avvicinato tenendo in vista il luogo dove Taveva veduta po- 
sarsi; tuttavia, giunto sul sito, non riusciva che raramente 
a vedere questa farfalla, la quale, nel colore e nella forma, 
durante il riposo, somiglia ad una foglia secca. 

In altri animali si osservano fenomeni simili ai prece- 
denti. Il prof. Pietro Pavesi [1] ed io [2] abbiamo studiato 
gli aracnidi sotto questo punto di vista. Già nel 1875 io 
dissi [3], che molti aracnidi portano tali disegni sul dorso 
da imitare una fogliolina, e citai in appoggio di tale asser- 
zione le specie seguenti: Linyphia vesupina, L. montana, 
L. marginata. Mela segmentata, Zilla montana, Z. albima- 
cula, Z. calophylla, molte specie di Opilio, di Platylophus, 
di Acantholophus e di Gerastoma. È certo del pari, che gli 
aracnidi hanno spesso colori simili a quello del luogo dove 
vivono. Né credo infondata l'asserzione, che la forma di 
formica, che parecchi aracnidi assumono, loro serva di 
protezione, perchè le formiche sono poco perseguitate dagli 
uccelli insettivori in causa dell'acido formico che contea- 
gono. Esempi di tale forma mirmecoide ci offrono i generi 
Janus, Pyrophorus, Salticus, Myrmecia e Formicina. Anzi 
quest'ultima, ch'io scopersi a Modena, s'era lungamente 
sottratta alla mìa attenzione, perché, vista alla sfuggita, 
m'era sempre parsa una formica, anzi che un aracnide. 

I colori degli animali e delle piante hanno un' alta impor- 
tanza biologica. Il dire che il Greatore forni gli esseri or- 
ganici di tali ornamenti, perché fossero la delizia dell'uomo. 



[1] V. Atti della Soe. itaL di Scienze ncU., voi. XVIII. 
[2] V. Teoria dell' Eooluzione, 1877, p. 82. 

[8] V. Darwin. Origine delle specie, trad. ital., mia Nota XXVI, p. 467. 
Torino 1875. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 245 

non é di certo una spiegazione di questi difficili e spesso 
complicati fenomeni; e tale asserzione è smentita dal fatto 
che fiori ed animali variopinti esistettero alla superficie del 
globo assai prima che vi apparisse Tuomo. Ma il significato 
dei colori è assai diverso, come risulta da quanto fu detto 
e da quello che dirò in seguito. Il vario significato può es- 
sere desunto dalla tabella che segue [1]. 

I Oolopi. 



1 

SIGNIFICATO SEDE 


DURATA 


ESEMPI 


1 
Attirano frli inset- Corolla. 
ti pronubi. 


Costante. 


Molti dicotile- 
doni. 


Attirano fri! uc- Frutta, 
celli, perchè dif-j 
fondano i semi. ! 


Costante. 


CiliegiOjVischio. 


1 

Destano timore o ' Integumento, 
avversione. | 

t 

1 
1 


Ultimi stadii della 
metamorfosi. 


Bruchi. 


Tutta la vita. 


Alcuni serpenti. 


Proteggono, uni- 
formo n dosi al- 


Uova. 


Costante. 


Alcuni uccelli. 


l' ambiente in 
cui r animale 
vive. 


Tutto il corpo 
è traspar. 


Costante. 


Meduse. 


1 

\ Integumento. 


Costante. 


OrsD bianco. 


Periodico, a sta- ' Ermellino, 
gioni. i 


Variabile irrego- ' Alcuni pesci e 
larmente. , rettili. 


Sono ornamento 
sessuale. 


Integumento. 


Costante. 


Alcuni uccelli. 


Periodico. 


Alcuni pesci. 



[Il V. anche Sjeidlitz. Beltràge zur Deseendenz-Theorie. Leipzig 1876. 

pp. 27, 28. 



246 CAPITOLO IX. 



DlTergensa e «•Bvergeama del eamtteri* 

Noi abbiamo detto più sopra, che l'elezione naturale debba 
spingere gli organismi ad occupare nella natura sempre 
nuovi posti, dove la lotta è meno severa. Ma queste nuove 
occupazioni non possono avvenire senza un corrispondente 
cambiamento di struttura, per cui si può asserire che l'ele- 
zione naturale tenda a far divergere le forme, o con altre 
parole, essa determina la divergenza dei caratteri, e quindi 
anche il differenziamento degli organi e la divisione del la- 
voro. È questo uno dei più importanti effetti della elezione 
naturale, al quale è dovuto il successivo perfezionamento 
degli animali e dei vegetali. Figuriamoci le varietà di una 
specie sotto la forma di un fascio. Egli è certo che le va- 
rietà tra loro assai affini, che si trovano nell'interno del 
fàscio, avranno a sostenere una concorrenza ferocissima; 
mentre le esterne, tra loro meno somiglianti, avranno mag- 
giore probabilità di sopravvivere, e finiranno col soppian- 
tare le altre. Dopo un certo tempo queste varietà estreme, 
sopravvissute nella lotta per l'esistenza, potranno meritare 
il nome di specie, tanto più che non esisteranno le varietà 
intermedie. Cosi procedendo, la divergenza si farà viepiù 
sensibile; e noi possiamo comprendere, come nel corso dei 
secoli da una base uniforme abbiano potuto svilupparsi gli 
esseri organici infinitamente numerosi, che abitarono ed 
abitano la nostra terra. 

Da ciò si comprende come il differenziamento degli or- 
gani sia per noi il criterio più sicuro della perfezione. Ad 
esempio, nell'idra la contrattilità e la sensibilità risiedono 
in un medesimo tessuto, mentre negli animali superiori la 



DI ALCU^f! EFFETTI DELLA ELEZIONE NA TURA LE 217 



prima ha la sua sede nel muscolo e la seconda nel nervo. V'ha 
di più, in questi ultimi i muscoli stessi ed i nervi costituiscono 
diverse categorie, ossia si distinguono muscoli lisci e mu- 
scoli striati, e nervi sensorii, motoriì e simpatici. Nei celen- 
terati noi osserviamo l'apparato gastro-vascolare, il quale 
funziona da stomaco e da sistema vascolare; negli animali 
superiori questi apparati sono ben distinti fra di loro, e cia- 
scuno alla sua volta è costituito di parti diverse, talvolta molto 
complicate. Questo differenziamento degli organi è stretta- 
mente collegato colla divisione del lavoro, la quale fa si che 
ogni funzione possa compiersi in modo completo e spedito. 
Le produzioni domestiche sono atte a spandere luce an- 
che su questo argomento. Noi abbiamo visto in un capitolo 
precedente, che tutte le razze domestiche di colombi discen- 
dono da un'unica specie selvaggia, il colombo terraiuolo. 
Queste razze si sono formate per la divergenza dei carat- 
teri, determinata dalla elezione artificiale. Un allevatore, 
vedendo un colombo a rostro più breve del consueto, Tha 
prescelto; mentre un altro ha conservato un colombo a 
rostro più lungo del solito. Ambedue camminando sulla via 
intrapresa svilupparono sempre più ciascuno il carattere 
preferito, e cosi si giunse a razze distintissime per la lun- 
ghezza del becco. Raggiunto un alto grado in un senso e 
nell'altro, le forme intermedie furono trascurate dagli alle- 
vatori, 1 quali ammirano e scelgono soltanto gli estremi. 
Lo stesso procedimento essendo stato esteso contempora- 
neamente o successivamente a parecchi caratteri, si otten- 
nero delle razze, le quali differiscono tra di loro in parec- 
chi punti. Il Darwin [i] crede che questo principio possa 

[1] Origine delle tpecie, trad. ital., 1875, p. 102. 



24S CAPITOLO JX, 



applicarsi alla natura « per la semplice circostanza, che 
quanto più diversificano nella struttura, nella costituzione 
e nelle abitudini i discendenti di ogni specie, tanto più 
sono atti ad occupare molti posti assai differenti nell'eco- 
nomia della natura, e quindi riesce loro più facile il raol- 
liplicarsi. » 

L'influenza della diversità di struttura può essere dimo- 
strato con esempi e con sperimenti. Cosi sopra un albero 
può vivere un grandissimo numero di insetti, a patto però 
che appartengano a generi e specie diverse, e gli uni si 
nutrano delle foglie, gli altri del legno, gli altri ancora della 
corteccia, gli altri ancora della radice, ecc. Se invece gli 
insetti appartengono ad una medesima specie, ed hanno le 
medesime abitudini, i medesimi istinti, e vivono quindi della 
stessa paiHo dell'albero; allora un numero di individui as- 
sai minore potrà vivere su quell'albero, perchè un numero 
grande non vi troverebbe il sufficiente nutrimento. Il Dar- 
win [1] trovò che una superficie erbosa, dell'estensione di 
tre piedi per quattro, che era stata esposta per molti anni 
esattamente alle stesse condizioni, conteneva venti specie di 
piante, e queste appartenenti a diciotto generi e a otto or- 
dini, lo che prova quanto differissero fra loro queste piante. 

La rotazione e l'avvicendamento degli agricoltori ripo- 
sano sullo stesso principio. Una data estensione di terreno 
può accogliere moltissime piante successivamente, quando 
queste si alimentano di sostanze diverse. Ciò che l'agricol- 
tore eseguisce successivamente, la natura compie simulta- 
neamente; la natura, al dire del Darwin, adopera quella 
che potrebbe appellarsi rotazione simultanea. 

[1] L. e, p. 103. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 249 

Questa divergenza dei caratteri esclude il caos nelle forme 
di vita. Si è detto: Se le specie derivano da altre specie, per 
mezzo di gradazioni intermedie, perchè la natura non ci 
presenta un caos inestricabile di forme? » Ciò che noi ef- 
fettivamente osserviamo nella natura, non è né una pre- 
cisa limitazione di ogni singola specie di fronte alle con- 
generi, nò il predetto caos inestricabile. E la ragione di 
questo stato di cose non è difficile a scoprirsi dopo quello 
che fu detto nelle righe precedenti. Il caos non si verifica 
nemmeno nelle produzioni domestiche, perchè gli allevatori 
cercano le forme estreme e rifiutano le intermedie; cosi 
anche in natura le forme intermedie sono di breve durate, 
perchè non possono tenere il campo nella lotta colle estreme, 
ed estinguendosi lasciano sopravvivere quelle che collega- 
vano insieme e sono fra di loro meglio distinte. 

Se noi ammettiamo che tutte le specie organiche esistite 
ed esistenti sieno discese da un' unica antichissima forma 
fondamentale per lenta e graduale trasformazione, accom- 
pagnata dalla divergenza dei caratteri; il sistema naturale 
si presenta alla nostra mente sotta la forma di un albero 
gigantesco, dal cui tronco si svilupparono i rami ed i ra- 
moscelli, elevantisi ad altezza sempre maggiore e viepiù 
fra di loro divergenti. Ed in realtà il sistema naturale non 
può considerarsi altrimenti che come un albero genealo- 
gico, ed il termine di parentela, finora adoperato dai siste* 
matici in senso metaforico, va ora inteso nel senso suo 
proprio. I gradi di affinità sistematica non sono che gradi 
di parentela o consanguineità, ossia indicano la distanza 
dal ceppo comune. 

Si è chiesto se possa avvenire anche una convergenza 
dei caratteri, di guisa che due specie molto differenti, ap- 



«50 CAPITOLO JX. 



partenenti forse a due generi distinti, sì accostino Tuna al- 
l'altra nei loro discendenti in modo da doverle comprendere 
in un medesimo genere e perfino in una medesima specie. 
Il Darwin [1] non crede che ciò possa avvenire. « È in- 
credibile, egli dice, che i discendenti di due organismi, i quali 
originariamente differivano notevolmente tra loro, conver- 
gano più tardi in guisa da essere nell'organizzazione pres- 
soché identici. Se ciò fosse avvenuto, noi avremmo incon- 
trato la medesima forma in periodi geològici assai diversi, 
indipendentemente da ogni nesso genetico; ma i fatti con- 
traddicono a tale conghiettura. > 

Non v'ha dubbio, che animali assai diversi per origine, 
possano avvicinarsi tra di loro in uno o pochi caratteri, 
quando sieno esposti ad eguali condizioni di vita. Cosi noi 
vediamo che gli animali viventi verso l'estremo nord o a 
grande altezza sul livello del mare, assumono un colore 
bianco; vediamo che gli animali, i quali abitano entro fori, 
si allungano nel corpo, come i serpenti, VAnguis fragiliSy 
la donnola, ecc.; noi vediamo anche che gli animali ocea- 
nici tendono a farsi trasparenti, e quelli dei deserti ad as- 
sumere il colore della sabbia: ma mentre ciò succede per 
adattamento, tutti gli altri caratteri rimangono egualmente 
differenti o possono anche farsi divergenti, di guisa che non 
si ha alcun ravvicinamento, o soltanto una somiglianza af- 
fatto superficiale. 

Mentre non ò ammissibile che due organismi elevati e 
composti di organi svariatissimi convergano in guisa da 
giustificare la loro riunione in un medesimo genere od in 
una medesima specie; non possiamo escludere che ciò sue- 

[1] Origine delle ipecie, trad. ital., 1S75, p. 115. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 251 



ceda negli organismi bassi e di semplice costruzione. Anzi 
il prof. Oscar Schmidl [1] cita un esempio, in cui tale con- 
vergenza sarebbe avvenuta. I generi cioè di spugne Cha- 
Una e Reniera sono ben distinti ed appartengono a due 
diverse famiglie. Probabilmente dal genere Chalina è di- 
sceso il genere Chalinula colle sue specie assai incostanti, 
e le forme di Reniera danno pure orìgine a specie di ca- 
rattere instabile, le quali nemmeno da uno scrupoloso si- 
stematico potrebbero essere distinte dalle specie di Chali- 
nula, Comunque sia, la convergenza può dirsi Teccezione 
di /ronte alla divergenza che è la regola, e quella tutt'alpiù 
si manifesta in forme basse e semplici, mentre nelle più 
elevate non determina che una superficiale somiglianza. 

I«e piante rampicaBll ed inselllTerc* 

Le piante rampicanti ed insettivore illustrano in modo 
sorprendente la potenza dell'elezione naturale; le une e le 
altre sono divenute interessanti soggetti di studio dopo che 
Darwin ha pubblicato le sue due opere su questi argo- 
menti [2]. 

Il Darwin ritiene che le piante diventino rampicanti per 
arrivare alla luce ed esporre una grande superficie delle 
loro foglie alla sua azione ed a quella dell'aria libera. La 
elezione naturale, di cui si potrebbe dire metaforicamente 
che ha molto ingegno inventivo, ha saputo giungere a que- 
sta meta per vie diverse. 



[1] De$cendenslehre und DarvoirUsmus* Leipzig 1873, p. 139. 
[2] / mocimenti e le abitudini delle piarne rampicanti^ trad. ital. 
Torino 1878. — Le piante insettioore, trad. ita]. Torino 1878. 



252 CAPITOLO IX 



Infatti, tra le piante rampicanti si possono distinguere le 
cosi dette volubili, le quali si attorcono intorno ad un so- 
stegno e non sono aiutate da nessun altro movimento. Un 
esempio fornisce il luppolo (Htimidus lupulus). Quando il 
germoglio si alza dal suolo, i due o tre articoli od internodi 
prima formati sono ritti e restano stazionari; ma quello 
successivo, mentre è ancora molto giovane, si può vedere 
curvarsi da un lato e rivolgersi lentamente all' intorno verso 
tutti i punti della circonferenza, procedendo, col sole, al 
pari degli indici di un orologio. Il movimento di rivoluzione 
continua fino a che la pianta continua a crescere; ma cia- 
scun internodio separato, divenendo vecchio, cessa di muo- 
versi. Altri esempi di piante volubili, sono le specie se- 
guenti: Lygodium scandens, L. articulatum fra le acotile- 
doni; Ruscus androgynus, Tamus communis, Lapagerea 
rosea fra lo monocotiledoni ; Stephania rotunda, Phaseolus 
vulgaris, Ipomea purpurea, Convolvulus sepium, Plumbago 
rosea, Lonicera brachypoda e Aristolochia gigas fra le di- 
cotiledoni. 

Fra le stesse piante volubili si riscontrano variazioni 
numerose. Cosi in alcune si avviticchiano tutti i rami, in 
altre soltanto i laterali, in altre ancora soltanto i superiori; 
alcune sono sempre e dappertutto volubili, altre soltanto 
nel cuore delFestate, altre ancora solamente quando cre- 
scono in un buon terreno. 

V'ha una seconda classe di piante rampicanti, le quali 
salgono mediante organi irritabili o sensitivi, e furono ag- 
gruppate in due suddivisioni, cioè: piante che si arrampi- 
cano mediante le foglie o che conservano le foghe in uno 
stato funzionale, e piante a viticci. Nel primo caso sono 
ora i pezioli che afferrano il sostegno, ora le cime delle 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 253 



foglie. Fra le piante che s'arrampicano colle foglie, cite- 
remo la Clematis vitalba, il Solanum jasminoides e la Fu- 
maria ofììcinalis. I viticci sono noti a tutti, e vengono ado- 
perati dalle piante esclusivamente per arrampicarsi; il pi- 
sello comune e la vite ci forniscono buoni esempi. 

Oltre le due grandi classi di piante rampicanti, di cui so- 
pra abbiamo fatto menzione, ve ne hanno due altre classi 
costituite di piante, le quali rampicano mediante uncini e 
mediante radici. Inoltre molte piante si arrampicano e stri- 
sciano su per le siepi in modo ancora più semplice, senza 
alcun aiuto speciale tranne che i loro germogli principali 
sono generalmente lunghi e flessibili. Tra le piante rampi- 
canti mediante uncini, possonsi citare le specie Galium 
aparine, Rubus australis e alcune rose; tra quelle rampi- 
canti col mezzo di radici è nota V edera comune (Fledera 
helix). 

Le piante rampicanti hanno, di fronte alle altre, un 
grande vantaggio: quello cioè di giungere a grande altezza 
con un piccolissimo consumo di materia organica. Ma, fra 
le slesse rampicanti, noi abbiamo tre gradi di perfezione^ 
di cui il primo è rappresentato dalle volubili, il secondo da 
quelle rampicanti mediante foglie, il terzo dalle piante a 
viticci, è potrebbe dimostrarsi che le seconde sono passate 
pel primo gradino, le terze pel secondo. Se questi effetti 
furono prodotti dalla elezione naturale, si potrà domandare^ 
quale vantaggio sia recato ad una pianta col convertirla 
da volubile in una pianta a vitìcci. Risponderemo con una 
osservazione del Darw^in [1], il quale dice: € Misurai lo stelo 

[Il / mooimenti e le abitudini delle piante rampicanti^ trad. ita'., 

1878, pp. 14-15. 



254 capìtolo JX. 



di un fagiuolo, che era salilo esattamente all'altezza di due 
piedi ed era lungo tre piedi; lo stelo di un pisello, d'altro 
canto, che era salito alla stessa altezza mediante i suoi 
viticci, non era che poco più lungo dell'altezza raggiunta >. 

Le piante rampicanti tutte risparmiano della materia or- 
ganica col produrre un fusto debole e sottile, il quale non- 
dimeno le porta a grande altezza. Di più, fra le stesse 
piante rampicanti sussistono delle naturali differenze. La 
elezione naturale, valendosi delle variazioni utili, ha pro- 
dotto tutti questi effetti; anzi, si può dire ch'essa agisca 
continuamente sotto ai nostri occhi, perchè molte piante 
trovansi oggiJi nell'uno o nell'altro di quegli stadii infe- 
riori che furono già superati dalle attuali rampicanti più 
perfette. 

Veniamo alle piante insettivore. Può dimostrarsi con 
molti fatti che varie piante, si nostrali che esotiche, hanno 
la proprietà di secernere da particolari ghiandole delle loro 
foglie un succo analogo all'umore gastrico degli animali e 
di contrarre all'arrivo di qualche insetto Torlo delle foglie 
od i lunghi peli del margine, in guisa da accalappiarlo. 
L'animale si dibatte, ma la foglia lo racchiude sempre più, 
e mentre esso si invischia nel succo attaccaticcio e muore, 
questo, agendo da fermento, finisce collo scomporle in un 
liquido che facilmente è assimilato dalla foglia, la quale se 
ne alimenta per sé e per finterà pianta. 

Tali fenomeni furono ©«servati nelle Droaeraeee, e più 
particolarmente nelle spscw Drosera rolundifolia (vedi fi- 
gura 19), anglica, intermedia, capensis, spathulata, filiformis, 
binala; Dionaea muscipula; Aldrovanda vesiculosa, ecc. 
Nella Drosera rotimdifoliay ad esempioir le ghiandole sono 
sensibilissime ad ogni più piccola pressione, per cui, irri- 



DI ALCUSI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 





tale o premute da un corpo slraniero, trasmettono l'irpi- 



256 CAPITOLO JX 



tazione ai tentacoli marginali, i quali si piegano verso 
il cenlro della foglia ed abbracciano cosi Toggello che si 
trova nello spazio da essi circoscritto {^g. 19, 6). Quando 
un insetto si poggia sulla lamina della foglia, esso rimane 
appiccicato alla secrezione vischiosa, ed i tentacoli vicini 
cominciano tosto a curvarsi verso il medesimo e finiscono 
coiravvinghiarlo da tutte le parti. Basta un insetto minu- 
tissimo, per esempio una specie di Culex, per determinare 
questo fenomeno. È probabile che le foglie della Drosera 
abbiano tale odore da attirare gli insetti, per cui possiamo 
considerarle come altrettanti tranelli, nei quali sia posta 
un'esca. 

Oltre le Droseracee, sono interessanti come insettivore 
anche le Utricularie. La Pinguicula viilgaris, ad esempio, 
piglia colle sue foglie, coperte di una sostanza vischiosa, 
degli insetti, ed oltre ciò delle piccole foglie di altre piante, 
dei semi, ecc. Qui mancano i tentacoli, ma il lembo della 
foglia si piega all'interno sotto l'influenza di una pressione 
di qualsiasi oggetto irritanrte. Tanto gli insetti come i 
frammenti vegetali, vengono poi digeriti; la Pinguicula può 
quindi dirsi in parte insettivora, ed in parte fitofaga; le sue 
piccole radici essendo insufficienti a recarle il conveniente 
nutrimento. In modo analogo si comportano altre specie 
dello stesso genere. 

Un apparato diverso osservasi nell' Utricularia neglecta. 
Questa pianta acquatica porta delle vescichette della lun- 
ghezza di circa due millimetri e mezzo che hanno tutta 
l'apparenza di un crostaceo entomostraceo. Queste vesci- 
chette sono portate da brevi picciuoli, ed hanno un'aper- 
tura che mette nell'interno circondata da molti filamenti a 
guisa di antenne. L'apertura stessa è chiusa da una valvola 



DI ALCUSI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATURALE 257 



perfettamente trasparente, che si apre verso T interno. I 
piccoli animali, per esempio, larve di insetti, crostacei e 
vermi, entrano nella vescica aprendo la valvola, ma non 
possono più uscire perchè la valvola non si apre in fuori, 
e non sono abbastanza forti per romperla. Quindi, muoiono 
colà e si decompongono; i prodotti poi della loro decom- 
posizione sono assorbiti da prolungamenti speciali, qua- 
drifidi, che nascono in grande quantità dalla superficie in- 
terna della vescica. Analoghi fenomeni furono osservati in 
altre specie di Utrieularia e di generi affini. 

Una pianta che si rende rampicante occupa, per cosi 
dire, un nuovo posto nella economia deUa natura, e la 
stessa cosa può asserirsi di una pianta che si fa insetti- 
vora. Ogni passo in queste due direzioni tornerà utile alle 
piante, e relezione naturale perfezionerà quindi la struttura 
e gli apparecchi che rendono i vegetali adatlati ai nuovi 
posti che occupano. Da ciò si spiega la perfezione degli 
organi che si prestano all' arrampicamento, e più ancora 
di quelli che rendono le piante atte alla presa degli insetti 
e di altri piccoli animali. 



EsIIdsbIodo delle specie e forme di (ranslalone. 

Parlando della divergenza dei caratteri, noi abbiamo detto 
che gli allevatori amano q\ì estremi e trascurano le forme 
intermedie, per cui queste si estinguono. Ciò avviene ge- 
neralmente anche in natura, sebbene non vi siano degli 
allevatori; ed avviene per opera della elezione naturale, la 
quale preserva le forme meglio adattate alle condizioni di 
vita e lascia perire le meno adattate. 

La teoria di Dartoln. 17 



258 CAPITOLO JX 



Il Darwin [1] stesso cosi si esprime su quest'argomento: 
€ L'elezione naturale agisce semplicemente conservando le 
variazioni in qualche riguardo vantaggiose, le quali perciò 
si rendono slabili. In causa deiralta ragione geometrica di 
accrescimento in tutti gli esseri organizzati^ ogni paese 
contiene un numero completo di abitanti; ed essendo molte 
aree occupate da forme assai diverse, ne segue che se ogni 
forma eletta e favorita si accresce di numero, generalmente 
le forme meno perfezionate diminuiranno e diverranno rare. 
La rarità, secondo le dottrine della geologia, precorre la 
estinzione... Posta la formazione lenta e continua di nuove 
forme, quando non si supponga che il numero delle forme 
specifiche vada crescendo quasi indefinitamente, fa d'uopo 
che alcune inevitabilmente si estinguano ». La paleontologia 
ci insegna che il numero delle specie tanto animali che ve- 
getali, le quali si spensero nel corso dei secoli, è grande, 
e di queste specie non giunsero a noi in generale che 
scarsi avanzi, i quali furono scavati dal seno della terra. 

Non so come si possa spiegare questa estinzione dal 
punto di vista della teoria della creazione. Non può sup- 
porsi altro se non che il Creatore, pel solo amore della 
varietà, distruggesse le specie lungamente vissute per so- 

■ 

stituirle con altre specie nuove, più belle e più perfette. E 
cosi infatti diceva la teoria dei cataclismi, la quale faceva 
intervenire il Creatore di tratto in tratto nelle cose di questo 
mondo per distruggere ogni essere vivente e crearne degli 
altri. Ma nessun scienziato presta oggi fede alia teoria dei 
cataclismi, la quale fu dal Lyell confutata per sempre. 
Una spacie si estingue quando sopravvengano dei cam- 

Li] Origine delle specie, trad. ital., p. loo. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NA TURAL E 259 



biamenti nelle sue condizioni di vita, ai quali non può 
adattarsi ; o quando è soppiantata da specie meglio adattate, 
siano di nuova formazione, siano immigrate. L'estinzione 
incomincia colla rarità degli individui, e finisce colla com- 
pleta scomparsa dei medesimi dalla superficie del globo. 

Noi abbiamo esempi di estinzioni avvenute anche nel- 
l'epoca geologica attuale e perfino durante il tempo storico. 
Cosi il Didus ineptus viveva ancora ai tempi di Vasco di 
Gama in una piccola isola della costa orientale dell'Africa, 
ed è ora estinto da quasi due secoli; di esso non abbiamo 
che alcuni imperfetti ritratti che si conservano nel Museo 
Britannico, ed alcuni avanzi del cranio, del rostro e delle 
gambe che trovansi a Oxford e a Copenaghen. Di recente 
estinzione sono anche il Dinornis giganteus e VAepyornis 
maximus; quest'ultimo vive forse ancora, sebbene raris- 
simo, nell'isola di Madagascar [1]. Lo Steinbock delle Alpi 
(Capra ibex) é quasi completamente distrutto. La Rhyiina 
Sielleri, fra i cetacei, è estinta da oltre un secolo (dal 1768). 

L'estinzione delle specie spiega il fatto che oggi le forme 
di vita non costituiscono un caos inestricabile, e la imper- 
fezione delle memorie geologiche ci fa comprendere perchè 
non sia possibile ricostruire esattamente l'intero albero 
genealogico degli animali o delle piante. Noi abbiamo detto 
che l'osservazione della natura ci insegna come, mentre non 
sussiste quel caos inestricabile, d'altra parte i varii gruppi 
di animali e di vegetali non sono sempre tra di loro netta- 
mente separati; e se consultiamo la paleontologia, essa ci 
fa conoscere forme intermedie tra più antiche e più recenti. 

[1] V. BIA19C0NI. Dello EpyorrUs maxinius. Memoria deU'Accfìdcmia 
delle Scienze deU* Istituto di Bologna. Voi. 12, I8d2, estr. p. 5. 



260 CAPITOLO IX. 



Nella natura odierna noi non dobbiamo aspettarci di 
trovare molte forme direttamente intermedie, perchè sono 
tutte contemporanee o quasi; bensì noi troveremo delle 
forme che convergono verso un progenitore comune più o 
meno antico, e che quindi hanno dei caratteri comuni. Fra 
i discendenti del ceppo comune venuti fino a noi, ve ne 
potranno essere di quelli che meno degli altri s'allontanano 
dai primitivi caratteri, e cotali discendenti collegheranno 
insieme generi, ordini od anche classi distinte. Cosi Torni-' 
torinco è una forma di transizione fra la classe dei mam- 
miferi e' quella degli uccelli, e la lepidosirena congiunge 
insieme i pesci e gli anfibi. Secondo il Darwin [1] non sa- 
rebbe però affatto impossibile che di due forme viventi, una 
sia derivata dall'altra; ma egli ammette anche che questo 
caso sarà assai raro, perchè allora una forma avrebbe 
dovuto essere rimasta inalterata per un lunghissimo pe- 
riodo, mentre i suoi discendenti andarono soggetti a una 
grande quantità di cambiamenti. Forme direttamente inter- 
medie si potranno trovare oggi nelle produzioni domestiche 
e fra le varietà di una medesima specie naturale, perchè 
e le une e le altre possono formarsi in breve tempo e dar 
luogo a nuove razze o varietà. 

Gli esempi più interessanti di transizione ci fece conoscere 
la paleontologia. Una di queste forme è VArehaeopieryx (v, 
fig. 20) che fu trovata negli scisti litografici di Solenhofen^ 
e che dapprima era stata descritta da A. Wagner come un 
rettile pennuto col nome di Gryphosaurus, mentre più tardi 
rOppel ed altri riconobbero che si trattava di un uccello 
con alcuni caratteri da rettile. Gli uccelli attuali hanno una 

• 
[1] Origine delle specie, trad. ital. 1875, p. 272. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NATUBALE *M 

coda poco sviluppala, mentre X'Archaeopteryx, uccello pri- 
mitivo, J'ha lunga, formata di molte vertebre e munita ai 
lati di penne. Gli arti toracici erano organi atti al volo, 
come si può vedere dalla figura qui annessa. 




Non meno interessante è V Hesperornìs, scoperto dal Marsh 
entro gli strati della creta nell'America occidentale. Questo 
uccello é notevolissimo percliè porta dei denti a corona 
ricurva, muniti di grossa radice e piantati entro un solco. 
Cosi che ora si é costretti a cambiare la definizione della 
classe degli ucceHi, clie prima si credevano sforniti di denti. 
Anche un altro uccello, \' Ichihyornis, é armato di denti, 
i quali sono piantati in alveoli separati [i]. 



[1] V. Huxley. In America gehaUene leiìr. Vortràge. Braua- 
flcliweìg 1370, pp. 43-46. 



tu CAPITOLO IX. 

Un'altra forma intermediaria singolare è il Pterodaetylu» 
(vedi flg. Si), il quale é essenzialmente un rettile, ma pre- 
senta alcuni caratteri degli uccelli, ad esempio, nella forma 
della sua scepola e del cranio, e nella presenza di una 
cla^icula coracoidea ; ed altri dei pipistrelli, e precisamente 
nella conformazione del suo apparato del volo. È notevole 




l'enorme allungamento di uno fra le dita ; questo carattere 
però non può considerarsi come una prova di parentela 
intima coi pipistrelli, ma piuttosto come un caso di con- 
vergenza dei caratteri dipendente dalla comune altitudine 
al volo. 

Il passaggio dai rettili agli uccelli, olire che dalle forme 
succitate, é formato da un gruppo singolare di animali 
fossili che sono noti sotto il nome di Ornitoscelìdi. I loro 
avanzi riscontransi nelle formazioni mesozoiche e s'hanno 
indizii della loro esistenza anche nelle formazioni paleo-^ 



DI ALCUXI EFFETTI DELLA ELEZIONE SATURALE 263 

zoiche. Erano rettili terrestri, di notevole statura, cosi che 
raggiungevano una lunghezza di dodici e più metri, somi- 
glianti nell'abito generale alle lucertole ed ai coccodrilli, 
tanto più che alcuni erano corazzati. In alcuni Ornitoscelidi 
gli arti posteriori erano allungati, gli anteriori invece ac- 
corciali; possedevano denti ed una specie di ranfoteca; e 
ciò che più ancora interessa, secondo il competente giudi- 
zio di Huxley [i], la pelvi e gli arti degli Ornitoscelidi sta- 
vano nel mezzo, riguardo alla forma ed allo sviluppo, fra 
le ossa omoleghe del coccodrillo da un lato e quelle degli 
uccelli dall'altro lato. Il passo da un Ornitoscelide ad un 
uccello è breve, e noi abbiamo qui una vera forma inter- 
mediaria. 

Molte forme di transizione ci fece conoscere recentemente 
il Gaudry [2] fra i mammiferi terziarii. Faremo qui due 
sole considerazioni attinte al lavoro di questo insigne pa- 
leontologo. I solipedi discendono dai pachidermi; questa 
asserzione può essere sostenuta con molti fatti. Esaminiamo 
gli arti che, dopo i denti, sono le parti più interessanti che, 
spogliate delle carni, arrivarono fino a noi. Nel Palaeothe- 
rlum, animale fossile terziario, le dita sono tre, e quello di 
mezzo é appena più robusto dei due laterali (vedi fig. 22). 
Nel genere Anchitherium, pure fossile, il dito di mezzo ed 
il corrispondente metacarpo si ingrossano a spese delle 
altre dita, il cui volume diminuisce notevolmente. Nel ge- 
nere //i;/)/)arrbn, fossile anch'esso, i metacarpi esterni sono 
esili, e le dita laterali sono brevi di fronte al dito medio 



[1] Jn America gehaltene wiss. Vortràge, p. 54. 
[2] Les enchainements da monde animai dans les temps géolO' 
giquea, Mammifères tertiaires. Paris 1878. 



CAPITOLO JX 




mm. 




# 




DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIOSE NATURALE 265 

che ha preso grande sviluppo. Nel cavallo odierno infine 
i metacarpi eslerni sono rudimentali, e le dita esterne sono 
scomparse lasciando il posto all'unico dito medio. Nessuno, 
guardando un animale qualsiasi del gruppo dei tozzi e pe- 
santi pachidermi e confrontandolo col nostro elegante e 
leggero cavallo, cosi destro nella corsa, potrebbe supporre 
che questo discende dai pachidermi antichi, se la crosta 
terrestre non ci avesse conservate le prove di tale origine. 

Mentre dai pachidermi a numero impari di dita sono di- 
scesi i nostri cavalli, dai pachidermi antichi a numero pari 
di dita sono discesi i ruminanti. La" natura attuale slessa 
ci insegna come ciò possa essere avvenuto. Il cignale (Sus 
scropha) ha quattro dita, di cui le due di mezzo sono assai 
più sviluppate delle due laterah; in conformità delle dita 
noi vediamo sviluppate le ossa del metacarpo o metatarso. 
ì^eXV Hyaemoschus aquaticus noi vediamo le dita laterali 
impicciolirsi insieme colle ossa relative del metacarpo o 
metatarso; questa riduzione è ancora più spiegata nel Cer- 
VU8 eapreolus, ed ancora più nel Calotragus campestris^ 
dove le dita esterne mancano e non si ha che una leggiera 
traccia delle ossa del metacarpo o del metatarso. La ridu- 
zione è spinta anche più oltre nel feto bovino, e raggiunge 
il suo apice neir ariete, nel bove adulto ed in altri ru- 
minanti (vedi hg. 23). 

Si obbietterà certamente che il bue non può discendere 
dal Calotragus -campestris, né questo dal Cervus capreo- 
luSy ecc., perchè tutti sono animali oggi viventi. E l'obbie- 
zione è giusta; ma bisogna riflettere che tra gli animali 
fossili noi troviamo il Palaeochoerus, conformato ad un 
dipresso negli arti come il cignale; noi troviamo un 
Hyaemosehus simile all'attuale e conosciamo il Dremothe^ 



CAPITOLO IX. 



rium affine agli odierni Tragulus. Per cui non è senza fon- 




ì ^ 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIONE NA TURALE 267 



(lamento T asserzione che i nostri ruminanti discendano 
dagli antichi pachidermi a numero pari di dita. 

In modo analogo i diversi gradi di perfezione che pre- 
senta un organo nei varii animali oggi viventi, ci segnano 
gli stadii pei quali quest'organo é passato per raggiungere 
la vetta che ha guadagnato. Forse nessun esempio è più 
interessante di quello tolto dal cuore dei vertebrati. I dot- 
tori De Sanctis e Lucarelli [1] hanno messo giustamente 
in evidenza questa gradazione. Infatti, i mammiferi e gli 
uccelli hanno il cuore a quattro cavità, i rettili e batracii 
a tre, i pesci a due ed il Branchiostoma od Amphioxus ad 
una. E mentre pare che non vi possa essere connessione 
fra una classe e Taltra, pure vi sono dei particolari mor- 
fologici per cui una classe precedente si collega coir altra 
che segue. Cosi, mentre non v'ha alcuna differenza essen- 
ziale tra il cuore dei mammiferi e quello degli uccelli, ne 
esistono tuttavia alcune di dettaglio, e l'ultimo mammifero, 
Tornitorinco, compendia in sé i caratteri del cuore delle 
due classi. I rettili e gli anfibi, mentre sembrano differenti 
dalle classi precedenti sotto questo riguardo, pure vi ha 
tra essi il coccodrillo che ha il cuore a quattro cavità, e 
che può ritenersi come un anello di connessione tra i qua- 
trilocolari ed i triloculari. I batracii si legano ai pesci per 
r intermedio della lepidosirena, che ha il cuore organizzato 
più sul tipo dei batracii che su quello dei pesci a cui ap- 
partiene. Infine, tra i pesci v'ha l'ultimo di essi, V Amphioxus, 
il quale rappresenta un ponte di comunicazione tra i ver- 
tebrati e gli invertebrati. 

Come nel caso dei pachidermi e dei ruminanti, cosi anche 

[1] Compendio di Anatomia comparata, NapoU 1870, pp. 185-186. 



26S 



CAPITOLO ÌX. 





qui noi non possiamo concludere che gli attuali anfibi di- 
scendano dagli odierni pesci, nò i rettili dell'oggi dai loro 
contemporanei anfibi, e cosi di seguito; ma dobbiamo però 
ritenere che i pesci antichi abbiano generato gli anfibi più 
recenti, e questi i rettili anche più recenti, i quali alla lor 
volta produssero gli uccelli ed i mammiferi. 

Come esempio interessante delle forme 
di transizione, deve pure citarsi la Valoata 
(Planorbis) multijormis del calcare di Stei- 
nheim (fig. 24). In questa località ergesiun 
colie terziario, di cui più che la metà si 
compone di seguaci della Valvata predetta. 
Alla cima di questo colle, le chiocciole sono 
foggiate a guisa di torre (var. iurbinlformis\ 
alla base invece somigliano ad un umbelico 
depresso (var. planorhiformis). Ma queste 
due forme estreme sono fra loro congiunte 
mediante una lunga serie di forme inter- 
medie, in tale modo che a nessuno riusci- 
rebbe di tracciare tra esse una linea di 
vaivata muitiformis. esatta scparazìonc; le due principali varietà 
l\ T- i&'ìlr" di transizione furono chiamate varietas in- 
X » turbinifoJ^. termedia e varieias trochiformis. « Perfino 
più scrupoloso dei dotti » dice Settegast [1] « pronto 
sempre a trarre partito da ogni differenza allo scopo di 
presentare una nuova specie, rimarrebbesi scoraggiato 
di fronte al Klosterberg di Steinheim, e sarebbe costretto a 
confessare che tutte le forme, le quali a milioni preme il 
suo piede, cosi adagio e insensibilmente trascorrono Tuna 




^«Hl^ 



/ 




ff. 



w 



Fig. 24. 



[1] L'allecamerUo del Bestiame, trad. ital., 1876, p. 33. 



DI ALCUNI EFFETTI DELLA ELEZIOSE NA TURALE £69 



nell'altra, che è necessità scorgervi una sola ed unica 
specie ». Sarebbe forse meglio il dire che quelle conchìglie 
appartengono a più generi, posti in serie genetica; noi ve- 
diamo a Steinheim il genere Planorbis tramutarsi lenta- 
mente nel genere Trochus, e questo nel genere Turbo. 

I naturalisti hanno dimostrato che delle forme di transi- 
zione ve ne sono realmente; ma noi ne conosceremmo un 
numero assai maggiore se le memorie geologiche fossero 
meno imperfette. Molti animali delicati non lasciarono ve- 
runa traccia di sé, e gli avanzi di altri furono in seguito 
distrutti dall'azione dell'acqua e di quel calore centrale che 
riusci a metamorfosare montagne intere. Inoltre, degli 
avanzi oggi esistenti entro alla corteccia terrestre, soltanto 
pochi furono tratti alla luce del giorno e giunsero nelle 
mani degli scienziati. Questa imperfezione delle memorie 
geologiche non è una scusa inventata per coprire i difetti 
delle nostre teorie; ogni geologo sa quanto sia vera e quanto 
sia necessario non perderla di vista, per cui non solo il 
Lyell, ma anche il Darvv^in[l], e più recentemente THuxley [2], 
hanno rivolto su di essa la nostra attenzione. 

[1] Origine delle specie, trad. ital., 1875, p. 271. 
[2] In America gehaltene wiss. Vortràge. Braunschweig 1879, pa 
ffina 35. 



CAPITOLO X. 



L ISTINTO E l'intelligenza. 



Alcuni trovano una grande difficoltà nelF ammettere che 
reiezione naturale possa perfezionare gli istinti, e la sen- 
tono in guisa che per questa sola ragione respingono la 
teoria di Darwin. Il naturalista inglese fa questa giusta 
osservazione in proposito [i]: «Tutti ammetteranno che gli 
istinti sono importanti non meno della struttura corporea 
per il benessere di ogni specie nelle presenti condizioni di 
vita. Sotto mutate condizioni di vita é almeno possibile che 
piccole modificazioni di istinto divengano vantaggiose ad 
una specie; e se può provarsi che gli istinti variino, anche 
leggermente, allora non saprei vedere alcuna difficoltà nella 
preservazione e continua accumulazione delle variazioni 
dell'istinto per mezzo della elezione naturale, fìnchò esse 
fossero utili. Io credo che tale fu appunto l'origine degli 
istinti, anche dei più complessi e portentosi». 

L'istinto è una di quelle espressioni che fecero molto 
male nella scienza, come la forza vitale nella fisiologia 

[1] Origine delle specie, trad. ita!., i875, p. 214. 



L'IST'XTO E VI\TELLIGESZA 271 



oppure il horror vacui (rorrore del vuoto) nella fisica. V'ha 
della gente che attribuisce all'istinto ogni manifestazione 
psichica degli animali e che crede T intelligenza propria 
soltanto dell'uomo. Ma chi s'attacca a questo dualismo [1] 
non guadagnerà mai un concetto filosofico esatto della na- 
tura, la quale non conosce queste distinzioni artificiali. Noi 
dobbiamo invece ritenere che ogni animale, dall' ameba 
all'uomo, sia dotalo di intelh'genzn, il cui grado varia in 
relazione alla struttura corporea. 

Innanzi tutto giova osservare col Bùchner [2] che non 
tutte le azioni degli animali, che si considerano come istin- 
tive, sono realmente tali. Cosi non può attribuirsi all'istinto 
il fatto che gli uccelli si servono talvolta dei rifiuti delle 
umane industrie per la costruzione del nido, o l'altro che 
molti uccelli temono gli uomini che portano un fucile, o 
l'altro ancora che la volpe assale il pollaio quando il pa- 
drone dorme o è occupalo altrove, o l' altro ancora che il 
cane nasconde sotto terra gli avanzi del suo pasto per 
escavarli poi quando avrà fame, e molti altri consimili. In 
questi casi si tratta di intelligenza, di azioni compiute con 
riflessione e previsione, e giovandosi dell'esperienza. 

L'istinto è considerato come qualche cosa di invariabile, 
ma si può dimostrare con esempi ch'esso può variare. Ai 
fatti già citati nel capitolo quinto ne aggiungerò qualche al- 
tro^ Il dottor Noli racconta che un pappagallo, il Nesior no- 
tahilis della Nuova Zelanda, il quale vive di frutti e d'in- 



[1] Fra i propugnatori del monismo va citato il nostro A. Incontro. 
Vedi il suo lavoro: Vecoluzlone degli esseri organizzati e la teoria 
darwiniana. Cremona 1877, p. 3 e seg. 

£2] Au8 dein Gelstesleben der TMere. Berlin 1876, p. li. 



172 CAPITOLO A'. 



setti, può diventare carnivoro a segno tale che osa assalire 
le pecore e strappare loro di dosso dei grossi pezzi di carne. 
Snell racconta alcun che di simile di un Kakadù di Giava, 
il quale imparò ad uccidere e divorare i porcellini d'India. 
Si sono visti dei buoi nutrirsi di pesci, quando l'erba faceva 
difetto. Gli animali che abitano nelle piccole isole deserte 
non temono l'uomo, ed acquistano il timore del medesimo 
lentamente col mezzo dell'esperienza. Cosi sopra uno dei 
Faraglioni presso l'isola di Capri vive una lucertola, La- 
eeriamuralis var. eaerulea, che non teme l'uomo, cosi che 
sì lascia prendere senza alcuna difficoltà e allo stato dì 
captività prende il cibo dalla mano e si lascia toccare e 
prendere senza fare il menomo tentativo di fuggire. Il merlo 
(Ttirdvs menda) è certamente un uccello timido; tuttavia 
nei luoghi dove non è perseguitato dall'uomo, come in al- 
cune parti della Svizzera, fa il suo nido negli orti e nei 
giardini in prossimità delle case e si lascia avvicinare dalle 
persone. Un colombo, per solito assai pauroso, la Columba 
palumhus, nidifica a Emden in prossimità delle abitazioni e 
perfino nelle contrade più frequentale. E senza andare lon- 
tani, basta osservare le nostre passere, le quali nelle vie 
delle città temono pochissimo l'uomo, mentre nelle can^pa- 
gne difficilmente riesciamo ad avvicinarci ad esse a tiro di 
fucile. È anche noto, quanto poco la rondine tema l'uòmo 
in seguito al pregiudìzio ch'essa sia un aninrmle sacro, pre- 
giudizio che ebbe forse origine dal fatto che la rondine è 
un animale utilissimo all'agricoltura pei molti insetti che 
distrugge. 

Il gatto, in generale, teme l'acqua; ma il dottor Jàger co- 
nobbe una gattina di sei settimane, che aveva l'istinto di 
bagnarsi portato a tale grado che entrava in o^ni catino 



V ISTINTO E L'JNTELLIGIìNZA 27* 



d'acqua che vedeva ed un giorno, mancando Tacqua, per- 
fino in un vaso da notte ripieno. Ai bruchi manca talvolta 
perfino Tistinto di nutrirsi, per cui girano sulla pianta, che 
suole costituire il loro alimento, senza intaccarla e muoiono 
di fame. Anche ai giovani mammiferi manca talvolta Tistinto 
di prendere il latte materno. Il Larus argentaius^ contra- 
riamente al proprio istinto, costruisce talora il suo nido 
sugli alberi. Le api, che furono trasportate alle isole Bar- 
bados, perdettero ristinto di raccogliere miele, perchè nei 
pressi delle fabbriche di zucchero trovavano in tutte le sta- 
gioni di che nutrirsi. Uistinto del cuccio europeo non è cosi 
isolato, come generalmente si crede, perchè v'hanno anche 
altri uccelli, i quali occasionalmente mettono le uova nel 
nido di altre specie. Le celle dell'ape meritano di certo la 
nostra ammirazione; ma molli apicoltori hanno osservato 
ch'esse non sono né tutte né sempre cosi regolari e cosi 
perfette come si era creduto. È anche noto che i nidi variano 
secondo le regioni ed i luoghi, dove sono costruiti. Iti re- 
gioni fredde essi sono costruiti . di un materiale più. fitto 
che in regioni calde; o le nostre passere quando nidificano 
sugli alberi, costruiscono un nido più regolare che quando 
nidificano nei muri delle case. Le api sogliono raccogliere 
con grande diligenza il polline delle piante; ma se loro è 
fornita della farina di avena o di frumento in una certa 
quantità, se ne servono invece del polline. L'istinto migra- 
torio è uuo dei più interessanti, e dei più importanti per 
Fanimalé che ne è possessore; nondimeno esso varia tanto 
neirinterisità, quanto nella direzione, e può andare totale 
mente perduto in certi individui. 

Le variazioni degU istinti sono rese manifeste dalle no- 
stre osservazioni sugli animali domestici, come fu già detto 

La teoria di Darwin, IS 



274 CAPITOLO X, 



più sopra nel capitolo quinto. Difalti noi sappiamo che il 
coniglio perfezionato non scava tane, come fa il coniglio 
selvaggio; il cane è diventato onnivoro, mentre per sua 
natura è carnivoro, ed altrettanto può dirsi del gatto, che 
pur ò tanto conservatore nelle sue abitudini; il bracco ha 
acquistato l'istinto di mettere in ferma la selvaggina, ed il 
colombo tomboliere quello di fare dei capitomboli. Io ho ci- 
tato, nel capitolo quinto, anche dei casi, i quali provano 
che q\ì istinti non sono infallibili, ma vanno soggetti alle 
aberrazioni. 

Si ritiene da molti che gli istinti non sieno perfettibili, e 
ch'essi si trovino nell'uomo e negli animali a quel grado di 
sviluppo che loro diede il Creatore. Più volte udii obbiet- 
tare contro la teoria della evoluzione, che la rondinella fa 
oggi il nido come lo faceva migliaia di secoli addietro, e che 
in generale gli animali non progrediscono punto nella loro 
intelligenza. Ma quest'opinione è certamente erronea. Noi 
possiamo seguire negli animah domestici colla nostra pro- 
pria esperienza il perfezionamento degli istinti e della in- 
telligenza, e gli allevatori sanno, quali importanti uffici possa 
fare in proposito un'accurata elezione dei riproduttori. Il 
cane non possedeva di certo allo stato selvaggio l'istinto 
della ferma, il quale oggi, per effetto della elezione artifi- 
ciale, é si altamente perfezionato nelle nostre migliori razze 
di bracchi; né il cane primitivo era cosi intelligente, come 
lo sono oggi i cani barboni, i bracchi, i mastini, ed altri. 
Ora se tanto fece l'elezione artificiale, sarebbe strano se 
almeno altrettanto non avesse potuto conseguire l'elezione 
naturale. 

Ma gli istinti si perfezionano anche allo stato di natura 
per effetto dell'elezione naturale. È però difficile il recarne 



L'ISTINTO E L'INTELLIGENZA 275 

le prove, e ciò per due motivi; in primo luogo, perchè que- 
sto perfezionamento, come quello della struttura corporea, 
progredisce lento, di guisa che l'effetto non è apprezzabile 
che dopo una lunghissima serie di generazioni. Quando 
ristinto avrà raggiunto un grado apprezzabile di perfezio^ 
namento, saranno cambiati talmente i caratteri della specie, 
da doverla ritenere diversa dalla antecedente, da cui de- 
riva; in tale guisa deve sembrarci che ristinto non progre- 
disca. In secondo luogo, la struttura corporea lascia trac- 
cie di sé negli strati terrestri; ma noi non possiamo spe- 
rare di trovare degli istinti fossili, i quali ci facciano cono- 
scere gli stadii pei quali passarono successivamente i più 
perfetti che oggi conosciamo. Noi abbiamo delle forme di 
passaggio fossili, come sono, ad esempio, il Pterodaetylus 
e VArchaeopieryx; ma non poteva fossilizzarsi Tistinto delle 
formiche di fare schiavi, o quello degli uccelli di migrare. 
Tutto ciò che si può sperare si é di trovare dei prodotti 
degli istinti, ad esempio, delle celle fossili di ape, o dei nidi 
fossili; ma se si considera che questi sono oggetti assai 
delicati e facili a decomporsi, non potremo punto averne 
una forte lusinga. 

Se l'uomo avesse una vita brevissima, come l'hanno, ad 
esempio, alcuni insetti, e durante questo tempo si riprodu- 
cesse, egli si troverebbe assai imbarazzato davanti ai più 
ovvii fenomeni naturali. Occorrerebbero, ad esempio, molti 
ragionamenti e molte osservazioni per stabilire, con in- 
gegnose teoriche, che la ciliegia è il prodotto del fiore del 
ciliegio, o che la farfalla proviene dal bruco. Ora la durata 
ordinaria della vita umana di fronte al tempo geologico 
può precisamente consid<erarsi come brevissima, da che 
scaturiscono le nostre erronee idee intorno al nesso degli 



276 CAPITOLO X. 



esseri. Se noi potessimo condensare il passato in un breve 
tratto di tempo e schierarlo davanti a noi, credo che arri- 
veremmo a dei risultati sorprendenti favorevoli alla teoria 
delle tramutazioni, e la credenza della creazione sarebbe 
rovinata per sempre. È vero, come abbiamo già fatto os- 
servare, che lo sviluppo ci rappresenta questo condensa- 
mento del passato; ma è vero del pari, che Fontogenesi é 
una filogenesi molto incompleta e molto alterata per gli 
effetti della elezione naturale. 

Siccome per le ragioni anzidette non possiamo seguire 
il perfezionamento degli istinti negli antenati delle specie 
attuali, non ci resta che di osservarli nelle linee laterali. 
Se è vero che gli istinti si sono sviluppati lentamente e 
gradatamente, dobbiamo aspettarci di trovarli negli or- 
ganismi oggi viventi a gradi diversi di perfezione, perché 
il progresso non si compie nelle singole specie né in ma- 
niera eguale nò con eguale energia. Per servirmi delle pa- 
role del Darwin [1] dirò: « Noi dobbiamo aspettarci di tro- 
vare nella natura, come nel caso delle strutture corporee, 
non già le reali gradazioni transitorie, per le quali si rag- 
giunse ogni istinto complesso — mentre queste si incon- 
trerebbero soltanto negli antenati diretti di ogni specie; ma 
bensi troveremo qualche prova di queste gradazioni nelle 
linee collaterali della discendenza; oppure dobbiamo aspet- 
tarci almeno di poter ^dimostrare che gradazioni di qualche 
sorta sono possibili. » 

Essendo questo un argomento di non lieve importanza, 
cercherò di appoggiarlo con un certo numero di fatti e di 
osservazioni, attinte in parte all'opera del Darwin sull'ori- 
ci] Origine delle specie, trad. ital. Torino 1875, p. 215. 



L' ISTINTO E L'INTELLIGENZA 277 

gine delle specie, ed in parte a,l libro del Bùchner sulla 
vita psichica degli animali. 

L'istinto del cuculo. Il cuculo europeo depone le uova nel 
nido di altri uccelli, e queste uova vengono covate al pari 
di quelle depostevi dalla legittima proprietaria del nido. Ge- 
neralmente in ciascun nido è deposto un solo uovo, il quale 
non essendo maggiore di quello di un' allodola, è facilmente 
confuso colie uova legittime, V'ha di più, il giovane cuculo 
mostra subito dopo la nascita Tistinto, la forza ed un ro- 
stro adatto per gettare dal nido i suoi fratelli di nutrimento, 
i quali muoiono poi di freddo e di fame. 

Probabilmente questo istinto del cuculo è stato reso ne- 
cessario dal fatto, che la femmina depone le sue uova ad 
intervalli di due o tre giorni, anziché giornalmente; per cui 
se essa fabbricasse il proprio nido e si posasse sulle sue 
uova, dovrebbe lasciare le prime deposte per qualche tempo 
senza incubazione, altrimenti si troverebbero nel medesimo 
nido le uova ed i giovani nati di differenti età. 

Quest'istinto, quantunque ad un grado inferiore di perfe- 
zione, rinviensi anche in altri uccelli, i quali depongono le 
uova occasionalmente nel nido di altre specie. Nel Molo- 
thrus badius, genere affine agli storni, i due sessi vivono a 
stormi, e talvolta si costruiscono un nido proprio, altre 
volte prendono d'assalto il nido di un' altra specie, ne espel- 
lono la nidiata, vi depongono le uova, le covano ed ali- 
mentano i propri figli; Hudson peraltro crede probabile che 
talvolta vivano parassitici, avendo osservato i pulcini di 
questa specie mentre seguivano uccelli vecchi di un* altra 
specie ed invocavano da essi il nutrimento. Le abitudini pa- 
rassitiche del Molothrus bonariensis sono meglio sviluppate 
che nella specie precedente, ma lontane dall'essere per- 



278 CAPITOLO X. 



fette [1]. È quindi possibile che il cuculo europeo ponesse 
dapprima solo occasionalmente le uova nel nido di altri 
uccelli. Queste aberrazioni essendo riescite utili ai genitori 
ed alla prole, l'istinto si perfezionò colFelezione naturale, e 
giunse al grado che noi riscontriamo nella specie europea. 
Una prova dell'esattezza di questa supposizione l'abbiamo 
nel fatto, asserito da Adolfo Mùller, che il cuculo europeo 
depone talvolta le sue uova sul nudo terreno, le cove e 
nutre i pulcini, ciò che si può considerare come una river- 
sione all'istinto originario di nidificazione da lungo tempo 
perduto. 

L'istinto di fare schiavi. Uno degli istinti più perfetti che 
conosciamo, è quello di certe formiche di fare degli schiavi. 
Questo istinto é da lungo tempo conosciuto, e noi ne ab- 
biamo esatte notizie da Pietro Huber e da altri osservatori. 
La specie più rinomata per tale riguardo è la formica amaz- 
zone, Formica o Polyergus rvfeseens, animale grande nel 
suo genere, forte, vivace, di colore rosso lucente. Questa 
formica non lavora punto, essa non è nemmeno capace di 
mangiare da sé, e riceve quindi l'imbeccata dalle sue schiave. 
Non è la sola inerzia che riduce quest'insetto a tale ina- 
zione, ma bensi la struttura delle sue mascelle, le quali 
per essere lunghe, sottili ed acuminate, non si prestano a 
prendere il nutrimento, e sono invece armi potenti di offesa 
e di difesa. La formica amazzone, colle sue tanaglie, è una 
fiera e temuta guerriera; ma in casa sua è inerte, e tutti 
i lavori necessari vengono eseguiti dalle schiave (Formica 
fuseà). 

Huber fece il seguente sperimento. Egli separò una tren- 

[1] V. Darwin. Origine delle specie, tpad. ital., 1875, p. 223. 



V ISTINTO E V INTELLIGENZA 279 



Una di formiche amazzoni dalle loro schiave, e forni loro 
in copia il nutrimento che sogliono prendere, lasciando in 
mezzo ad esse le larve e le crisalidi, affinché servissero 
alle medesime di stimolo al lavoro, ma esse rimasero oziose, 
né si cibarono, per cui parecchie perirono di fame. Huber 
introdusse allora una sola schiava, la quale si mise tosto 
airopera, diede nutrimento alle superstiti e le salvò; costruì 
poscia alcune cellette, allevò le giovani larve e mise tutto 
in ordine. « Che cosa, dice il Darwin, può darsi di più straor- 
dinario di questi fatti bene accertati? Se noi non conosces- 
simo altre specie di formiche con schiave, sarebbe stato 
inutile speculare come possa essere stato perfezionato co- 
desto istinto meraviglioso. » 

Lespés fece un' altra prova. Collocò davanti ad un nido 
di formiche amazzoni un pezzo di zucchero bagnato; ben 
tosto lo scoprirono le schiave (F. fuscd) e se ne cibarono 
con grande ansietà. Finalmente vennero anche le amazzoni, 
e si misero a correre attorno allo zucchero senza toccarlo. 
Poi fecero conoscere alle schiave, tirandole alle zampe, che 
volevano pur esse essere servite, e le schiave obbedirono. 
Nessun osservatore vide mai le amazzoni mangiare da sé, 
la loro dipendenza dunque dalle schiave è completa. Se noi 
mettiamo allo scoperto un loro nido, noi vedremo fuggire 
le padrone senza darsi alcun pensiero della loro prole, men- 
tre le "schiave prendono le larve e le crisalidi per portarle 
in salvo. 

Invece come guerriere le amazzoni sono terribili, e non 
solo coraggiose, ma perfino audaci. Poche di esse non te- 
mono di assalire un ricco nido di Formica fusea, e portarsi 
via le larve o crisalidi per allevarle alla schiavitù. Forel 
vide più volte le amazzoni assalire i nidi della F, fitsca. 



J83 CAPirOLO X. 



Un giorno egli osservò, corno alcune amazzoni esploras- 
sero la superfìcie «li un formicaio, per scoprirne l'ingresso. 
Dopo alcun tempo viilero un piccolissimo foro che metteva 
neirinterno; ma siccome Tentrata deirintera schiera per 
quel solo pertugio riesciva troppo lenta, continuarono le 
ricerche, e ne trovarono un secondo. In breve tempo tutte 
le amazzoni erano penetrate nel formicaio, da cui uscirono 
di là a pochi minuti in duo colonne, ciascuna portando seco 
una larva od una crisalide. B3n presto le due colonne si 
unirono in una sola, psr imprendere unite la ritirata alle 
loro case. 

In ogni impresa, le antenne di questi insetti sono in con- 
tinua azione; con esso esplorano la via, colle medesime 
s'intendono fra di loro, colle stesse avvertono tutti i peri- 
coli che li minacciano. Voglio invitare il lettore a fare uno 
sperimento, ch'io feci più volte sulle formiche italiane e 
che riesce quasi sempre. Quando si vede che le formiche 
percorrono una certa strada, si attraversi questa via col 
dito premuto sul terreno. Le formiche che giungono nel 
luogo, dove il dito ha toccato il suolo, retrocedono spa- 
ventate, si sbandano e non si rimettono dallo spavento che 
dopo alcuni minuti. Per accertarmi ch'era l'odore del mio 
dito che aveva spaventate le formiche, e non il solco im- 
presso nel terreno, ripetei lo sperimento soprai muri e sui 
tronchi d'alberi, i quali non ricevono impressione alcuna. 
Nondimeno le formiche, giunte al luogo dove il dito aveva 
attraversato la loro strada, si mostrarono egualmente con 
fuse come nel caso precedente, da che si può concludere 
che questi animali hanno un odorato finissimo. 

Tra le formiche v'ha un'altra specie che fa schiavi, ed 
ò la Formica sanguinea, la quale tiene in captività la F. 



nSTIXTO E L'INTELLIGENZA 2S1 



/lisca oppure la F, rufibarbis, che sono anche le schiave 
delia specie precedente. L'istinto delia Formica sanguinea 
ò assai meno perfetto di quello della formica amazzone. 
Infatti la formica sanguigna lavora e mangia da sé, e le 
schiave che tiene, anzi che serve, sono compagne di fati- 
che; di più il numero delle sue schiave è piccolo, e talvolta 
non ne ha affatto. Quando la formica sanguigna migra, 
trasporta seco colle mascelle le sue schiave, mentre invece 
la F, rvfeseens si fa portare da queste ultime. 

Intorno alla F. sanguinea il Darwin [1] ha fatto delle 
esatte osservazioni. « Ho aperto, egli dice, quattordici nidi 
di questa specie ed ho trovato in tutte alcune schiave. I 
maschi e le femmine feconde della specie schiava (F.fusca) 
si trovano solamente nelle loro proprie società e non fu- 
rono mai veduti nei nidi della F. sanguinea. Le schiave 
sono nere ed hanno circa la metà delle dimensioni delle 
loro padrone rosse, talché il contrasto nella loro apparenza 
è grandissimo. Se il nido è leggermente disturbato, le schiave 
escono di quando in quando e, come le loro padrone, sono 
molto agitate e cercano di difendere la loro abitazione: ove 
poi il nido fosse molto guasto e le larve insieme alle cri- 
salidi fossero esposte, le schiave lavorano indefessamente 
colle loro padrone per trasportarle fuori in luogo sicuro. 
Da ciò risulta evidentemente che le schiave si conducono 
come appartenenti alla casa. » 

Un altro genere di Mirmicoidi tiene schiavi e cioè lo 
Strongylognathus, di cui Forel distingue due specie 5. te- 
staceus e S, Hubert; gli schiavi sono tolti dal genere Te- 
iramorium e precisamente dalla specie T, caespitum. Le 

[1] Origine delle specie, trad. ital., p. 224. 



fti2 CAPITOLO X. 



abitudini delle suddette due specie di Strongylognathua sono 
simili a quelle della formica amazzone; le prime però sanno 
mangiare da sé, quantunque lo facciano di mala voglia [1]. 

Intorno al modo, col quale possa essersi formato que- 
st'istinto, il Darwin dice [2] : « Non pretendo di fare alcuna 
congettura per stabilire, con quali gradazioni si sia formato 
ristinto della Formica sanguinea. Però siccome ho trovato 
certe formiche, che non catturano schiave, appropriarsi le 
crisalidi di altre specie, allorché si avvicinano ai loro nidi, 
può darsi che queste crisaUdi, ammassate come nutrimento, 
si siano sviluppate; e le formiche forestiere, cosi allevate 
accidentalmente, avranno seguito i loro istinti e compiuto 
quel lavoro di cui erano capaci. Se la loro presenza di- 
venne utile alle specie che di esse s'impadronirono, se fu 
più utile a (lueste specie il catturare le operaie anzi che il 
procrearle, Tabitudine di raccogliere in origine crisalidi pel 
loro nutrimento, può per mezzo della elezione naturale es- 
sersi consolidata e resa permanente, per lo scopo affatto 
diverso di allevare delle schiave. » 

L'istinto dell" ape domestica di costruire celle. « Sarebbe 
stolto colui, dice il Darwin, che esaminasse la squisita con- 
formazione di un favo, cosi stupendamente adatta al suo 
scopo, senza risentirne un'ammirazione entusiastica. » Com'è 
noto, ogni cellula è racchiusa da sei trapezi ed ha un fondo 
formato di tre rombi; essa è quindi un prisma esagonale, 
troncato in una estremità dai tre rombi predetti. Queste 
celle sono disposte in serie orizzontali ed occupano ambe- 
due le pareti del favo ; la loro apertura rappresenta la fi- 

[1] V. BùciiNKR. Geistesleben der Tìiiere. Berlin 1876, p. 159. 
[2J Origine delle specie, p. 227. 



L'ISTINTO E L'INTELLIGENZA 283 



gura di un esagono regolare. Osservasi inoltre che nel 
punto, dove coincidono tre rombi di tre cellule attigue di 
un lato, cade il centro del fondo di una cellula nel lato op- 
posto, la quale particolarità è al certo una sorgente di so- 
lidità pel fabbricato. 

L'istinto delle api di costruire i favi suddescritti, deve 
coniarsi fra i più perfetti, imperocché questi insetti otten- 
gono in tale guisa, col minor possibile consumo di cera, 
grande spazio cosi per le covate come per la conservazione 
del miele e del polline; e grande solidità della loro abita- 
zione. Il risparmio di cera è determinalo dalla forma delle 
cellule, e dal fatto che tutte le pareli sono semplici, per cui 
ciascun trapezio contribuisce alla formazione di due cellule 
di uno stesso lato, ed ogni rombo a quella di alveoli op- 
posti. Il risparmio di spazio nelle costruzioni delle api ci 
è dimostrato dal calcolo, secondo il quale un favo lungo 
\ir\ decimetro e largo pure un decimetro, può contenere, in 
ambedue le faccie, complessivamente 834 cellule da operaie, 
oppure 488 cellule da fuchi. Alla solidità dell'abitato è prov- 
veduto principalmente con tre misure che sono le seguenti : 
1.** I favi sono fortemente attaccati colle cellule di adesione 
alle pareti della cavità in cui lo sciame vive; se essi sono 
molto pesanti, lo vediamo poggiare in alcuni punti anche in 
basso. 2.® L'orlo di ciascuna cellula è alquanto ingrossato, 
affinchè Tape possa camminare sul medesimo ed appoggiar- 
visi senza pericolo di guastare la cellula. 3.** Come fu sopra 
accennato, i tre rombi, costituenti il fondo di una cellula di un 
lato, sono sostenuti da tre pareti di cellule del lato opposto. 
^ Queste costruzioni delle api sono certamente meravigliose ; 
nondimeno noi neghiamo che tale istinto di fabbricare le 
celle sia stato creato tale quale oggi si manifesta, ma in- 



234 CAPITOLO X. 



vece sosteniamo che si perfezionò lentamente e gradata- 
mente col mezzo della elezione naturale. Una prova in fa- 
vore di quest'asserto l'abbiamo nel fatto, che anche oggi 
alcuni imenotteri, affini alle api, fabbricano delle celle assai 
meno perfette delle sopra descritte. Cosi i pecchioni (Bom- 
bus) si servono, per ricoverare il miele, dei vecchi involu- 
cri crisalidei, cui aggiungono dei tubi di cera, ed inoltre 
costruiscono alcune singole celle di cera rotonde e irrego- 
lari. Fra queste rozze costruzioni e quelle dell'ape dome- 
stica v'ha un'analoga differenza che tra un brutto villag- 
gio ed una elegante città. 

Fra la costruzione assai imperfetta del pecchione e quella 
perfettissima dell'ape sta la costruzione della Melipona do- 
mestica del Messico, la quale forma un favo quasi rego- 
lare di cera, con celle cilindriche nelle quali sono allevate 
le larve. Oltre queste celle essa ne costruisce di maggiori 
per conservarvi il miele, di forma quasi sferica, talmente 
ravvicinate tra di loro che in alcuni punti si toccano; le 
superficie di contatto sono piane. Ogni cella quindi si com- 
pone di una porzione sferica esterna, e di due, tre o più 
superficie rigorosamente piane, secondo che la cella riunisce 
due, tre o più altre celle. È evidente che la Melipona ri- 
sparmia della cera col metodo delle sue costruzioni, perché 
le pareti piane fra le celle adiacenti non sono doppie. 

È possibile che l'istinto architettonico dell'ape sia pas- 
sato per questi stadii che noi oggi osserviamo nel pecchione 
e nella Melipona; il perfezionamento sarebbe naturalmente 
dovuto all'elezione naturale. Quest'opinione è sostenuta an- 
che dal fatto, che ogni risparmio di cera deve tornare uti- 
lissimo all'ape; infatti alcuni osservatori hanno trovato che 
uno sciame di api, tenuto prigioniero, con 500 grammi di 



L'ISTINTO E VINTELUGENZA 28S 



zucchero non produca che 30 grammi di cera, e con 500 gr. 
di miele soli 20 grammi di cera. Sperimenti più recenti ci 
hanno fatto bensì conoscere che questo risultato non può 
applicarsi senz'altro alle api libere, le quali secernono la 
cera con dispendio di zucchero o di miele assai minore, 
tuttavia non si può negare che la cera abbia una grande 
importanza nell'economia delPape. 

Si può obbiettare che le operaie, non riproducendosi per 
lo stato imperfetto del loro apparecchio generatore, siano 
incapaci a trasmettere per eredità i vantaggi acquisiti; ma 
il Bùchner [1] fa osservare essere probabile, a giudicare 
dall'analogia con altri insetti, che le regine e i fuchi co- 
struissero i favi nei tempi andati, di guisa che oggi le ope- 
raie costruirebbero i favi cosi maravigliosi mosse dal dop- 
pio principio delFeredità e dell' imitazione. 

Quantunque la costruzione dell' ape sìa atta a destare la 
nostra ammirazione, noi possiamo, per le ragioni suesposte, 
considerarla come un effetto delia elezione naturale. An- 
dando al fondo della questione, noi possiamo asserire che 
alcuni pochi e semplici istinti bastano per condurre a tale 
risultato,- e dobbiamo condannare tanto quegli autori che 
considerano l'istinto architettonico dell'ape creato con atto 
speciale nel suo pieno vigore, come coloro che pongono 
l'intero risultato a conto dell'intelligenza; cosicché l'ape 
dovrebbe conoscere appieno la geometria e saper estrarre 
dalla cifra di 2 la radice quadrata. 

I semplici istinti sopra accennati sono i seguenti: 
1.** Le api preparano dapprima una grossa lamina di 
cera, in cui, da ambedue i lati, scavano delle sfere; 

[Il Geistesleben der Thiere, p. 279. 



2S0 CAPITOLO X. 



2.® Ciascuna ape si mantiene alla dovuta distanza da 
quelle che lavorano nello stesso lato e nel lato opposto. Que- 
sta distanza non è calcolata con cifre, ma tale che sia possibile 
il lavoro di tutte, senza che Tuna sia d'imbarazzo alle altre; 

3.® L'ape sa arrestarsi nel suo lavoro di escavazione 
quando le lamine romboidali, che in seguito al lavoro com- 
plessivo costituiscono il fondo, hanno raggiunto tale sotti- 
gliezza che una ulteriore escavazione ne produrrebbe la 
' perforazione; 

4.® Colla costruzione dei fondi nel modo suddetto, i piani 
d' intersezione delle sfere di uno stesso lato vengono a for- 
mare naturalmente un prisma esagono, e su questi piani 
Tape erige le pareti che sono destinate ad aumentare il 
lume delle cellule. 

A questi esempi se ne potrebbero aggiungere molti altri. 
Interessante è ristinto delle Territelariae, di costruirsi entro 
terra un tubo foderato di fili sericei, chiuso da una porta 
munita di cardine e di chiavistello; ma il Bùchner [1] ha 
dimostrato come fra le varie Terriielariae quell'istinto sia 
sviluppato in grado assai diverso. 

Non è facile il dare una definizione dell'istinto. Certo é 
che noi chiamiamo istintiva un'azione quando è compiuta 
per impulso innato da tutti o quasi tutti gli individui di una 
specie, in modo simile. « Se Mozart » dice il Darwin [2] 
« invece di suonare il pianoforte a tre anni, dopo uno studio 
prodigiosamente breve, avesse suonalo una melodia senza 
alcuna pratica di sorta, avrebbe potuto dirsi veramente 
ch'egli l'avrebbe fatto per istinto ». 

[1] Geistesleben der Thiere, p. 318 e seg. 
[2] Orfg/ne delle specie, p. 214. 



i: ISTINTO E VJNTELLÌGENZA 2S7 



Sotto il termine di istinto, noi comprendiamo anche i mo- 
vimenti riflessi. Se il pulcino entro Tuovo rompe il guscio, 
questo atto, secondo il Bùchner [1], non è che un movimento 
riflesso; imperocché il pulcino incomincia a respirare 24 
o 36 ore prima di sbucciare; e siccome adopera più aria 
di quella che gli è fornita attraverso il guscio, si agita e 
i*eagisce e- batte col rostro contro T involucro entro cui è 
serrato. Il Darwin [2] ci racconta questo fatto: «Appoggiai 
la faccia contro il grosso cristallo della gabbia d'una vipera 
al Giardino Zoologico, colla ferma intenzione di non rincu- 
lare ove il serpente si slanciasse verso di me; ma esso 
aveva appena battuto il cristallo che la mia risoluzione 
spari, ed io saltai addietro un metro o due con una incre- 
dibile rapidità. La mia volontà e la mia ragione erano rie- 
§cite impotenti contro T immaginazione che mi rappresen- 
tava un pericolo cui per lo innanzi non ero giammai stalo 
esposto. 

L'esempio più bello che si può citare di azioni riflesse 
è quello della rana decapitata, la quale non può evidente- 
mente sentire nò compiere alcun movimento, rendendosene 
conto. Infrattanto, se si mette una stilla di acido sulla fac- 
cia inferiore della coscia di una rana cui siasi mozza la 
testa, essa tergerà la goccia colla faccia superiore del piede 
dello stesso lato; che se sì taglia il piede, non può fare 
cosi; per conseguenza, dopo alcuni sforzi infruttuosi, ella 
rinuncia a questo mezzo, e sembra inquieta come se ne 
cercasse un altro. Infine si giova delFaltra gamba e riesce 
a tergere l'acido. 

fil Gelstesleben, p. 19. 

[2] L'espressione dei sentimenti^ trad. ital. Torino 1873, p. 23. 



23S CAPITOLO X. 



LMstinto e T intelligenza non sono due cose diverso nella 
Loro essenza. Un atto che è compiuto da una specie du- 
rante molte generazioni volontariamente, diventa istinto, 
passando per lo stadio deirabitudine. Insieme coir istinto si 
sviluppano quelle parti dell'organismo che sono necessarie 
al suo compimento. Questo concetto è espresso anche da 
Haeckel [1] dove dice: « Noi dobbiamo considerare gli istinti 
essenzialmente come abitudini dell'anima, acquisite per 
adattamento, trasmesse per eredità a molte generazioni e 
divenute fisse ». I movimenti riflessi hanno questa medesima 
origine. 

Si può quindi riassumere quello che fu detto intorno agli 
istinti, nel modo seguente. Le abitudini utili alle specie fu- 
rono conservate dall' elezione naturale e divennero istinti. 
Questi si perfezionarono a grado a grado, ed alcuni di essi 
raggiunsero una perfezione maravigliosa ; ma in mezzo a 
questi portentosi istinti ne abbiamo altri meno perfetti, i 
quali segnano la via da quelli percorsa. Insieme cogli istinti 
sorsero e si svilupparono eziandio i mezzi materiali per 
attuarli. È adunque sempre l'elezione naturale, conseguenza 
della lotta per l'esistenza, che produce quegli effetti die ta- 
luno vuole attribuire ad una mente creatrice. 

La ereditarietà dell'istinto deve essere ammessa da tutti, 
anzi l'asserirla è un pleonasmo, perchè soltanto quegli im- 
pulsi interni chiamansì istinti che sono ereditarli. Tuttavia 
giova insistere su questo fatto, perchè, ammessa la eredi- 
tarietà degli istinti, cessa ogni ragione di negare quella delle 
abitudini e della intelligenza. E disse bene il Buccola [2} 

[1] Natùrliche Schópfungsgeschichte. Berlin 1870, p. 635. 

[2] La dottrina dell'eredità e i fenomenipsicologici. Palermo 1879, p. 16. 



L'ISTINTO E L'INTELLIGENZA 2S9 



in uno scritto recente, asserendo quanto segue: « Rovi- 
stando nelle pagine della storia e dell'esperienza cotidiana, 
interrogando le molteplici manifestazioni vitali delle classi 
zoologiche, é possibile raccogliere grande numero difatti 
e. dimostrare l'eredità degli istinti, de' sensi, delle emo- 
zioni, della volontà e dell' intelligenza». 

Fu detto sopra che insieme coli' istinto, deve trasmettersi 
e perfezionarsi una determinata struttura corporea. Allu- 
deva con queste parole ai mezzi che sono necessarii, per- 
chè ristinto possa entrare in azione. Infatti il picchio non 
potrebbe rampicare sugli alberi, se non avesse i piedi e le 
penne timoniere all'uopo conformate; né l'anitra potrebbe 
nuotare, se le mancasse la membrana natatoria; né l'ape 
costruire le sue celle, se non fosse nel possesso delle ghian- 
dole che secernono la cera. Ma ciò non basta. L'istinto 
non è cosa estranea alla materia, ma una manifestazione 
di essa. « Le dottrine moderne » dirò col Buccola [1] 
« oramai hanno posto in chiara luce che il dualismo dei 
fenomeni delio spirito e del corpo si risolve nell'unità, 
checché ne dicano i sillogizzanti dell'assoluto ». Ed ana- 
loghe idee ha espresso l'Haeckel [2], il quale, nelle sue 
opere, sostiene decisamente il monismo di fronte al dua- 
lismo. L'istinto quindi, in sé, non può trasmettersi, come 
non si trasmette un qualsiasi movimento; ciò che si tra- 
smette effettivamente è il substrato materiale, ossia una 
determinala, non ancora definita, struttura del sistema ce- 
rebrospinale, la quale è la causa efficiente dell'istinto. Un 
confronto può chiarire l'idea. È possibile che si trasmetta 

[1] La dottrina dell'eredità, p. 52. 

[2J Gesammelte pop. Vortrùge» Bonn 1879, p. 110. 

La teoria di Darioin. 19 



2ro CAPITOLO X. 

di padre in figlio il modo di gesticolare, quantunque alcuni 
autori neghino il fatto attribuendolo air imitazione. Ma 
supponiamo che questa trasmissione avvenga. Egli è ben 
chiaro che non è Tatto del gesticolare che si trasmette, 
ma bensì una determinata struttura dei centri nervosi e 
della muscolatura, che determina quella precisa maniera 
di gesticolare. 

L'istinto ò un impulso interno e vago; per metterlo in 
•pratica concorre T intelligenza in grado variabile, ed è sem- 
pre difficile distinguere in un' azione quanta parte ebbe il 
primo e quanta la seconda. Quando il cuculo mette le uova 
nel nido di un'altra specie, quest'azione ncn è nò tutta istin- 
tiva, né tutta intellettuale. Istinto, per cosi dire, è lo schema 
dell'azione; il resto è lavoro intellettivo. Cosi gli uccelli ni- 
dificatori hanno T istinto di fare il nido, ma T intelligenza 
insegna loro il luogo propizio, il materiale più utile da im- 
piegarsi e li spinge ad abbandonarlo quando non sia stato 
costruito in luogo sicuro, ed a modificarlo se non corri- 
sponde allo scopo. 

Volendo separare T istinto dall' intelligenza, sembra che 
si possa esprimersi in questo modo. Quelle disposizioni del 
sistema cerebro-spinale le quali si ripetono spesso ed in 
modo uniforme in tutti gli individui di una specie, perchè 
tutti conformati simihnente e soggetti alle medesime con- 
dizioni di vita, vengono fissate nel sistema predetto e tra- 
smesse per eredità; colali disposizioni costituiscono T istinto. 
Le disposizioni costituenti T intelligenza sono soggette a 
variare nei singoli individui, e quindi la loro fissazione e 
trasmissione ereditaria non si compiono che in misura assai 
limitata. In ogni modo, fra istinto ed intelligenza, non sus- 
siste un limile preciso, il primo avendo origine dalla se- 



L'JSTINTO E L' INTELLIGENZA 291 



conda, e questa essendo necessaria alla esplicazione di 
quello [1]. 

Secondo il nostro concetto T intelligenza è estesa a tutti 
gli animali, dalle infime forme alla più elevata che è l'uomo. 
Questa idea non è nuova, e fu anche recentemente confer- 
mata dal nostro Vignoli. Houzeau sostiene la stessa cosa, 
Haeckel attribuisce un'anima al plastidulo e Bùchner vuole 
affatto soppresso il termine di istinto, vedendo in ogni 
atto degli animali, la manifestazione deir intelligenza. E 
se r intelligenza non è un privilegio dell'uomo, [possiam o 
asserire che tra lui e gli altri animali non vi sia alcuna 
differenza essenziale, sebbene la differenza possa essere 
grande nel senso quantitativo. Si può infatti provare che 
Tamore, la memoria, l'attenzione, la imitazione, la ra- 
gione, ecc., di cui l'uomo va altiero, rinvengonsi anche ne- 
gli animali sottostanti, talora in una condizione incipiente, 
talora anche di notevole sviluppo. E diremo col Darwin [2]: 
« Se si può affermare che certe potenze, come la consape- 
volezza di sé, l'astrazione, ecc., sono particolari all'uomo, 
può benissimo essere che questi non siano altro che effetti 
incidentali di altre facoltà intellettuali molto innoltrate ». Il 
Quatrefages [3] sostiene che la moralità e la religiosità 
sieno caratteri esclusivi dell'uomo; ma io ho riassunto le 
ragioni contro questo modo di vedere nel mio libro Sulla 
teoria delV evoluzione [A'], e il Darwin [5] cosi conclude: «Il 

[1] V. in proposito anche Haeckel, Gesammelte populàre Vortràge 
au8 dem Gabiete der Entwickeltcngslehre. Bonn 1878, Heft l, pp. 112 
e 165 — e Mad. Royer, Origine de l'homme. Paris 1870, p. 57. 

[2] Origine dell'uomo, trad. ital., 1871, p. 81. 

[3] L'Espéce humaine, Paris 1877, cap. 34 e 35. 

[4] Pag. 182 e seg. 

[5J Origine dell'uomo, pp. 81, 82. 



292 CAPITOLO A'. 



nobile sentimento della fede in Dio, non è universale nel- 
l'uomo ; e la credenza negli agenti spirituali attivi, viene 
naturalmente dalle altre sue potenze mentali. Il senso mo- 
rale forse fornisce la migliore e la più grande distinzione 
fra Tuomo e gli animali sottostanti; ma non fa d'uopo dire 
altro su questo particolare, avendo io più sopra cercato di 
dimostrare che gli istinti sociali, principio primo della co- 
stituzione morale dell'uomo, aiutati dalle forze attive intel- 
lettuali e dagli efifelti dell'abitudine, conducono naturalmente 
a quella legge aurea: Fa agli altri quello che tu vorresti 
fatto a te] e questo sta alla base della morale». 

Ascendendo nella scala zoologica dalla monera all'uomo, 
noi vediamo perfezionarsi l'organismo e con esso il sistema 
nerv<jeo; dì p§rPpasso cresce l'intelligenza, la quale, negli 
infimi animali, si manifesta semplicemente colla sensibilità 
e col movimento volontario, mentre nell'uomo diventa co- 
scienza di sé e facoltà di astrazione, genera il linguaggio 
articolato e raggiunge il suo apice nel senso morale. 



CAPITOLO XI. 



ELEZIONE SESSUALE, 



L'argomento deirelezione sessuale fu trattato dal Darwin 
assai brevemente nella sua classica opera suirorigine delle 
specie, ma egli lo svolse diffusamente in un'opera succes- 
siva: U origine delVuomo e la scelta in rapporto col sesso [1]. 
Molti altri autori se ne occuparono dopo il Darwin, facendo 
delle obbiezioni contro questa elezione od esponendo osser- 
vazioni nuove in di lei favore. 

È certo che assai di frequente il maschio differisce dalla 
femmina; queste differenze sono talvolta cosi grandi che 
il naturalista sarebbe indotto a costituire dei due sessi due 
specie od anche due generi diversi, se non sapesse che i 
due individui tanto distinti non sono che i due sessi d'una 
medesima specie. Ora che l'attenzione è rivolta a questo 
soggetto, si scoprono delle differenze sessuali secondarie in 
animali dove prima non erano state vedute; cosi si è cre- 
duto lungamente che nella famiglia Caridina non esistes- 



[1] L*opera fu tradotta nel nostro idioma dal prof. Michele Lessona. 
Torino 1871. 



300 CAPITOLO A7. 



suali eecondariì, prodotti dalla concorrenza sessuale. Egli 
non crede possibile altra spiegazione, e fra i molti fatti che 
cita in appoggio della sua opinione, ve ne ha uno che me- 
rita di essere qui riferito. La Sida crystalUna e la Latona 
setifera sono duo animali assai affini; ma la prima ha i 
colori vivi, principalmente alla faccia inferiore del corpo; 
la seconda alla faccia superiore. Se i colori debbono rag- 
giungere il loro scopo, è necessario che si trovino sopra 
parti deir animale che sono esposte alla vista altrui. Ora, 
la Sida porta un organo di adesione alla nuca, col quale 
aderisce agli oggetti sommersi e mostra per conseguenza 
allo spettatore la faccia ventrale; la Laiona invece manca 
di questo organo; riposa quindi sulla -faccia ventrale ed 
espone alla vista dell'altro sesso la faccia dorsale o supe- 
riore. In queste forme inferiori di animali, la riproduzione 
è in parte sessuale ed in parte si compie -in via parteno- 
genetica; e non è senza interesse il sapere che durante la 
riproduzione sessuale i colori sono vivi, mentre durante la 
riproduzione partenogenetica si rendono generalmente sbia- 
diti. È vero che nelle dafnia generalmente ambedue i sessi 
sono vagamente colorati, ma il Weismann ritiene cheorigina- 
riamente il colore brillante sia stato acquistato dal maschio 
per effetto deirelezione sessuale e poi trasmesso anche alle 
femmine, come sembra essere avvenuto in molli altri casi. 

• 

Alcuni autori, ad esempio il Baer ed il Mantegazza, non 
credono possibile che gli splendidi colori, come quelli di 
molti uccelli maschi, sieno dovuti all' elezione sessuale, 
perchè, se cosi fosse, bisognerebbe attribuire alle rispettive 
femmine uno squisitissimo senso estetico, tanto più che non 
si tratta di colori uniformi, ma di fascie, screziature, mac- 
chie e perfino di disegni talvolta complessi. Egli è ben pos- 



ELEZIONE SESSUA L E 30! 



sibile che questi autori abbiano una parte di ragione, per- 
chè taluni colori possono essere semplicemente caratteri 
morfologici, ossiano caratteri dipendenti dalla struttura 
corporea, per esempio, delle penne. Noi conosciamo nei 
minerali dei colori splendidissimi, i quali certamente non 
sono dovuti a nessuna specie di elezione. Ma sussistendo 
per tale riguardo una difTerenza fra il maschio e la fem- 
mina, conviene almeno ammettere che quel carattere mor- 
fologiòo sia stato accresciuto nel maschio per effetto della 
elezione sessuale. A rendere la differenza fra i due sessi 
maggiore, ha forse contribuito in alcuni casi relezione na- 
turale, la quale deve cercare di dare alla femmina, a pre- 
ferenza del maschio, dei colori protettivi, i quali la sottrag- 
gano agli occhi de' suoi nemici. 

Nel mio libro Sulla teoria delV evoluzione [i\ io ho asse- 
rito che i maschi i (juali hanno colori vivi, attirando Tat- 
tenzione dei nemici e sacrificandosi per la femmina e pei 
pulcini, riescono utili alla specie, per cui tale loro carat- 
tere potrebbe dirsi carattere patriottico. Il prof. Mante- 
gazza [2] crede che questa sia pura e semplice poesia, ma 
non credo che egli abbia ragione. Non sarà inutile riflet- 
tere che nelle api avviene una cosa affatto simile, perché 
l'operaia muore costantemente dopo una puntura fatta ad 
un vertebrato, non potendo dalle carni di questo ritirare il 
suo pungiglione. Quest'arma è dunque dannosa all'operaia, 
e tuttavia l'elezione naturale gliela conserva perchè è ulilj 
alla colonia. In modo analogo può dirsi che la livrea splen- 



[1] Pag. 93. 

12J V. Archicio per V Antropologia e la Etnologia, voi. VII, 1877 , 
p. 358. 



302 CAPITOLO XI. 



dente sia dannosa ai maschi perchè li espone alla vista 
dei loro nemici, ma d'altra parte torni utile nella concor- 
renza sessuale dell* individuo e nella concorrenza vitale 
della specie. Con altre parole, la livrea splendente del ma- 
schio sarebbe l'effetto complessivo della elezione sessuale 
e della elezione naturale, le quali per dippiù si sono forse 
valse di una originaria attitudine morfologica alla bellezza. 
Il rhio modo di vedere é anche appoggiato dal fatto, os- 
servato già dal prof. Jàger [1], che in tutti i gallinacei il 
maschio si espone alla vista del nemico per attirare l'at- 
tenzione a sé e deviarla dalla sua progenie. Nò vi è estra- 
neo Taltro fatto, constatato da parecchi naturalisti, che nei 
nidi degli uccelli rapaci e nelle tane dei piccoli mammiferi 
carnivori, le spoglie degli uccelli maschi superano quelle 
delle femmine. 

L'enorme differenza nei colori fra il maschio e la fem- 
mina in molti uccelli sembra dunque un fenomeno assai 
complicato. Una parte dell'effetto può essere di natura pu- 
ramente morfologica; l'altra parte è dovuta alla elezione 
sessuale che cercò di rendere bello il maschio, ed alla 
elezione naturale, la quale, mentre ha cercato di dare co- 
lori vivi al maschio, a suo danno individuale ma a vant- 
taggio della specie, ha dotato la femmina di colori protet- 
tivi perchè possa compiere il suo mandato di madre [2], 



[1] In Sachen Dancin'Sy p. 133. 

[2] Sulla parte che ebbe l'elezione naturale nel produrre i caratleri 
sessuali secondari, vedi Wallace, La selezione naturale — ed un 
breve scritto di Lorenzo Camerano, Note intorno ai caratteri ses- 
suali secondarli di alcuni coleotteri, negli Atti della r. Accademia 
delle Scienze di Torino, voi. xni, 1878. 



ELEZIONE SESSUALE 303 

Accogliendo T opinione suesposta intorno ai colori bril- 
lanti, si ha forse una spiegazione delF origine della poli- 
gamia negli uccelli. I maschi, essendo distrutti in maggiore 
quantità delle femmine, deve risultare un eccesso di queste 
ultime, e da ciò la poligamia. E infatti noi vediamo che 
negli uccelli poligami, il maschio é quasi sempre fornito di 
una livrea viva e splendente. 

Si potrebbe credere che negli uccelli poligami la bellezza 
del maschio non dovesse avere alcuna importanza. « Ele- 
zione » dice il Mantegazza [1] « deriva dal verbo eligere, e 
quando le femmine degli animali poligami devono subire 
l'amplesso dei loro sultani sotto pena di rimaner sterili, la 
scelta non è più possibile, e la coda del pavone e la ta- 
volozza della paradisea non possono in alcun modo essere 
il prodotto di una scelta impossibile ». La bellezza del ma- 
schio non sembra tuttavia cosa indifferente; ecco un'osser- 
vazione fatta dal prof. Jager [2] : « Ad un fagiano argentato, 
il quale, in 'grazia del suo piumaggio inappuntabile, era 
divenuto l'unico possessore di un numeroso seguito fem- 
minile, fu guastata la Hvrea. Ben tosto un suo rivale gua- 
dagnò terreno e divenne il duce di quelle femmine». Una 
certa scelta sembra avvenire anche negli uccelli poligami, 
e ciò che ai maschi procura la vittoria non è la sola forza, 
ma anche la bellezza: due qualità peraltro che allo stato 
naturale vanno spesso di pari passo. La forza è impiegata 
per combattere contro i rivali, la bellezza per trattenere 



[i] Archioio per V Antropologia, ecc., 1877, p. 353. 

[2] Die Darwin*3che Theorie und ihre Stellung sur Maral und 
lieligion, p. 59. — Vedi anciie: Seidlitz, Die Darcoin'sche Theorie, 
pag. 185. 



3ÌI CAPITOLO Xr. 



nel seguito le femmine ed impedire che si pongano agli 
ordini di un altro maschio. 

L* allungamento delle penne, ad esempio della coda, in 
alcune specie di uccelli in seguito all'elezione sessuale, non 
può dar luogo a serie obbiezioni, quando si rifletta che la 
elezione artificiale, la quale agisce da un tempo assai breve 
e sopra un numero di individui assai scarso, ha potuto nel 
colombo allungare le timoniere, accrescerne il numero e 
renderle espansibili a guisa di- ventaglio, cosi che si è for- 
mata quella razza distintissima di piccioni che noi cono- 
sciamo sotto il nome di colombo pavone. 

Veniamo al canto e fermiamoci su quello degli uccelli. 
Posso qui citare un nostro naturalista, il prof. Luigi Pao- 
lucci [1], che ha fatto degli studi interessanti su tale sog- 
getto. Egli dice: «Il canto comune ai due sessi ò costituito- 
in tutti gli uccelli da quegli accenti fd anche da quella 
frasi musicali, il cui scopo é la comunicazione intellettiva 
per il mantenimento, la prosperità e la salvezza dell'indi- 
viduo. Esso concorre potentemente nella lotta per resi- 
stenza. È, in una parola, il complesso di tutte quante le 
voci espresse da una specie ornitologica, eccettuate quello 
caratteristiche dei maschi adulti, ed emesse in particolari 
circostanze (età di nozze), la cui efficacia si riflette preci- 
puamente nella lotta sessuale ». E più avanti (pag. 74), cosi 
si esprime: «Il canto proprio dei maschi adulti e che mira 
anch'esso, con tanti altri mezzi, alla scelta sessuale, puà 
paragonarsi e porsi insieme alla serie quasi infinita degli 



[1] Il canto degli uccelli, note di fisiologia e biologia zoologica in 
I apporto alla scelta sessuale e alla lotta per r esistenza. Milano 1878^ 
pag. 73. 



ELEZIOSE SESSUALE 305 



organi ornamentali, di cui si rivestono moltissimi uccelli 
maschi, quando indossano la cosi detta livrea delle nozze, 
come il colore splendido che assumono certe parti del 
corpo, non escluso il becco e le zampe, lo sviluppo di 
penne speciali nella coda (es. pavoni), sui fianchi (es. pa- 
radisee), sul capo (es. Aeridoteres), ecc. ». E riassumendo 
il suo libro, lo stesso Paolucci dice (p. 123) che le voci 
degli uccelli stanno a rappresentare fra questi animali 
una forma rudimentale di linguaggio giustamente parago- 
nabile, come ha fatto il Lussana, al linguaggio delle inte- 
riezioni che costituiscono il materiale primitivo e più sem- 
plice della favella umana. E sostiene che il loro scopo bio- 
logico è quello di servire insieme agli altri e assai più 
efficacemente di molti altri, o nella lotta per resistenza, 
com'è del canto dei nidiaci e delle voci comuni ai due sessi 
adulti; o nella lotta sessuale, com' è del verso e di molti 
accenti imitativi. 

In generale sembra che i caratteri sessuali secondarli 
derivino da caratteri sorti per effetto della elezione natu- 
rale, e sieno quindi più recenti di questi. Gli organi, ad 
esempio, che servono a tenere la femmina* durante la co- 
pula, sono spesso parti del dermascheletro alFuopo trasfor- 
mate nel maschio; fra le armi, i denti sono parte dell'ap- 
parato digerente, le corna del cervo parti dell'osso fron- 
tale, le corna del bue e del rinoceronte parti dell' in- 
tegumento; i colori originariamente erano lutti caratteri 
morfologici, e furono poi cambiati conforme le esigenze 
della elezione naturale e della elezione sessuale; il canto 
stesso sembra essere stato dapprima al servizio della ele- 
zione naturale, ed avere in seguito subilo una modificazione 
nel maschio adulto per le esigenze della elezione sessuale. 
La teoria di Darwin, 80 



305 CAPITOLO XI. 



la conclusione, sta il fatto, che esistono caratteri sessuali 
secondarii che attendono una spiegazione, perchè non pos- 
sono essere Y effetto delF elezione naturale. In qual modo 
possiamo noi spiegarli senza ricorrere air intervento di- 
retto di un Creatore? Non conosco una spiegazione plau- 
sibile tranne quella che ci lia dato il Darwin nella elezione 
sessuale. L' opinione del Mantegazza, secondo cui Tumore 
spermatico, imbevendo per riassorbimento tutti i tessuti^ 
ne modificherebbe profondamente la nutrizione, facendo 
apparire nuove forme, nuovi colori, ecc., manca di una 
giusta base fisiologica, ed indarno Fautore asserisce in suo 
appoggio che nelle api e in tanti altri insetti un diverso 
alimento basta a cambiare il sesso ad una larva, essendo 
quest'asserzione affìatto erronea [1]. 

L'elezione sessuale riposa su osservazioni esatte. La lotta 
cruenta fra i maschi di molte specie è un fatto positivo. 
La concorrenza tra i maschi col mezzo degli atteggiamenti, 
mettendo in mostra la bellezza e facendo sentire il canto, 
non può del pari essere posta in dubbio; né alcuno può 
negare che certi apparati, coi quali il maschio tiene la 
femmina durante la copula, sieno utili. Infine, molte osser- 
vazioni provano che alle femmine non ogni maschio è 
egualmente simpatico, e quindi lo scelgono quando possano 
farlo. Anche recentemente un autore [2], parlando dei pesci, 
scrisse: do vidi una femmina nuotare in tutte le pose da- 



[1] Rilevai quest'errore scientifico del Mantegazza nel mio lavoro 
Sulla teoria dell' eooluzione, p. 92, e non Tavrei fatto ora per la se- 
conda volta, se egli non l'avesse ripetuto nel suo libro sulla Igiene 
deWamore, p. 251 (Milano 1878). 

[2] V. La Nature, 1878, p. 239. 



ELEZIONE SESSUALE 307 

vanti ad un maschio che aveva scelto fra centinaia di 
rivali, e vidi la coppia felice andare in traccia di un luogo 
adatto per la frega ». Questi fatti e queste osservazioni 
sono la base su cui poggia relezione sessuale, la quale non 
ha mai agito isolatamente, ma in concorso coU'elezione 
naturale, e prendendo le mosse da preesistenti caratteri di 
natura morfologica. Questo principio, malgrado le obbie- 
zioni mosse contro di lui, non può essere respinto se non 
da chi sappia spiegare meglio l'origine dei fatti suaccennati. 



CAPITOLO XII. 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA DELL'EVOLUZIONE ALL'uOMO. 



Due sono le opinioni professate intorno alForigine del- 
Tuomo : Tuna dice che Tuomo è il prodotto di un atto crea- 
tivo speciale, conforme al testo della Bibbia [1]; Taltra so- 
stiene che Tuomo, con lenta e graduata modificazione, per 
gli effetti della elezione naturale, è disceso dagli animali 
sottostantì. Questa seconda è la teoria moderna che sca- 
turisce spontanea dalle dottrine intorno airevoluzione degli 
organismi, e che fu sostenuta alFestero da C. Vogt, Darwrin, 
Mad. Royer, Haeckel, Hovelacque, ecc., e fra noi da De- 
Filippi, da me e da altri. Fra noi sorsero pure degli av- 
versari deirorigine naturale dell'uomo, il più serio dei quali 
fu certamente il testò defunto prof. Giuseppe Bianconi; gli 
altri, come il Maschi, il Grimelli ed il Tommaseo, produs- 
sero argomenti cosi leggieri che non meritano di essere 
confutati, né si può dare molto peso alle idee strane del 
Filopanti [2]. La maggior parte dei nostri naturalisti tiene 



[1] V. La Genesi, cap. I, versi 26, 27; cap. II, verso 7. 
[2] Contro il Filopanti parlò brevemente 1' Incontro nel suo libra 
Veoolusione degli esseri organizzati, Cremona 1877, p. 104, in nota. 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECC. 309 



il silenzio su questo argomento, che da oltre dodici anni è 
ampio soggetto di studio e di discussioni; forse essi temono 
il ridicolo col quale alcuni uomini, ignari affatto dell'attuale 
movimento scientifico, vogliono abbattere quella teoria che 
poggia sopra numerose serie di fatti positivi e di esatte 
osservazioni. Ma il naturahsta che procede con circospe- 
zione nella sua via, non deve temere il giudizio di cotesti 
uomini, né lasciarsi scoraggiare dal riso di coloro che sono 
soliti di sciorinare sentenze inconsiderate. 

Le ragioni scientifiche militano tutte in favore delForigine 
naturale dell'uomo, ma si teme che questo concetto offenda 
la dignità umana. Invano fu detto e ripetuto che tali ap- 
prensioni non hanno fondamento. Si può anzi sostenere 
che la nostra teoria conduce ad un risultato direttamente 
opposto a quello che si è tanto temuto. Imperocché egli é 
evidente che se Tuomo fu fatto direttamente e d'un sol getto 
da un essere supremo, la perfezione, che nell'uomo stesso 
ammiriamo, hon costituisce per lui merito alcuno; mentre 
d' altra parte le imperfezioni nella sua struttura devono 
apparire come prodotte da un movimento regressivo. In 
tal modo, mentre ci sono tolti i meriti, ci vengono addebi- 
tati scrupolosamente tutti i demeriti; e la dignità umana 
non può guadagnarvi. Se, al contrario, si ammette il lento 
e progressivo sviluppo dell'uomo, e con ciò la sua discen- 
denza da uno stipite umile ed imperfetto, la supremazia 
nella natura da noi raggiunta si presenterà, almeno in 
parte, come il risultato dei nostri lavori e delle nostre 
lotte; le perfezioni saranno merito nostro, mentre l'oscura 
origine sarà giusta scusa delle nostre imperfezioni e dei 
nostri errori. 
Si asserisce che la credenza nell' unità dell' origine del- 



310 CAPITOLO XIL 



V uomo e degli animali, conduca seco lo imbestiare e il 
degradare l'uomo stesso. Ma V Huxley ha già dimostrato 
che codesti non sono che argomenti rettorici superficiali. 
Si può egli dire che il poeta, il filosofo e l'artista, che col 
genio costituisce una gloria della sua epoca, sia decaduto 
dall'alta sua posizione per la probabilità storica, per non 
dire certezza, che egli è un discendente diretto di qualche 
selvaggio nudo e brutale, l'intelligenza del quale bastava 
appena a renderlo un poco più astuto della volpe e un 
poco più terribile della tigre? Oppure è egli forzato a cam- 
minare a quattro gambe perchè sta il fatto, completamente 
fuori d'ogni dubbio, che una volta egli era un uovo nel 
quale non si poteva minimamente discernere diiferenza al- 
cuna da quello di un quadrupede? Coloro che riflettono, 
smesso ogni pregiudizio tradizionale, troveranno nell'umile 
origine dell'uomo la miglior prova di fatto dello splendore 
delle sue attuali prerogative, e discerneranno in questo 
lungo cammino a traverso il passato un fondamento ra- 
gionevole per credere alla realizzazione di un più nobile 
avvenire. 

Il Darwin [1] ha trattato ampiamente quest'argomento in 
un'opera speciale, ed ecco la sua conclusione [2]: I più 
antichi progenitori nel regno dei vertebrati, dai quali pos- 
siamo ottenere un lieve barlume, consistevano evidentemente 
di un gruppo di animali marini, rassomiglianti alle larve 
delle attuali ascidìe. Probabilmente questi animali hanno 
dato origine ad un gruppo di pesci di bassa organizzazione, 

[1] Vorigine dell' uomo e la scelta in rapporto col sesso, traduz. 
italiana. Torino 1871. 
[2] Opera sudd., pp. 154, 155. 



APPLICAZIOXE DELLA TEOIÌIA ECC. 311 



come VAmphioxus laneeolatus; e da questi debbono essersi 
sviluppati i ganoidi e gli altri pesci simili ai lepidosireni. 
Da questi pesci un piccolo passo ci conduce agli anfibi. 
Abbiamo veduto clic gli uccelli ed i rettili furono un tempo 
strettamente affini; ed i monotremi ora riuniscono in lieve 
grado i mammiferi ai rettili [1]. Ma oggi nessuno può dire 
per quale linea di provenienza le tre classi più elevate e 
più affini, cioè i mammiferi, gli uccelli ed i rettili, sieno 
derivate da una delle due classi dei vertebrati più basse, 
cioè dagli anfibi e dai pesci. Nella classe dei mammiferi 
non sono difficili da comprendere gli stadi che conducono 
dagli antichi monotremi agli antichi marsupiali; e da questi 
ai primi progenitori dei mammiferi placentati. Possiamo ri- 
salire in tal modo fino ai lemuridì, e fra questi ed i si- 
miadi l'intervallo non è grande. I simiadi allora si sono 
divisi in due grandi rami: le scimmie del nuovo e quelle 
dell'antico continente; e da queste ultime, in un antichis- 
simo periodo, è derivato Y uomo, meraviglia e gloria del- 
l'universo ». 

Il Darwin ha qui cercato di abbozzare una parte del- 
l'albero genealogico dell'uomo, ma in questo schema v'ha 
una lacuna fra i vertebrati inferiori, sforniti di amnio e di 
allantoide; e i superiori, i quali possiedono questi due in- 
volucri embrionali. Haeckel [2] ha cercato di colmarla, e 



[Il Nel testo originale — The descent of man, London 1871, voi. I, 
p. 213 — sembra essere avvenuto un lapsu9 llnguae, dovendo dirsi 
uccelli invece di rettili. La traduzione italiana Iia seguito il testo 
inglese. 

[2] Anthropogenie , Enttocckelungigeschichte des Menschen. Leip- 
zig 1874, p. 432. 



81 e CAPITOLO XI r. 



ritiene che tulli i vertebrati superiori discendano da una 
forma comune estinta che chiama Proiamnion, la cui ori- 
gine risale probabilmente al periodo permiano , perchè i 
primi rettili (Proterosauriis, Rhopalodon) apparvero appunto 
alla fine di questo periodo. Il Protamnion doveva essere 
affine ai rettili, quantunque non fosse un vero rettile nel 
senso odierno della parola; nell'albero genealogico della 
specie umana esso occupa un posto importante. 

Secondo Haeckel [1] i discendenti del Protamnion si di- 
visero in due linee divergenti : qiiella cioè dei rettili, da cui 
più tardi si svilupparono gli uccelli, e quella dei mammi- 
feri; ma non sarebbe impossibile che i mammiferi discen- 
dessero direttamente dagli uccelli, poiché T ornitorinco è 
una vera forma intermediaria fra queste due classi. Co- 
munque sia, ciò che ora importa si è di stabilire la mas- 
sima generale della origine naturale dell'uomo, lasciando 
all'avvenire di stabilire i dettagli dell'albero genealogico. 

I nostri avversari, costretti dalla potenza degli argomenti, 
ci hanno fatto una grande concessione. Essi dicono final- 
mente: Noi ammettiamo che l'uomo concordi cogli animali 
nella struttura corporea, ma esso ne differisce- ancora 
sempre ed essenzialmente nelle facoltà mentali. Si potrebbe 
accontentarsi di questa concessione, perchè se si prescinde 
dalla struttura corporea dell'uomo e dalle funzioni che ne 
derivano, null'altro rimane; tuttavia il Darwin stesso ed 
altri dopo di lui, si sono posti sul terreno del dualismo ed 
hanno cercato di dimostrare che già negli animali Irovansi 
i germi delle più elevate facoltà psichiche dell'uomo. Anche 
qui i nostri avversarli hanno fatto un passo indietro. Una 

[1] Anthropogenie, pp. 43G, 481. 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECa 313 



volta essi non accordavano T intelligenza agli animali, i 
quali quindi agivano per solo e semplice istinto; oggi i 
loro discorsi sono diversi, poiché accordano anche agli 
animali una intelligenza, e negano loro soltanto il senso 
morale e religioso, come ha fatto non è molto il Quatre- 
fages[l]. Ma essi non possono conservare nemmeno questa 
posizione, perchè lo studio degli animali sociali e domestici 
ha condotto alla convinzione, che i rudimenti del senso 
morale e religioso trovansi già negli animali. 
■ Chi volesse elevare gli animali al livello dell'uomo, do- 
vrebbe dirsi insensato; ma chi sostiene che fra gli uni e 
l'altro, anzicché una grande differenza quantitativa, corre 
una differenza essenziale o qualitativa, non sarebbe nel 
vero. La posizione eretta deiruomo fu certamente la causa 
principale del suo sviluppo intellettivo; imperocché all'in- 
telligenza che é dovuta all'alto posto fra i Primati che egli 
occupa nella scala zoologica, si sono aggiunti gli effetti di 
un eminente sviluppo cerebrale e del possesso di mani per- 
fette; e non vi sarebbero né quello sviluppo encefaHco, né 
mani cosi perfette se Tuomo fosse costretto a camminare 
su tutti e quattro gli arti. Le estremità toraciche, svinco- 
late dall'ufficio di portare il corpo, poterono svilupparsi in 
un'altra direzione, e la loro parte terminale si fece mano; 
la posizione eretta produsse inoltre questo effetto, che Tem- 
brione, collocato entro l'utero colla testa in basso, consegui 
un'ampia nutrizione del suo cervello per ricco afflusso di 
sangue conforme alle leggi della gravità, e conseguente- 
mente un esteso sviluppo di quest'organo, dominatore di 
tutti gli ^altri [2]. 

[1] Vespèce humaine. Pnris 1877. 

Ì2J Questa considerazione è una buona risposta ad alcune obbiezioni 



314 CAPITOLO XII. 



Questa spiegazione va intesa nel senso filogenetico, per- 
chè altrimenti potrebbe credersi che ogni feto il quale si 
trovi entro Tutero in posizione opposta alla normale do- 
vesse rimanere cretino anche dopo la nascita e malgrado 
l'educazione. Oggi, dopo tante migliaia di secoli che l'uomo 
ha passato sulla terra, la forza ereditaria sa vincere anche 
gli ostacoli allo sviluppo cerebrale, derivanti dalla posizione 
del feto; tuttavia ò opinione di alcuni naturalisti (non so 
fino a qual punto fondata) che la falsa posizione del feto 
entro l'utero possa dar luogo al cretinismo, alla microce- 
falia e ad altre simili imperfezioni. 

L'uomo, nei tempi andati, ha certamente dovuto soste- 
nere un'aspra lotta per la vita, e la sostengono ancora 
oggi i selvaggi e tutte le razze umane inferiori. Ciò vuol 
dire che le nazioni oggi civili erano barbare nei tempi tra- 
scorsi. Molte prove possono citarsi in favore di quest'as- 
serzione, la quale fu sostenuta da Lubbock [1], da Darwin [2] 
e da altri, e La prova » (^ice quest'ultimo e che tutte le na- 
zioni civili discendono da barbari, si ha per una parte in 
ciò che esistono ancora nei costumi attuali, nelle credenze, 
nelle lingue, tracce evidenti della loro inferiore condizione; 
e d'altra parte, da' ciò che i selvaggi sono indipendentemente 
soggetti ad elevarsi di qualche passo nella scala dell'inci- 
vilimento, e si sono attualmente in tal modo elevati. » Se- 
condo i filologi, ogni linguaggio porta i segni della sua 
lenta e graduata evoluzione. Il sistema decimale accenna 



fatte dal Wallace contro l'elezione naturale nella sua opera sul limili 
deU'elezione naturale applicata all'uomo. 

[1] Les on'gines de la cCcilisatCon, Paris, 1873 e seg. 

[f] Origine dell'uomo, trad. ital., 1871, p. I3l e seg. 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECC. 3.5 



ad un'epoca in cui i conti si facevano sulle dita delle mani, 
come fanno oggi i selvaggi e le nostre donne che hanno 
poca pratica deiraritmetica; ed i numeri romani, i quali 
dopo essere giunti al V si mutano nel VI, fanno pensare 
ad un tempo in cui si contava sopra una sola mano. 

È certamente strana Topinione dell'arcivescovo Whately, 
il quale sostiene che le razze inferiori attuali si sieno trovate 
tempo addietro, ad un più alto livello di coltura, ed abbiano 
praticato perfino Tagricoltura e la pastorizia. Se cosi fosse, 
noi conosceremmo molte piante e molli animali ridivenuti 
selvaggi. Ancora meno probabile è l'opinione del duca di 
Argyll, il quale crede che T intelligenza delle attuali razze 
selvaggie sia stata rudimentale anche in addietro, ma che la 
loro morale sia stata in passato più elevata di quello che oggi 
non sia[l]. Contro questa idea milita il fatto che la morale 
e r intelligenza non sogliono essere scompagnate, e che 
runa è generalmente buona misura deiraltra, come anche 
recentemente Tha notato il Mastriani [2]. 

I selvaggi, per la miseria in cui spesso si trovano, de- 
vono certamente lottare per la vita. Il Darwin [3] ha letto 
un racconto di certi selvaggi australiani, che durante una 
carestia dovettero cuocere molti vegetali nella speranza di 
renderli inoffensivi e più nutrienti. Il dott. Hooker trovò gli 
abitanti mezzo affamati di un villaggio del Sikhim soffrire 
grandemente, per aver mangiato delle radici di arum che 



[1] V. L. Garrau. Études sur la théorie de Véoolutlon, Paris 1879, 
p. 99 e seg. 

[2] Giuseppe Mastriani. U uomo nelle Corti d* Assise. Napoli 1879, 
pp. 63, di. 

[3] Variazione y ecc., trod. i'.nl , p. Zìi, 



316 CAPITOLO XII. 



avevano sminuzzate e fatte cuocere per più giorni per to- 
gliere loro in parte il potere venefico; e dice ch'essi cuo- 
cevano e mangiavano molte altre piante deleterie. Sir A. 
Smith s' imbattè un giorno in un certo numero di Baquanas, 
i quali, espulsi da una vittoria degli Zulus, aveano per più 
anni vissuto di radici e di foglie assai poco nutritive e pa- 
revano tanti scheletri ambulanti. È noto, in generale, che 
le tribù selvaggie, ad esempio gli abitanti della Terra del 
Fuoco, vanno spesso soggette alle più terribili carestie. 

Ciò che oggi avviene presso i selvaggi, doveva succedere 
presso gli uomini primitivi, i quali avranno dovuto soste- 
nere una lotta seria e continua contro gli agenti atmosfe- 
rici, di fronte ai quali erano poco riparati; contro gli ani- 
mali carnivori, davanti ai quali non possedevano armi molto 
efficaci; contro i parassiti, tanto animali che vegetali; e 
contro Tuomo stesso, essendo frequenti le guerre fra tribù 
e tribù. 

In questa lotta per la vita, Tintelligenza costituiva Tarma 
principale, e quindi si comprende com'essa sia progredita 
rapidamente per effetto dell'elezione naturale. Toccato un 
certo grado, questa intelligenza ha trovato i mezzi di pro- 
gredire anche più rapidamente che colla sola elezione; il 
disegno, la scrittura, il linguaggio, e più tardi la stampa, di- 
vennero mezzi efficacissimi di progresso. Non si può cer- 
tamente dubitare che un leggero aumento di intelligenza, 
in seguito ad un corrispondente perfezionamento della strut- 
tura corporea, possa dare in pratica degU effetti inaspettati, 
e ciò è avvenuto nella specie umana. Se noi potessimo con- 
frontare il cervello di un selvaggio con quello di Guvier o 
di Dante, noi vi troveremmo di certo una differenza, ma 
non si grande, quanto lo sono le loro facoltà mentali. L'Hux- 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECC. 317 



ley [1] dice giustamente in proposito: « L'argomento, se- 
condo il quale, perchè vi è un'immensa differenza fra Tin- 
telligenza dell'uomo e quella delle scimmie, vi deve essere 
una differenza egualmente immensa fra i loro cervelli, ap- 
parisce ai miei occhi cosi mal fondato, come quello di chi 
tentasse provare, che siccome vi è una grande differenza 
fra un orologio che indica esattamente le ore, ed uno che non 
cammina affatto, cosi vi deve essere una grande differenza 
di struttura fra i due orologi. Un capello sul bilanciere, un 
poco di polvere sul rocchetto, la piegatura di un dente dello 
scappamento, una qualche cosa cosi leggiera che soltanto 
l'occhio esperto dell'orologiaio può scoprirlo, può essere la 
causa efficiente di tutta la differenza. » Cose in apparenza 
insignificanti possono produrre effetti grandissimi. Se, ad 
esempio, l'elezione naturale non avesse dato all'uomo il suo 
indice, la nostra coltura non sarebbe cosi progredita, come 
oggi lo è, imperocché senza l'indice il disegno, la scrittura e 
conseguentemente anche la stampa, le arti ed i mestieri, o non 
esisterebbero, o si troverebbero ad un livello bassissimo. 
La lotta per l'esistenza si combatte anche nella odierna 
società civile. Uno Stato lotta cogli altri vicini, e per rie- 
scire vincitore deve cercare di superarli non soltanto colla 
forza materiale, ma anche col promuovere la coltura ge- 
nerale, la scienza, il commercio, le industrie, ecc. Il nulla 
tenente lotta pel pane quotidiano, principalmente nelle grandi 
città, dove la concorrenza è numerosa, e negli anni di ca- 
restia. Le persone agiate lottano per conservare quello che 
hanno, e per migliorare ulteriormente le loro condizioni. 

[Il Prore di fatto intorno al posto che tiene Vuomo nella natura, 
trad. ital. Milano 1869, p. 130. 



31S CAPITOLO XII 



Ma nella società umana, e sopratutto nelle classi agiate, 
v'ha un'altra lotta, che si combatte con armi di natura 
principalmente psicologica, come sono Tintelligenza, la ret- 
titudine del carattere, la faciUtà della parola, la prontezza 
dello spirito ed altre simili; e che ha per obbiettivo di pro- 
curare al vincitore un alto posto gerarchico. Noi abbiamo 
qui una lotta che si potrebbe dire lotta civile, la quale ha 
per effetto un'elezione, che chiameremo pure civile, di cui 
negli animali difficilmente potrebbe rinvenirsi un qualsiasi 
indizio [1]. Questa lotta è una conseguenza dell'alta intel- 
ligenza dell'uomo, e del suo stato sociale, in cui pei megho 
provveduti la lotta per l'esistenza è attutita dalle leggi sulla 
proprietà e dalle condizioni favorevoli della sicurezza per- 
sonale. I caratteri fisici sono certamente utili in questa lotta, 
come il Mastriani [2] ha di recente con ragione asserito; 
ma una parte assai maggiore vi hanno i caratteri intellet- 
tuali e morali. 

Nella lotta civile, per dirlo brevemente, l'uomo cerca di 
elevarsi sopra gli altri nella pubblica opinione, e si serve 
di quei mezzi che giovano all'uopo. Fra i concorrenti la 
pubblica opinione scegUe quelli che innanzi a lei hanno 11 
maggior numero di pregi. 

L'elezione civile differisce dalla naturale, perché questa 
decide della vita o della morte' dei concorrenti, quella sol- 
tanto del posto gerarchico sociale che dovranno occupare; 
inoltre l'elezione civile è una vera scelta praticata dall'uomo 
stesso, mentre neirelezione naturale una vera scelta non ò 
compiuta. L'elezione civile differisce dall'artificiale, di cui 



[1] V. Broca. 7/1 Recue d*AnthropoloQief 1872, voi. I, p. 705. 
[2] L'uomo nelle Corti d'Assise. Napoli, 1879, p. 99. 



APPUCAZIONE DELLA TEORL\ ECC. 310 



abbiamo parlato lungamente, perchè la scelta artificiale si 
compie dairallcvatore sugli animali, mentre la civile si 
compie dairopinione pubblica suiruomo. Esse hanno però 
qualche cosa di comune, perchè in ambedue è Tuomo che 
sceglie secondo i propri concetti, e questa è forse la ra- 
gione per cui esiste una certa analogia fra gli effetti della 
domesticità e quelli della civiltà. Si può quasi dire che 
Tuomo sia un animale domestico di sé stesso. 

Quest'analogia si manifesta particolarmente nella specia- 
lizzazione; infatti come la domesticità specializza le razze 
animali, cosi la civiltà tende a specializzare le attitudini 
dell'uomo, e produce medici, avvocati, ingegneri, agricol- 
tori, ecc., ed in ciascuna di queste categorie altri gruppi 
subordinati. Negli effetti v'ha però questa differenza, che 
per la elezione artificiale gli animaU si adattano alle idee 
di tornaconto, oppure di bellezza od ai capricci dell'alleva- 
tore; mentre per l'elezione civile l'uomo si adatta alle esi- 
genze deiropinione pubblica. 

La civiltà e la domesticità producono altri effetti comuni, 
cosi runa e l'altra favoriscono l'acclimatazione, rendono 
possibile la vita delle forme mostruose, modificano gli istinti, 
ottundono spesso alcuni sensi, rendono atrofici alcuni mu- 
scoli, e sopprimono la sterilità che deriva dall'incrociamento 
di specie diverse. Alcuni di questi effetti sono dovuti al 
fatto che tanto l'uomo nella società civile come l'animalo 
nello stato domestico sono al coperto contro molti de' loro 
nemici, e quindi è resa meno severa la lotta per la vita. 

Anche l'elezione sessuale agisce nell'uomo civile diver- 
samente che negli animali. In questi è la femmina che sce- 
glie; presso noi scegHe il maschio, restando alla femmina 
la facoltà di accettare o di rifiutare l'offerta. Negli animali 



320 CAPITOLO XIL 



quindi v*[ia una elezione unilaterale, nell'uomo civile una 
elezione bilaterale. Ma v'ha di più. Ciò che negli animali 
determina una femmina a preferire un dato maschio a tutti 
gli altri, sono i pregi puramente fisici, come la forza, la 
bellezza, il grato odore, il canto sonoro e variato, ecc. [!]"> 
nella società civile invece né il maschio, né la femmina 
prendono in considerazione soltanto i pregi fisici, ma an- 
che gli attributi di altro genere, come sarebbero il carat- 
tere, l'educazione, le ricchezze, le aderenze personali, la 
posizione sociale, ecc. Un maschio difettoso e debole é negli 
animali respinto decisamente da tutte le femmine, e con- 
dannato a perire senza lasciare discendenti ; nell'uomo tanto 
i maschi come le femmine, anche se hanno grossi difetti 
fisici, giungono a riprodursi, quando a quei difetti sieno 
contrapposte delle buone qualità sociali. 

John Beddoe [2] ha fatto in Inghilterra un'osservazione 
interessante. Parecchi autori, giudicando dall'esame di ri- 
tratti antichi, aveano dedotto che i capelli biondi si erano 
fatti più rari che nei tempi passati. Per mettere alla prova 
quest'opinione, il Beddoe tenne nota dello stato civile e del 
colore dei capelli di tutte le donne fra i 20 e 50 anni, che 
durante un certo tratto di tempo venivano ammesse nel- 
l'infermeria reale di Bristol. Il suo catalogo contiene 736 
femmine, e cioè 367 bionde e 369 brune. Ora fra le bionde 
ve ne furono 32 su cento che non erano né vedove né ma- 
ritate, fra le brune soltanto 21,5 su cento. Da che si può 
concludere che nella città e dintorni di Bristol le donne 



[1] V. in proposito alcune pagine brillanti nel libro di G. B. Licata 
La fisiologia dell'istinto. Napoli 1879, p. 204 e seg. 
[2J V. AnthropoL Ree, voi. 1, 1863. 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECC. 321 



brune hanno maggiore probabilità delle bionde di trovare 
inerito. 

L'elezione sessuale, come ogni altra elezione, si compie 
tanto più efficacemente, quanto è maggiore il numero degli 
individui sui quali può estendersi la scelta. Chi volesse 
creare una bella razza fra i nostri animali domestici eoa 
scarso materiale, raggiungerebbe diffìcilmente il suo intento. 
Nella società civile v'ha un elemento, il quale, sottraendosi 
al matrimonio, ritarda gli effetti deirelezione sessuale, e 
sono i membri degli ordini ecclesiastici. La chiesa di Roma, 
imponendo il ceUbato ai monaci, alle monache ed ai sa- 
cerdoti, allontana dal campo della concorrenza sessuale 
molti abilissimi individui dell'un sesso e dell'altro, ed ac- 
cresce cosi l'effetto delle altre cause su accennate, per le 
quali l'elezione sessuale non agisce regolarmente nello stato 
civile: A questo effetto contribuisce ancora il militarismo, 
il quale ritarda i matrimonii o li fa dipendere da condizioni 
che non costituiscono dei pregi nella lotta sessuale. La bel- 
lezza delle forme e la robustezza fisica hanno pur sempre 
un valore come caratteri sessuali anche nello stato civile; 
quindi l'elezione sessuale li promuove, e per conseguenza 
il cehbato degli ecclesiastici, ed in grado minore il milita- 
rismo, tornano dannosi alla società nei riguardi testé in- 
dicati. 

Né dobbiamo qui dimenticare la prostituzione, la quale 
determina la quasi completa sterilità di un grande numero 
di femmine fornite di molti pregi sessuali, e lo spreco di 
torrenti di liquido seminale che potrebbe essere utilmente 
impiegato nelle copule legittime. 

Una menzione speciale merita in questo luogo la medi- 
cina, la quale mentre promuove il benessere della società 
La teoria di Daruoin. 21 



322 CAPITOLO XII. 



colla sua arte salutare e colle prescrizioni igieniche, non 
va esente dall' accusa di ritardare in singoli casi i be- 
nefici effetti deirelezione naturale. Né quest'accusa è in- 
fondata. Molti individui deboli e malaticci, mercè gli sforzi 
dell' arte medica , trascinano innanzi la loro esistenza, 
giungono a l'iprodursi, e trasmettono ai propri discendenti 
i loro difetti costituzionali. Ma le istituzioni vanno giudi- 
cate secondo la loro azione complessiva, per cui, malgrado 
i ncM qui messi allo scoperto, nessuno potrà negare la 
necessità di armare la nazione, quando sieno in pericolo 
la di lei indipendenza od integrità, né alcuno potrà esi- 
tare a riconoscere gli alti meriti che la medicina seppe 
acquistarsi per V umanità. Gli ordini ecclesiastici però 
non hanno al presente che meriti assai problematici da 
opporre alla sopra lamentata loro influenza; non è questo 
il luogo di discutere diffusamente tale argomento, ma sem- 
bra ragionevole il desiderio che venga abolito il celibato 
forzato. 

Un argomento interessante è di certo l'origine e il per- 
;fezionomento del linguaggio, per cui ne parleremo, sebbene 
brevemente, in questo luogo. Il Darwin [1] stesso, trattando 
delForigine, cosi si esprime: « Non posso mettere in dub- 
bio che il linguaggio, debba la sua orìgine alla imitazione e 
modificazione aiutata dai segni e dai gesti, dei vari suoni 
naturali, delle voci degli altri animali, e delle grida istin- 
tive dell'uomo. Quando parleremo della scelta sessuale ve- 
dremo che l'uomo primitivo, o meglio alcuni dei primi pro- 
genitori di esso, adoperavano grandemente la loro voce, 
come fanno le scimmie ilobati, producendo cadenze musi- 



[1] Origine dell'uomo, trad. ital., p. 46. 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECa 323 



cali, cioè cantando; potremo quindi concludere da una estesa 
analogia, che quest'attitudine si sarà esercitata particolar- 
mente durante gli amori dei sessi, servendo ad esprimere 
varie emozioni, come Tamore, la gelosia, il trionfo, e ve- 
nendo anche adoperata per sfidare i rivali. » 

L'opinione che il linguaggio sia stato inventato di pianta 
da una sola persona, infuso nell'uomo da un essere supe- 
riore, non merita più di essere confutata; tutti ammettono 
ch'esso siasi sviluppato lentamente e gradatamente nelle 
varie razze, come fu dimostrato da parecchi autori, fra cui 
cito lo Schleicher, Max Mùller, e fra noi il prof. Gaetano 
Trezza [1]. È anche in generale ammesso che tutte le lin- 
gue abbiano un' origine morfologicamente eguale; « noi sup- 
poniamo, dice lo Schleicher [2], un numero incalcolabile 
di lingue primitive, ma stabiliamo per tutte una sola e me- 
desima forma. » Ciò che trovasi di più antico nelle lingue, 
sono i suoni per designare le percezioni e le idee semplici ; 
solo più tardi le lingue si complicarono e si articolarono 
in modo diverso a seconda delle razze umane, e si forma- 
rono le lingue chiocchianti, polisintetiche, monosillabiche, 
agglutinative, a flessione, ecc. 

Il linguaggio, che noi supponiamo il primitivo dell'uomo, 
e che si componeva di semplici suoni, non differiva punto 
da quello che noi rinveniamo in molti animali, e fu l'opera 
combinata dell'elezione naturale e dell'elezione sessuale. Il 
grillo può tornare utile come arma di difesa, sia perchè 
attira l'attenzione degli altri animali sopra l'aggressore, 



[1] La scienza delle lettere. Politecnico, voi. 27, 1865. 
[2] La théorie de Darwin et la science du langage, nella Colleetion 
hi lologique, 1° fase. Paris 1808, p. 16. 



324 CAPITOLO XII. 



che può essere alla sua volta assalito da nemici più forti ; 
sìa perchè eccita alla fuga la figliuolanza o i compagni 
deiraggredito. È noto, ad esempio, che la chioccia spaven- 
tata, con un grido di particolare e ben compresa intona- 
zione, dà il segno d'allarme alla sua famiglia per avvisarla 
del nibbio: ed ogni cacciatore sa che se in uno stuolo di 
corvi o di gazze o di altri uccelli, uno solo lo vede e grida, 
tutti gli altri fuggono a precipizio. I suoni possono ancora 
essere un'arma di offesa, perchè incutono terrore; e noi 
infatti udiamo gli animali, prima che si pongano in lotta, 
emettere degli urli atti a spaventare il nemico. Che i suoni 
sieno utili nella concorrenza sessuale, non ha bisogno di 
speciale dimostrazione. 

Il passaggio da questa favella, composta di semplici suoni, 
al linguaggio articolato può sembrare cosa difficile e per- 
fino insuperabile; ma quest'opinione apparisce inesatta 
quando si riflette che molti animali emettono pure dei suoni 
articolati, sia che vengano a ciò ammaestrati, sia allo stato 
di natura. Oltre i pappagalli si possono ammaestrare a 
pronunciare delle parole le seguenti specie di uccelli : Gor- 
vus corax, Garrulus glandarius. Pica caudata, Merula vul- 
garis, Sturnus curaeus, Gracula religiosa, ecc., Anche qual- 
che mammifero impara a pronunciare delle parole, come, 
ad esempio, la foca e perfino il cane. Ma ciò che prova in 
modo irrefragabile che gli animali emettono dei suoni ar- 
ticolati, si è il fatto, che quei suoni si possono scrivere; ad 
esempio il cuculo deve il suo nome alle due sillabe cu-gu 
che pronuncia ; fra i rettili ve ne ha uno che dice gekOj ed 
un altro che dice tukai, senza parlare dell'usignuolo il cui 
canto fu scritto per intero da parecchi naturalisti. Secondo 
il Bechstein quest'uccello è capace di esprimere venticin- 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECC. 325 

que versi distinti che furono tradotti con altrettante forme 
sillabiche [1]. 

Il progresso nel linguaggio, fatto dalFuomo oltre il limite 
raggiunto dagli animali, fu reso possibile dalla maggiore 
intelligenza dell'uomo stesso, ed è dovuto all'elezione civile 
ed all'elezione sessuale. Fra l'intelligenza ed il linguaggio 
articolato v'ha un recìproco appoggio, perchè quella rende 
possibile l'ampio sviluppo del secondo, e questo, colla fis- 
sazione e diffusione delle idee, promuove la prima. « La fa- 
vella dell'uomo, dice il Paolucci [2], ò invero un meravi- 
glioso potere, col quale si concreta, si attua, si perfeziona 
la più gran parte della vita di relazione. Essa è oggi il ne- 
cessario strumento della comunicazione dell'idea, e si è 
fatta, per lunghissima abitudine, l'ausiliario indispensabile 
nella concezione del pensiero. » L'opinione che la parola 
sia ristrumento indispensabile del pensiero, come crede il 
Paolucci e come prima di lui ha detto Max Mùller, è esa- 
gerata, poiché i sordomuti pensano senza la parola, e pensa 
del pari Laura Bridgeman, che è sorda, muta e cieca; è 
per altro certo che la parola serve bene a formare le idee, 
e che in quegli uomini, nei quali manca, secondo il Maud- 
sley [3], le vengono sostituiti altri mezzi di espressione fi- 
sica. Che le due elezioni, la civile e la sessuale, possano 
contribuire allo sviluppo del linguaggio, non può revocarsi 
in dubbio, perchè la favella è di grande utilità tanto nella 
concorrenza civile come nella lotta sessuale. Infatti i grandi 



[1] V. Paolucci. Jl canto degli uccelli» Milano 1878, p. 75. 

[2] L. e. pp. 5, 6. V. anche Lemoionb. Jl Unguaggio degli animaU. 
Padova 1871, p. 5. 
> [SJ Physiologie de l'esprit, trad. Herzen. Paris 1879, p. 449. 



386 CAPITOLO XII, 



oratori hanno sempre affascinato i loro contemporanei, e 
furono spesso promossi ai più alti onori sociali; e la fa- 
vella serve in modo mirabile all'espressione deiramore. . 

Alcuni filologi e naturalisti, ad esempio lo Schleicher, il 
Trezza, il Paolucci ed altri, hanno paragonato i linguaggi 
colle specie, ed hanno detto che come queste nascono, si 
diffondono, si sviluppano, e poi periscono; cosi anche quelli: 
e come le specie sono sottoposte ai generi, alle famiglie, 
agli ordini, ecc.; cosi anche quelli possono essere classifi- 
cati. Ma si può anche paragonare i linguaggi cogli organi 
o sistemi organici, i quali pure vanno gradatamente per- 
fezionandosi negli animali ; cosi che mentre sono semplici 
negli inferiori, si rendono complessi nei superiori. L'occhio, 
ad esempio, semplicissimo in alcuni invertebrati, ha rag- 
giunto nei vertebrati una grande perfezione. Di più, anche 
gli organi possono essere classificati in gruppi e sottogruppi; 
cosi nel sistema nervoso noi possiamo distinguere due ca- 
tegorie, come ha fatto Giovanni MùUer, ed in ogni catego- 
ria possiamo fare ulteriori distinzioni, seguendo, ad esem- 
pio, la classificazione dei cervelli proposta da Lussana e 
Lemoigne. Finalmente, come gli organi, cosi anche la fa- 
vella ha uno sviluppo ontogenetico che lascia travedere la 
filogenesi; infatti il bambino dapprima non emette che grida, 
poscia singole sillabe o seipplici parole, più tardi accumula 
le parole senza legarle insieme, e soltanto in una certa età 
^ostruisce le proposizioni, i periodi ed i discorsi. 

L'elezione civile, oltre che al linguaggio in genere, può 
essere applicata alla letteratura. E qui lascio la parola al 
prof. Trezza [1], il quale scrisse qu.este giuste e brillanti 

[1] La SQl^sa (jieMe lettere, nel Politecnico, yol. S7> 18^> estratto, p. 81 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECC. 327 



parole: « Anche le lettere sono un effetto necessario delle 
circostanze in cui nascono, anch'esse portano nel loro seno 
le vestigia del tempo, anch'esse rivelano un lato dell'infi- 
nita poligonia deirideale. Qual è dunque, mi si potrebbe 
chiedere, la legge che le governa? Risponderei: la legge 
medesima che governa le cose, la naturai selection. Mi sia 
lecito fermarmi alquanto su questo concetto ch'io reputo 
fecondo per la critica della storia. Come l'organismo degli 
esseri non esce di mano ad un creatore d'un tratto, ma è 
l'opera successiva della virtù effettrice che siede dentro di 
loro, e, si va compiendo poco a poco, e si assetta alle con- 
dizioni del di fuori, cosi parmi che sia dell'organismo delle 
idee. Nelle profondità dello spìrito umano è un perenne par- 
torire di pensieri, un agitarsi operoso, incessante; un bru- 
lichio di sentimenti che s'affollano agli spiracoli della vita, e 
tentano con impaziente avidità d'jiscir fuori, e radicarsi nel 
tempo; anche nel mondo morale è lotta per l'esistenza, come 
nel fisico; la natura e l'anima sono prodighe entrambe, e dal 
loro grembo pullula senza riposo una moltitudine di germi, 
che attendono l'ora propizia del nascere. Ma come periscono 
senza speranza quei pollini che non si trovano adatti alle 
condizioni fìsiche che li circondano, cosi periscono quei 
pensieri che non si confanno alla temperatura psicologicd 
della storia; e rimangono reliquie disseminate di fuor dal 
calle del tempo, spente innanzi al nascere, poiché non 
escono vive, ma pallidi aborti di un utero avvizzito. Qual 
dunque prevale dei sentimenti d'un'epoca? Quello che ò 
meglio disposto a vincere gli altri, che sa farsi via traversò 
l'ostacolo dei sentimenti rivali, cioè quello che meglio conè 
suona alle necessità del punto in cui nasce, e che per ciò 
è il più bello, il più forte, e, diciamolo pure, il più vero. » 



328 CAPITOLO XII. 



Che la moralità sia pure un carattere utile nella lotta 
civile, difficilmente si vorrà mettere in dubbio. L'azione mal- 
vagia può bensì andare impunita, e può recare perfino un 
momentaneo vantaggio; tuttavia veramente utile essa non 
torna mai né all'individuo, né alla società, ed il tempo suol 
fare giustizia imparzialmente e senza misericordia. Né può 
essere altrimenti, perchè Tidea della moralità s'identifica 
con quella dell'utile. Io dissi già in altro luogo [1] che l'idea 
del bene, al suo infimo grado, l'identifica con quella del- 
l'utile individuale e momentaneo: il bene, secondo i sel- 
vaggi, è mangiare i propri nemici, il male l'esserne man- 
giato. Ma per poco che la memoria e la riflessione agiscano, 
l'idea del bene si eleva a quella dell'utile individuale com- 
plessivo, e quindi è ritenuta cattiva un' azione che trae seco 
delle conseguenze dannose. Negli animali sociali l'idea del 
bene si allarga ancora, ed abbraccia l'utile della società 
cui l'individuo appartiene. La moralità, nei primi due gra- 
dini, noi la troviamo tanto negli animali che conducono 
una vita isolata come nell'uomo selvaggio; al terzo gradino 
sviluppasi negli animali sociali e nell'uomo civilizzato. In- 
fatti Tape che punge ed in conseguenza muore, si sacrifica 
per la propria colonia; i lupi e molte scimmie vanno alla 
caccia a stormi, ed ogni individuo all'occorrenza difende i 
suoi compagni; le scimmie ed altri animali furono visti 
prendere sotto la loro custodia gli orfani della propria spe- 
cie ed anche di specie diverse. 

Qui si potrebbe fare un' obbiezione apparentemente grave. 
L'elezione naturale perfeziona gli esseri organici, perchè 
procura la sopravvivenza ai vincitori nella lotta per la vita 

[1] La teoria dell'ecoluslone. Torino 1377, p. 183. 



APPLICAZIOYE DELLA TEORIA ECC. 329 



e quindi li motte in grado di riprodursi e di trasmettere ai 
figli i propri pregi. Ma l'elezione civile eleva i vincitori ad 
una cospicua sfera sociale, dove la fecondità è in generale 
inferiora a quella che si riscontra nelle basse sfere; in ogni 
modo quelli che restano vinti nella lotta civile non sono 
esclusi dalla riproduzione, e trasmettono ai discendenti i 
loro caratteri di inferiorità. Nondimeno la lotta civile eccita 
tutti al lavoro, ciascuno secondo le sue forze e le sue aspi- 
razioni; e quanto più essa é severa, tanto più dovrà ele- 
varsi il livello generale dei pregi sociali, e tanto più facil- 
mente una tale società lotterà con successo contro le altre, 
in cui la lotta civile fosse meno severa. 

Si volle applicare la teoria dell'evoluzione anche alla po- 
litica, e fu sollevata la domanda quale sia la forma di go- 
yerno che meglio corrisponda alla natura della specie umana. 
Il Darwin ed i suoi seguaci non hanno manifestato alcuna 
opinione su questo spinoso argomento per non compro- 
mettere le sorti della teoria con questioni politiche. 

Seguendo in parte l'esempio de' miei predecessori mi li- 
mito a pochissime osservazioni. Le società animali, di cui 
anche recentemente parlarono con grande cognizione di 
causa il Bùchner e l'Espinas, di fronte all'umana, progre- 
discono lentamente e ciascuna singolarmente è molto uni- 
forme; quindi si comprende come si possa parlare di una 
forma monarchica nelle api e di una forma repubblicana 
nelle formiche.' Ma le società umane differiscono assai l'una 
dall'altra per l'indole degli individui che le compongono, 
per la natura delle altre società che le circondano, pel li- 
vello di coltura generale che raggiunsero, per le vicende 
storiche che attraversarono, ecc.; non è quindi possibile 
xlesiffnnre una forma di croverno che sia op:nalmente buona 



330 CAPITOLO XII. 



per tutte. Una forma buona per una nazione, può non es- 
serlo per un'altra; una forma oggi buona per una società 
può non esserlo in un secolo o due. 

Lo stato patriarcale ed il monarchico assoluto sono cer- 
tamente le forme più basse, quelle stesse forme che noi 
rinveniamo anche in molti mammiferi e che non possono 
essere sopportate che da un popolo che si trovi molto basso 
nella scala della civiltà. Uno stato può considerarsi come 
un organismo, nel quale le diverse professioni rappresen- 
tano gli organi ed ogni persona la cellula o Telemento so- 
ciale. Ma quest'organismo dififerisce dagli altri per la indi- 
pendenza relativamente grande de' suoi elementi, ed è tanto 
più perfetto, quanto più esso sa conciliare l'indipendenza e 
la libertà di azione di ogni singolo elemento col benessere 
di tutti. Nello stato patriarcale e nel monarchico assoluto 
questa libertà di azione è molto limitata, essendo occupata 
il dominio da una sola persona che lo raggiunse e lo eser- 
cita senza il concorso della volontà popolare. 

Diversamente stanno le cose nello stato monarchico co- 
stituzionale e nella repubblica, perchè nel primo gli ele- 
menti hanno almeno una parte, e spesso notevole, nella 
direzione della pubblica azienda, e nella seconda sono que-* 
sti elementi esclusivamente che ne hanno il governo. La 
differenza fra il primo e la seconda può considerarsi mi- 
nima, quando nel primo il suff'ragio sia molto esteso od 
universale, e quando ambedue le Camere siano elettive. 
Allora la differenza è riposta quasi unicamente nel capo 
dello Stato, il quale nella repubblica è scelto dal popolo 
volta per volta e per un numero hmitato di anni, mentre 
nella monarchia costituzionale v'ha un trono ereditariol 
Quest'ultima condizione iia certamente i suoi vantaggi, per^ 



APPLICAZIONE DELLA TEORIA ECC. 331 



che tiene lontane le monarchie da quelle scosse che troppo 
spesso colpiscono le repubbliche quando debbano venire 
alla nomina del presidente; la teoria dell'evoluzione però 
la quale riposa sul principio della lotta per l'esistenza e 
della conseguente elezione naturale, esìge, che come in 
tutto il resto della natura organica il posto di ogni essere 
viene determinato dall'esito della lotta per la vita, cosi an- 
che nella società umana ciascun indivìduo, nessuno eccet- 
tuato, consegua il suo rango col mezzo della lotta mede- 
sima e della lotta civile. Quindi, giudicando in astratto, e 
volendo stabilire una forma puramente ideale di governo, 
la teoria darwiniana deve prendere partito per quella che 
accorda la maggior parte possibile alla lotta civile e chiama 
tutti gli elementi a collaborare al bene comune. 

È stato asserito che il darwinismo serva di appoggio al 
comunismo moderno, e ne favorisca lo svolgimento. Non 
può farsi a quella teoria un torto maggiore di questo, tro- 
vandosi il darwinismo agli antìpodi del comunismo. L'egua- 
glianza degli uomini, sia fìsica o psichica, ó in aperto con- 
trasto colle leggi della ereditarietà dei caratteri; ogni uomo 
ha attitudini speciali, in parte gentilizie ed in parte acqui- 
site, da che deriva la divisione del lavoro nella società col 
mezzo delle diverse professioni, e si stabilisce il posto so- 
ciale di ciascun individuo, e con esso la possibilità di mag- 
giori o minori guadagni. La disparità nelle ricchezze è cer- 
tamente assai antica, né potrà mai togliersi; e quand'anche 
fosse tolta per un momento, non potrebbe non ricomparire 
tosto. Il darwinismo non può desiderare quella eguaglianza 
degli uomini che chiede il comunismo nelle varie sue forme, 
perchè allora mancherebbero le ragioni della lotta per la 
vita e della lotta civile, ed ogni progresso individuale e so- 



332 CAPITOLO XIL 



ciale sarebbe reso impossibile. Ciò che il darwinismo esige 
si è soltanto questo, che ogni uomo sia posto in grado dì 
lottare pel miglioramento delle sue condizioni con quei 
mezzi di cui dispone, e quindi non approva veruna forma 
di servaggio che ponga l'uomo al livello degli animali do- 
mestici, né quei privilegi che non scaturiscono dai meriti 
personali e vanno tuttavia a stabilire tale enorme distanza 
tra uomo ed uomo da scoraggiare il meno favorito nella 
lotta civile. 



CAPITOLO XIII. 



RIASSUNTO GENERALE E CONSIDERAZIONI FINALI. 



Evoluzionismo e darwinismo non sono espressioni sìno- 
nime; ambedue respingono bensì la creazione indipendente 
delle specie e quindi ammettono che le forme oggi viventi 
siensi sviluppate da una sola o da poche forme originarie, 
ma il darwinismo sostiene essere stata relezione naturale 
quella potenza che tramutò le forme più basse e meno per- 
fette con lento e graduato procedimento nelle forme più 
elevate e più perfette. Vi può essere un altro modo di spie- 
gare la trasformazione delle specie senza uscire dall'evo- 
luzionismo. Il darwinismo é un caso speciale deirevoluzio- 
nismo; ma siccome il naturalista non ne conosce altri che 
sieno plausibili, cosi i due termini sono talora considerati 
come sinonimi, benché rigorosamente non possano dirsi 
tali. 

L'elezione naturale peraltro non è sufficiente da sola a 
spiegare tutti i caratteri che hanno acquistato gli orga- 
nismi. Fra questi ve n'hanno di quelli che sono sottratti alla 
lotta por resistenza, perchè vivono sotto la protezione del- 
l'uomo; in tale caso ha agito l'elezione artificiale. La quale 
elezione, quantunque sia stata attiva per un tempo relali- 



384 CAPITOLO XIIL 



vamente breve, ha adattato le forme selvaggie ai bisogni 
dell'uomo od ai suoi concetti intorno alla bellezza od anche 
semplicemente ai suoi capricci. Noi vediamo, per conse- 
guenza, negli animali domestici e nelle piante coltivate, va- 
riate e variabili quelle parti principalmente su cui Tuomo 
ha diretto la sua attenzione. Cosi nelle vacche e nelle ca- 
pre lattifere noi vediamo variare le mammelle, in altre ca- 
pre e in molte pecore la finezza del vello, nei cavalli noi 
troviamo sviluppata ora Tattitudine alla corsa, ora la po- 
tenza muscolare, ecc.: e nelle piante ora è il frutto che 
varia, come nella fragola, nella vite, nel melo, nel pero, 
nel ciliegio e nel pisello; ora il caule ipogeo, come nella 
patata; ora la radice, come nella carota; ora il fiore, come 
nella viola mammola e in quasi tutte le altre piante dei 
nostri giardini. A proposito dei fiori, dice con ragione il 
Lubbock [1] in un opera recente: « I fiori dei nostri giar- 
dini differiscono assai nella grandezza e nel colore dai 
fiori delle medesime specie che crescono selvaggi nei nostri 
campi e nei nostri boschi. Gotali differenze provengono èenza 
dubbio in gran parte dalla coltura, ma più ancora dalla 
cura che si ha nello scegliere i semi ed i polloni delle 
piante, i cui fiori presentano una qualsiasi superiorità. » 

Gli animali domestici e le piante coltivate sono una con- 
quista fatta dall'uomo col mezzo delFelezione artificiale, la 
quale dapprima veniva praticata senza previsione di un 
determinato fine, col solo intento di conservare e moltipli- 
care gli individui pili ricercati, mentre più tardi fu eseguita 
metodicamente e con uno scopo prefisso. L'elezione artifi- 
ciale dà già oggi dei buoni risultati, ma è in gran parte 

[1] Les insectes et Ics flcurs saucages, trad. Barbier. Paris 1879, p. 1. 



EJASSUNTO GENERALE ECC 335 



d'indole empirica, e si può asserire a questo riguardo che 
la pratica ha precorso la scienza. L'elezione artificiale tende 
a sciogliere la formola seguente: Dati i due genitori, quale 
sarà il prodotto della loro unione? Noi non giungeremo 
forse mai a sciogliere questo quesito colla precisione del 
matematico; o per dir meglio, noi troveremo forse la for- 
mola matematica sulla via tracciata dal Mantegazza e dal 
Lemoigne, ma non saremo capaci di tradurla in pratica, 
perchè un organismo è un essere assai complesso, perchè un 
numero quasi infinito di cause agisce sul medesimo ancor 
prima ch'egli esca dal seno materno, e perchè l'atavismo 
può manifestarsi dopo una lunghissima serie di generazioni. 
V'ha un'altra serie di caratteri che l'elezione naturale 
non può spiegare, e sono i caratteri sessuali secondari. 
Ognuno sa che il maschio differisce spesso dalla femmina, 
prescindendo affatto dagli organi essenziali del sesso; que- 
sta diversità richiede una spiegazione. Come v'ha una lotta 
per l'esistenza, che è seguita dalla sopravvivenza del più 
adatto; cosi si combatte fra i maschi una lotta pel pos- 
sesso della femmina, in cui restano vincitori i meglio prov- 
veduti, e giungono a riprodursi. Questa lotta è talora cruenta 
e viene eseguita con armi diverse, come le corna, i denti, 
gli sproni, ecc.; altre volte è incruenta, ed il maschio si fa 
preferire dalla femmina in mezzo ai suoi rivali per la sua 
maggiore bellezza, o col fascino del suo canto, o co' suoi 
profumi e con altri simili mezzi. Come l'elezione artificiale 
adatta i prodotti domestici alle esigenze dell'uomo, e l'ele- 
zione naturale gli organismi nello stato di natura alle loro 
condizioni di vita; cosi l'elezione sessuale fornisce i maschi 
dì armi più o meno poderose, e li rende gradili alle rispet- 
tive femmine. 



o 



33 CAPITOLO XIII. 



Il darwinismo prende le sue mosse dall'elezione artifi- 
ciale, i cui effetti possono essere esattamente dimostrati, 
perché in parte avvennero nel tempo storico e sotto i no- 
stri occhi, e perchè noi possiamo confrontare i prodotti do- 
mestici coi rispettivi stipiti selvaggi. L'elezione artificiale 
ha condotto a stabilire l'elezione naturale; e questa essendo 
insufficiente a spiegare un' intera serie di fatti, intimamente 
tra loro collegati, e cioè i caratteri sessuali secondari, si 
giunse a stabilire il terzo principio, quello delFelezione ses- 
suale. Quest'ultima elezione ha incontrato molti avversari, 
e sembra realmente che il Darwin le abbia attribuito una 
eccessiva ìmporlanza. Per togliere le obbiezioni che furono 
sollevate in proposito, conviene ammettere che nello svi- 
luppo di alcuni caratteri sessuali secondari, oltre l'elezione 
sessuale, abbia agito eziandio la naturale; nò devesi di- 
menticare che alcuni caratteri possono essere semphce- 
mente d'indole morfologica. L'elezione naturale può aver 
contribuito alla produzione dei caratteri sessuali secondari 
in due maniere, sia sviluppando le armi dei maschi, affin- 
chè sieno adoperate non solo nella lotta sessuale, ma ezian- 
dio nella lotta per la vita; sia togliendo alle femmine i co- 
lori vivi per sottrarle alla vista de' loro nemici. Sembra 
poi probabile che i colori splendenti di alcuni maschi, so- 
pratutto fra q\ì uccelU e fra gli insetti, sieno in parte do- 
vuti alla struttura intima dell'integumento, e quindi abbiano 
un' origine morfologica. 

Contro la teoria dell'evoluzione si obbietta assai spesso, 
che mancano le forme intermedie richieste da questa tcor 
ria, e che la trasformazione non può essere effettivamente 
dimostrata nemmeno per una sola specie. Ma tali obbie- 
zioni non sono fondate. Se il numero delle forme conosciute 



RIASSUNTO GESEBALE ECC. 337 



di transizione non é grandissimo, ciò devesi al fatto che 
non tutte si conservarono, e che la massima parte di quelle, 
che lasciarono traccia di sé , giacciono ancora ignote 
nella corteccia terrestre. Nondimeno se ne hanno alcuni 
splendidi esempi; cosi fra i pachidermi tridattili estinti ed 
il cavallo attuale si conoscono parecchie forme esatta-, 
mente intermedie, come Thanno dimostrato recentemente 
l'Huxley e Forsyth Major. Dai tempi déiV Anchitherium 
venendo fino a noi, vediamo nei cavalli ridursi sempre 
più i metacarpali e metatarsali laterali, e nel cavallo 
odierno unirsi precocemente col metacarpale e meta tar- 
sale mediano. Uno degli anelli intermedi, ad esempio, ci è 
offerto dai cavalli della stazione di Solutrò che appar- 
tiene, secondo il De Mortillet, airultimo periodo dell'epoca 
paleolitica. Per quanto si sia cercato, non fu possibile fi- 
nora di constatare nell'immenso ossuario di Solutré, uix 
solo caso di saldatura dei metacarpali laterali con quelli 
mediani. « Ne viene la conseguenza inoppugnabile, dice 
Forsyth Major [1], che il cavallo di Solutré è caratte- 
rizzato dalla non saldatura dei metacarpi e metatarsi la-r 
terali. 

Ma v'ha di più. Man mano che si modificano le ossa del 
metacarpo e del metatarso, noi vediamo modificarsi anche 
quelle del carpo e del tarso, come Forsyth Major ha di- 
mostrato, di guisa che é possibile provare col compasso 
alla mano per ogni singolo osso del carpo e del tarso l'in- 
sensibile, graduale passaggio dal piede tridattile a quello 
unidattile, cioè dai cavalli miocenici al cavallo pliocenico, 

fi] Alcune osservazioni sui cavalli quaternari, nell'^lrc/è/o/o per VAn^ 
tropologia e la Etnologia, voi, IX, 1869, p. 103. 

La teoria di Darwin. 28 



333 CAPITOLO Xìll. 



da questo al cavallo quaternario, e da quest'ultimo final- 
mente al cavallo attuale. 

Se si mette al confronto Tevoluzionismo colla teoria delle 
creazioni indipendenti, riesce chiara la forza esplicativa del 
primo a petto della impotenza esplicativa della seconda. 
Quest'ultima pon sa dirci perchè gli organismi costituiscano 
un sistema naturale, mentre il primo trova nella genealo- 
gia degli esseri una spiegazione plausibile del fatto, e giunge 
alla conclusione che il sistema naturale deve essere ge- 
nealogico e che il grado di affinità sistematica s'identifica 
col grado di parentela o consanguineità. Gli organi rudi- 
mentali mettono i propugnatori della creazione in grande 
imbarazzo, mentre Tevoluzionismo li considera come organi 
in regresso, talora come organi incipienti. Lo sviluppo in- 
dividuale dei vegetali o degli animali, nelle varie sue forme 
di sviluppo semplice, dì metamorfosi e di metagenesi, è per 
i primi inesplicabile, par gli evoluzionisti invece una sem- 
plice conseguenza delle leggi che governano la ereditarietà 
dei caratteri. Il perfezionamento continuo dell'organizza- 
zione nel suo insieme è un argomento oscuro per i primi, 
un semplice corollario della teoria propugnata dai secondi. 
A ciò si potrebbe aggiungere che le leggi della distribu- 
zione geografica degli organismi riescono inesplicabili alla 
teoria della creazione, mentre possono spiegarsi dall'evo- 
luzionista. Per citare un fatto saliente, noi comprendiamo 
perché gli animali cavernicoli sieno affini a quelli che nella 
stessa regione vivono alla luce del giorno, questi ultimi es- 
sendo penetrati nelle caverne e qui adattatisi alle nuove 
condizioni di vita; mentre l'altra teoria non sa dare una 
spiegazione scientifica del fatto. 

La sciènza non può accogliere la teoria delle creazioni 



ni ASSUNTO GENERALIC JìCC, 339 



indipendenti anche per la ragione del metodo. Essa deve 
spiegare i fenomeni, quanto può, appoggiandosi alle leggi 
naturali, e dove è incapace di dare una tale spiegazione, 
deve confessarlo francamente e dichiarare insoluto il pro- 
blema. L'intervento immediato della divinità nelle cose di 
questo mondo può essere un articolo di fede, ma non un 
canone scientifico. Di più, una volta ammesso questo in- 
tervento, non si saprebbe in quale guisa limitarlo; chi am- 
mette col De Filippi che il creatore abbia dato al primo 
organismo Fimpulso dell'ulteriore suo sviluppo e della sua 
trasformazione in numerose altre forme, chi vuole la divi- 
nità presente ed attiva in ogni più minuto fenomeno natu- 
rale. Ma giova ripeterlo, sarebbe ridicolo quello scienziato 
che credesse di avere spiegato il tuono, oppure il vento, 
col dire che Dio li produce; egli farebbe della mitologia, 
la quale attribuiva il primo a Giove tonante ed il secondo 
ad Eolo. Con ragione dice Niccola Marselli [1] in un re- 
cente suo lavoro: « Ogni causa, o naturale o sociale che 
la scienza discopre, importa la detronizzazione d'una mi- 
tologica divinità che Fumana ignoranza aveva posto in sua 
vecew E da che gli uomini fanno uso del metodo scientifico, 
le monarchie teocratiche precipitano con tanta frequenza 
da lasciarci pensare con fondamento, che non ne rimarrà 
in piedi neanche una. » 

È d*uopo però confessare che, risalendo nella serie cau- 
sale, noi arriviamo ad un punto dove ogni spiegazione ò 



[1] La natura e l'incioilimento, pag. 1 1. Torino e Roma 1879. — Idee 
conformi ha espresso anche Tito Vignoli nel suo libro interessante 
JUiio e Scienza. Milano 1879, voi. XXII della Biblioteca scientifica in^ 
terncuionale che si pubblica dai fratelli Dumolard. 



340 CAPITOLO XIII , 



insufficiente. Noi non conosciamo rorigine della vita; e 
quand'anche ammettessimo la generazione spontanea, nel 
senso più esteso della parola, sorgerebbe il quesito suirorì- 
gine della materia bruta. Qui noi dobbiamo fermarci, per- 
ché ogni ipotesi sarebbe fantastica. E nemmeno i teisti sono 
a miglior punto, perchè anch'essi devono rispondere alla 
domanda intorno alForigine della causa prima, alla quale 
arbitrariamente attribuiscono il carattere deireternità. Tant'é 
considerare come eterna la materia bruta. Ma nell'un caso 
e nell'altro noi c'imbattiamo in un altro mistero. Al teista 
noi possiamo rivolgere il quesito, perchè soltanto nel pe- 
riodo laurenziano, ammesso che sia il più antico che con- 
tenga avanzi organici, e non prima il Creatore abbia pen- 
sato a produrre la vita, mentre fi tempo che l'ha prece- 
duto, essendo eterno, era sufficiente perchè potesse rfiatu- 
rarsi questa risoluzione. Ed all'evoluzionista può farsi ana- 
loga domanda, perchè cioè soltanto allora e non prima 
avesse origine la vita, mentre durante Teternità del tempo 
anteriore ben potevano apparire le condizioni necessarie al- 
l'esistenza dì lei. La nostra ignoranza intorno a tale soggetto 
non potrebbe essere maggiore, né v'ha speranza fondata 
che il naturalista possa sciogliere questo problema. 

L'elezione naturale o sopravvivenza del più adatto è una 
conseguenza della lotta per la vita, e questa lotta, alla sua 
volta, scaturisce dal fatto che gli organismi si riproducono 
con progressione geometrica, di modo che non tutti quelli 
che vengono generati possono sopravvivere. Una sola cop- 
pia riempirebbe in pochi anni il mondo intero co' suoi di- 
scendenti, se non esistessero numerose cause di distru- 
zione, ed è precisamente da queste cause, assai più che 
dalla intensità generativa, che dipende il numero più o meno 



BIASSUN TO GENERALE ECC. 341 



grande degli individui, da cui ogni specie è rappresentala 
nel territorio da lei abitalo. Una specie assai comune può 
riprodursi scarsamente, ed una specie che genera ogni anno 
milioni dì uova può essere molto rara. 

Nella lotta per resistenza sopravvivono quegli individui 
che hanno sopra gli altri qualche vantaggio, quelli cioè che 
sono meglio adattali alle condizioni di vita, nelle quali sì 
trovano. Da ciò scaturisce quel fenomeno che la vecchia 
scuola chiamava sapienza della natura, e ne scaturiscono 
quei complessi reciproci rapporti fra gli organismi che 
Tevoluzionismo ha cercalo di scoprire .e di illustrare. 

Un bellissimo esempio ci forniscono i fiorì e gli insetti, 
su cui anche recentemente il Lubbock [1] ha rivolto Tat- 
tenzìone dei naturalisti. La natura evita le nozze consan- 
guinee, e già un secolo fa Sprengel disse, che la natura 
non vuole che un fiore completo si fecondi col mezzo del 
proprio polline. Più lardi Hildebrand ha dimostrato la me- 
desima tesi, e Fritz Mùller ha perfino fatto conoscere delle 
specie, nelle quali il polline, posto sullo stimma del fiore 
da cui proviene, agisce come un veleno. I fiori traggono 
quindi un vantaggio dalla visita degli insetti, che ne pro- 
muovono rincrocio, e quindi fanno a gara per attirarsi, sia 
co' colori brillanti, sia coi profumi, sia offrendo polline e 
nettare, od almeno protezione contro i nemici o gli agenti 
atmosferici. Da ciò derivano i colori meravigliosi, i pro- 
fumi e le forme singolari dei fiori, tant'è vero che quei fiori 
che non vengono fecondati colFaiuto degli insetti, ma col 
mezzo del vento (che furono detti anemofili), hanno gene- 
ralmente colori poco brillanti, verun profumo e forma molto 

[1] Les insectes et les fleurs, trad. Barbi er, 1879. 



342 CAPITOLO A'//.'. 



semplice, come vediamo nelle conifere, nelle graminacee, 
nei pioppi, nelle betulle, ecc. 

Il sonno stesso dei fiori può considerarsi come un feno- 
meno di adattamento agli insetti; infatti i fiori restano aperti 
in quelle ore, nelle quali i loro insetti pronubi fanno bot- 
tino, e si chiudono quando il restar aperti non gioverebbe 
tornerebbe dannoso. Cosi la margherita rimane aperta 
dalle 7 ant. alle 5 pom., l'Arenaria rubra dalle 9 ant. alle 3 
pom., la Nymphaea alba dalle 7 ant. alle 4 pom., THiracium 
pilosella dalle 8 anL alle 3 pom., TAnagallis arvensis dalle 7 
ant alle 2 pom., il Tragopogon pratensis dalle 4 ant. a 
mezzodì, e le piante anemofile non sono punto soggette al 
sonno. Alcuni fiori mandano i loro profumi più intensi a 
determinate ore; ad esempio, THesperis malronalis e la 
Lychnis vespertina di sera, e TOrchis bifolia di notte [1]. 

Alla lor volta gli insetti si adattano ai fiori; cosi noi ab- 
biamo visto apparire due organi speciali, la spazzola e la 
cestella, sugli arti di alcuni imenotteri, e in questi stessi 
animali noi vediamo allungarsi la proboscide perchè possa 
giungere ai nettarli profondamente nascosti entro i fiori. 
Mentre nel genere Prosopis la proboscide^ non è special- 
mente adattata a raggiungere i nettarli, si allunga vieppiù 
nei generi Andrena, Halictes, Panurgus, Halietoides e Che- 
lostoma, e raggiunge la lunghezza di sette e più millimetri 
nell'ape domestica e nel genere Bombus. 

La sopravvivenza del più adatto non avrebbe effetti du- 
raturi, né potrebbe produrre il continuo perfezionamento^ 
degli organismi, se non vi fosse la ereditarietà dei carat- 
teri, la quale è ammessa non solo dagli evoluzionisti, ma 

£l] LUBBOCK. L. e, pp. 28, 27. 



BfASSUXTO GESEIÌALE ECC. 313 



eziandio dai propugnatori della teoria delle creazioni indi- 
pendenti. I caratteri utili di recente acquisto devono essere 
trasmessi ai discendent», altrimenti non vi può essere pro- 
gresso, ed è merito del Lemoìgne di averci dato una for- 
mola matematica, esprimente la legge generale della ere- 
ditarietà, in cui è tenuto conto dei caratteri individuali 
acquisiti dai genitori. 

Senza Tereditarietà dei caratteri Tevoluzione del mondo 
organico sarebbe impossibile; ma la vera base, da cui parte 
la nostra teoria, è la variabilità degli animali e dei vege- 
tali. L'ereditarietà è conservativa, la variabilità appresta il 
materiale pel progresso. Ma Tuna e Taltra si danno la mano 
nell'evoluzione, perchè la prima tende a conservare ed a 
trasmettere ai discendenti quei caratteri utili che apparvero 
per effetto della seconda. I caratteri individuali, che la vec- 
chia scuola trascurava, hanno acquistato una grandissima 
importanza colla teoria dell'evoluzione. 

La variabilità non è una legge di natura, né gli organismi 
hanno una tendenza speciale a variare; essa é l'eccezione 
alla regola, quantunque sia un fenomeno comunissimo. Gli 
organismi seguono la legge della ereditarietà, la quale però 
nella sua azione è contrariata da un numero infinito di 
cause che agiscono sugli organismi stessi in senso contra- 
rio. Se fosse attiva la sola ereditarietà, il progresso nelle 
forme della vita sarebbe impossibile, e la paleontologia npn 
potrebbe parlarci delle diverse faune e flore che nei tempi 
geologici popolarono la superficie terrestre. Nella doppia 
ipotesi della creazione indipendente delle specie e della esclu- 
siva azione della ereditarietà dei caratteri, tutti gli individui 
di una specie dovrebbero essere identici nelle età corrispon- 
denti, ciò che è contraddetto dall' esperienza giornaliera; 



^11 CAP.TOLO XI r. 



onzi noi sappiamo che non v'hanno nemmeno due sole fo- 
glie sull'orbe terraciuco che sieno perfettamente eguali in 
ogni più piccolo dettaglio. 

■ La variabilità ù determinata dalla diversità delle cause 
che agiscono sugli organismi: cause in parte esterne, come 
la temperatura, il nutrimento, il suolo, la luce, ecc.; in parte 
interne, come la posizione dell'uovo entro l'ovario o del feto 
cnlro l'ulero, 11 vario sviluppo delle parti elementari per gli 
efletli dell'uso e del non-uso, ecc. Negli organismi semplici 
è più facile riscontrare una certa uniformità; ma sarebbe 
un vero miracolo se due o più organismi superiori, com- 
posti ciascuno di milioni di elementi, fossero in ogni più 
piccola loro parte ed in ogni età influenzati dalle identiche 
cause. Questa è la ragione, per cui entro una medesima 
specie non si trovano nemmeno due individui identici. Fac- 
ciamo un paragone, rozzo assai, se vuoisi, ma pur evidente. 
Vuotiamo un carro di sassi sul ciglio di una china, essi 
rotoleranno in basso fino al fondo, e qui si disporranno in 
una certi maniera. Ei)bene, se facciamo quest'operazione 
milioni di volte, noi li vedremmo disposti nel dettaglio ogni 
volta in modo diverso. Perchè ciò? Tutto è avvenuto se- 
condo leggi naturali; ma la diversità nella disposizione in 
fondo alla china è stata prodotta da molteplici cause, come 
Tordine in cui si trovavano i sassi entro il carro, l'impulso 
ricevuto al momento della discesa, la via diversa percorsa 
da ciascuno di essi, gli urti reciproci, la differenza nel tempo 
di arrivo al fondo, e molte altre consimili. 

L'ereditarietà dei caratteri dà luogo a molti fenomeni, che 
alcuni naturalisti hanno tentato di spiegare da un punto di 
vista unico e generale. Lo stesso Darwin ha esposto con 
questo intento la teoria della pangenesi. È un' ipotesi inge- 



RIASSUNTO GENERALE ECC. 315 



gnosa, che considera gli ovuli ed i nemaspermi come al- 
trettanti organismi in miniatura, ne'quali ogni parte del 
corpo manda i suoi rappresentanti, atti a riprodurre la parto 
da cui derivano; ma molte sono le obbiezioni fatte a que- 
st'ipotesi, e molte le modificazioni portatevi per renderla 
accettabile. La signora Royer la respinge come fantastica; 
Haeckel pure la respinse, ma con bella maniera, e la so- 
stituì con un'altra teoria; Jager la interpreta in modo di- 
verso dal Darwin e la segue in alcuni nuovi dettagli. Allo 
stato attuale delle nostre cognizioni cotesti tentativi sem- 
brano precoci. 

La teoria di Darwin è bensì ateleologica; ma il Sici- 
liani [1] va forse troppo oltre quando la chiama l'assoluta 
negazione di ogni causafìnalismo. Essa spiega l'evoluzione 
degli organismi con metodo naturale, senza preoccuparsi 
dell'origine della vita e della méta cui tende l'universo; essa 
scioglie un quesito più modesto che è il seguente: Dato un 
organismo, come è possibile spiegare l'apparsa di tutti gli 
altri, che popolarono in passato il nostro globo e lo popo- 
lano al presente, per semplice discendenza da quello stipite, 
ossia secondo leggi puramente naturali? Posta cosi la que- 
fstione, il causafìnalismo ò escluso dal nostro terreno; ma 
non è tolta la libertà di porre Dio al principio della serio 
causale e di attribuire al mondo una méta prefìssagh. Anzi 
il nostro De Filippi, per conciliare la scienza colla fede, ha 
battuto precisamente questa via. 

Intorno all'origine della vita si agitano molte questioni. 
Alcuni ammettono, come fu detto ora, la diretta creazione 

[ij SoelaUstno, Darcoinismo e Sociologia moderna, pag. 84. Bolo- 
gna 1879. 



310 CAPITOLO XI IL 



del primo organismo, altri lo fanno scaturire dal mondo 
inorganico per mezzo della generazione spontanea. La so- 
luzione di tale problema ò riservala all'avvenire. Certo però 
è, e può dimostrarsi con molti argomenti, che i primi or- 
ganismi apparvero nell'acqua, ne' mari antichi, e solo più 
tardi si modificarono in guisa da essere atti ad abitare i 
laghi e la terraferma. I laghi, colla loro fauna pelagica, su 
cui scrissero recentemente il Sars [1] ed il Pavesi [2], pro- 
vano ancora oggi di essere stati popolati dal mare. 

Nel porre la questione che risolve la teoria darwiniana, 
noi abbiamo parlato di un unico organismo da cui si sup- 
pongono discesi tutti gli altri. Veramente, il Darwin crede 
che questi stipiti possano essere stati parecchi; ma la mag- 
gior parte dei naturalisti non accetta questa opinione, e 
spingendo la teoria alle ultime sue conseguenze, fa discen- 
dere tutto il mondo organico da un unico e semplicissimo 
organismo. Questo modo di vedere trova un forte appoggio 
neiraffinità che esiste tra le infime piante e gli infimi ani- 
mali, come anche nel fatto che nessuna serie animale (e 
forse nemmeno vegetale) è talmente isolata o staccata dalle 
altre, da escludere la possibilità di un nesso genetico. Molto 
singolari sono le idee che il Gaudry espone a Parigi dalla 
sua cattedra, come mi fu detto dal dott. Francesco Bassani. 
Il Gaudry ammette in ogni epoca geologica la creazione di 
alcuni principali tipi, dai quali poi sarebbero discesi gli altri 
subordinali per lenta e graduata modificazione. È questo 



[1] Corresp, Blatt dea zool, minerai. Vereins in Regensburg, XX, 
pag. 117. 

|2] V. Rendiconti del r. Istituto Lombardo di scienze e lettere , 
ser. II, voi. XII, p. 688. Milano 1879 



RJA^SUXTO GEÌS[ER.\LE ECC. 347 



un mezzo termine che non soddisfa né la teoria della crea- 
zione, né quella dell' evoluzione, e che reca dei gravi im- 
barazzi quando si tratta di stabilire il numero dei tipi creati. 
Fra questi il Gaudry accoglie anche il genere umano, con- 
cetto che sarebbe difficile a giustificarsi e che allontana 
Fautore dalla gran maggioranza degli evoluzionisti. 

L'evoluzione delle specie si compie per lenta e graduata 
modificazione. Alcuni autori però ammettono che sieno av- 
venute eziandio delle modificazioni grandi e repentine, si- 
mili a quelle che hanno dato luogo alle razze domestiche 
mostruose, come il cane alano, il bue niatra e la pecora 
d'Ancon. Ma é necessario riflettere che le forme mostruose 
possono bensi mantenersi allo stato domestico perchè pro- 
tette dall'uomo, ma non allo stato di natura dove devono 
sostenere la lotta per l'esistenza. Se inoltre le specie si 
fossero formate in tale guisa, l'embriologia dovrebbe pale- 
sarcelo; invece noi vediamo negli embrioni apparire gli 
organi e svilupparsi gradatamente da altri organi o dal 
materiale embrioplastico. La sistematica poi c'insegna che 
almeno in alcuni gruppi i varii membri si formarono per 
lenta modificazione, essendo tra loro assai affini; per gli 
altri gruppi può ritenersi che l'estinzione abbia prodotto i 
vuoti ora esistenti. La teoria dell'elezione naturale non può 
ammettere queste modificazioni repentine anche per un'altra 
ragione. In natura, le specie, i generi, gli ordini, ecc., diffe- 
riscono generalmente tra di loro in parecchi caratteri, i 
quali tutti sono utili a chi li possiede, ed i quali spesso non 
possono andare scompagnati l'uno dall'altro. Ora, è som- 
mamente improbabile che tutti sieno apparsi improvvisa- 
mente nel pieno loro sviluppo, insieme e recando vantaggio 
all'organismo nelle condizioni di vita in cui si trova e di 



345 CAPITOLO XIII 



fronte ai suoi competitori nella lotta per resistenza. Ad 
esempio, un pipistrello non è semplicemente un mammifero 
di diverso ordino munito di ali, ma differisce dagli altri 
ordini anche in altri caratteri, come la dentiera, l'ampiezza 
dello squarcio della bocca, lo scheletro, la struttura del pelo, 
la delicatezza del tatto, ecc. E tutti insieme questi caratteri 
lo rendono atto ad occupare un posto speciale nella natura. 
È assai pili probabile che man mano che si è sviluppata 
l'attitudine al volo, gli altri caratteri siensi del pari svilup- 
pali lentamente e gradatamente. Si obbietterà che un'ala 
imperfetta non serve a nulla, ma nel regno animale noi 
abbiamo la confutazione di quest'idea, perchè vi sono dei 
mammiferi forniti di semplici espansioni cutanee che ser- 
vono da paracadute. In conclusione, la regola è certamente 
questa, che cioè le specie si formarono con lento e gra- 
duato sviluppo, ed il concetto dei repentini cambiamenti 
degli organismi deve abbandonarsi insieme con quello dei 
cataclismi geologici. 

Come le specie lentamente si formano, cosi lentamente 
si estinguono; esse dapprima si fanno scarse di individui, 
poi diventano rarissime e finalmente muoiono. Noi cono- 
sciamo parecchi esempi di estinzioni cosi avvenute ne' tempi 
storici, ed é presumibile che altre, fattesi oggi rarissime, 
s'avviino verso l'estinzione. Questa è determinata princi- 
palmente dall'apparsa di nuove forme meglio organizzate, 
ossia meglio adattate alle loro condizioni di vita, le quali 
si rendono sempre più ricche di individui e finiscono per 
divenire le forme dominanti. Le altre cause non hanno che 
un'importanza secondaria, cosi l'immigrazione di specie 
altrove comuni, resa possibile da locali cambiamenti ter- 
restri, oppure l'azione che l'uomo esercita sulla natura.